Le strade sono aperte
editoriale di aprile 2002 - di Giovanni Bianchi

Al di là di alcuni strascichi polemici, il congresso costituente della Margherita c’è stato, ha riscontrato una grande partecipazione di personalità di diversa estrazione culturale e ha contribuito a definire il profilo di un nuovo soggetto politico che potremmo definire come partito popolare di seconda generazione.

Infatti, se il profilo tradizionale del partito politico - che è ridicolo demonizzare adesso perché si è trattato di una grande scuola di formazione e partecipazione- era essenzialmente basato sulla silloge territorio – militanza, a sua volta collegata con una rigida dimensione gerarchica, quello che si deve affermare ora è un soggetto più agile perché più capace di interloquire con i movimenti che si manifestano nella società.

Inutile nascondercelo, questo processo non sarà indolore, soprattutto perché costringerà chi era abituato all’ interpretazione tradizionale dei canoni della militanza ad un più articolato sforzo di comprensione dei nuovi meccanismi partecipativi (perché la partecipazione è ancora un valore) sapendoli coniugare con una società che è basata sull’ informazione e, più in specifico, su di un’informazione che si muove in tempo reale. Il problema che si pone è quello, da un lato, della capacità di coniugare l’attenzione ai movimenti con il necessario ruolo della mediazione e della sintesi politica, secondo l’esigenza delineata da De Mita nel suo intervento congressuale, e dall’altro quello di non estenuare nella dimensione della quotidianità l’esigenza di un riferimento culturale, di una capacità di studio e di riflessione sui mutamenti sociali e politici.

Ciò rimanda all’esigenza di creare e strutturare all’interno del nuovo partito un’istanza formativa, che si ponga l’obiettivo di approfondire la natura dei problemi del mondo d’oggi e insieme il profilo valoriale della proposta di Democrazia è Libertà.

In questo senso, le suggestioni di Massimo Cacciari e di Salvatore Natoli circa la Margherita come partito delle autonomie locali e funzionali: l’accenno fatto dall’ ex Sindaco di Venezia alla necessaria distinzione fra pluralismo delle istituzioni e pluralismo nelle istituzioni indica una strada che merita qualche approfondimento.

In questa prospettiva, andrebbe recuperata la lezione di quel grande dimenticato maestro del cattolicesimo democratico che fu Giuseppe Capograssi, il filosofo del diritto che con grande acume studiò l’evoluzione del rapporto fra società e Stato, e della necessaria riforma di quest’ultimo che egli rifiutava di risolvere in una logica puramente giuridicistica, cogliendone invece i rapporti con lo sviluppo economico (gli albori della globalizzazione, si potrebbe dire), che comportavano per lo Stato la necessità di farsi carico di elementi ed interessi diversi da quelli puramente politici che pure gli sarebbero originariamente propri. Egli proponeva quindi un decentramento diffuso dell’ autorità a favore dei nuovi soggetti sociali (le autonomie funzionali, appunto) o, meglio ancora, un esplicito riconoscimento dell’ originaria loro potestà.

Le idee di Capograssi si muovevano sicuramente in una logica regionalistica, ma la sua proposta di istituzionalizzazione della società civile andava ben oltre la creazione di un nuovo ente, di una nuova struttura burocratica: piuttosto, come rilevava il compianto Roberto Ruffilli, l’idea dello studioso abruzzese era quella della creazione di un "ordinamento regionale fondato su di una ricostruzione ‘dal basso’ dell’ordinamento dei pubblici poteri, con il trasferimento dell’individuazione e della cura, in sede sia legislativa sia amministrativa, dei diversi interessi ai diretti portatori dei medesimi".

E chi fossero i soggetti di questo trapasso di funzioni lo delineò con chiarezza lo stesso Capograssi: le Camere di commercio, i sindacati, le rappresentanze politiche, tesi alla creazione di un modello istituzionale in cui "lo Stato fa la legge breve e chiara; la Regione l’adatta alla realtà concreta e alle concrete esigenze della sua natura".

Il problema quindi è quello di una nuova concezione della democrazia diretta che integri nel sistema costituzionale le forze sociali emergenti conferendo al singolo cittadino la possibilità di assumere direttamente e ad ogni livello la rappresentanza dei propri interessi e di concorrere alla direzione della cosa pubblica.

L’apparente trionfo della democrazia liberale con il simbolico crollo del Muro di Berlino trova tuttavia un suo limite fondamentale nell’ emergere di una logica pervasiva (ed ormai globale) dell’ economia che essicca le stesse sorgenti etiche del liberalismo e svuota di significato gli stessi istituti della partecipazione democratica, come dimostra la distorta concezione berlusconiana della democrazia come dittatura della maggioranza che ignora i "pesi e contrappesi" che da Montesquieu in poi ogni sincero liberale mette alla base di ogni discorso costituzionale. E’ chiaro che ben difficilmente si potrà parlare di democrazia in un contesto in cui l’estendesi di realtà sociali di sottoproletariato che vivono ai margini della società viene a creare un profondo squilibrio etico prima ancora che politico.

Resta ancora per intero, e, crediamo, sia a pieno titolo nel bagaglio valoriale della Margherita, il problema di inverare quanto affermato nel Codice di Camaldoli (alla cui stesura Capograssi collaborò), laddove si dice che dall’ attività delle forze sociali Nascono "realtà di gruppi e di istituzioni sociali nei cui riguardi nasce il duplice problema: a) di assicurare le condizioni generali perché possano svolgersi in piena libertà e secondo le proprie leggi per la realizzazione dei propri fini umani e sociali; b) di creare fra di loro un’ armonia. Per realizzare questi due scopi si dà vita ad un modo di organizzazione di tutte le forze sociali – individui, famiglie, gruppi ed istituzioni- che si chiama lo Stato".

E’ chiaro che questo concetto di autonomia e di pluralismo ha ben poco a che fare con la concezione padronale e privatistica dello Stato che sta avanzando in questi mesi di governo delle destre, come pure non ha che lontane parentele con la teoria cara a certi settori del mondo cattolico (CL in testa) che nello Stato vede un nemico da combattere propugnandone la riduzione alla pura e semplice amministrazione dell’ordine pubblico.

In questo campo sociale e istituzionale la Margherita ha molto da lavorare, con uno spazio che potenzialmente è amplissimo e che trova i suoi unici limiti nella nostra personale pigrizia: per citare un grande poeta della nostra epoca, Francesco Guccini : "Le strade sono aperte/ed il momento viene sempre".

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