L'Europa allo sbando
editoriale di maggio 2002 - di Giovanni Bianchi

E ora? L’interrogativo sorge spontaneo insieme allo choc dopo la lettura dei risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. L’alto tasso di astensionismo e l’atteggiamento critico dell’opinione pubblica verso la politica hanno causato l’incredibile situazione per cui il leader fascista (non c’è altro aggettivo per definirlo) Jean – Marie Le Pen va al ballottaggio con il Presidente uscente, il neogollista Jacques Chirac, sorpassando il premier socialista Lionel Jospin.

Da qualunque parte lo si consideri il risultato è sconvolgente: non tanto perché vi siano rischi reali che l’ex parà possa insediarsi all’Eliseo (già da subito i dirigenti dei socialisti e dei Verdi hanno fatto appello ai loro elettori affinchè votino per Chirac il 5 maggio), quanto per il messaggio che esso consegna all’Europa, che scopre in modo sconvolgente l’esistenza nel suo seno di un cancro razzista e xenofobo contraddittorio rispetto al processo di integrazione e di apertura ad est.

Nel dettaglio, si può dire che la sconfitta di Jospin sia legata a due fattori. Il primo, e più evidente, è la frammentazione dell’elettorato di sinistra, che paga il fatto che tutti i partiti che componevano la cosiddetta gauche plurielle abbiano scelto di presentare un proprio candidato presidente, se non altro per obbligo di bandiera. Scelta comprensibile nel caso del Partito comunista (il cui candidato è tuttavia precipitato al punto più basso in cui sia mai giunto il partito di Thorez e di Marchais), ma assolutamente ingiustificata per quel che concerne Radicali e Verdi, due partiti che hanno una rappresentanza parlamentare solo perché il PS garantisce loro dei collegi "sicuri". E’ poi da capire per quale motivo Jean Pierre Chevenement abbia voluto rompere trent’anni di solidarietà politica con Jospin in nome di un’impuntatura nazionalistica che gli ha fruttato appena il 5%. Diverso, ovviamente, è il discorso per i tre candidati trockisti, dei quali in verità solo Arlette Laguilliere ha avuto uno score decente, che hanno capitalizzato un certo voto di protesta.

Ma proprio questa è la seconda ragione dello scacco della sinistra, che a prima vista appare incomprensibile per via dei buoni risultati ottenuti dal Governo Jospin in cinque anni. Un osservatore ha notato che altrettanto potevano vantare l’Ulivo in Italia ed i Democratici negli USA, e anche in questo caso non è stato sufficiente. Con buona approssimazione si può dire che la causa di questo insuccesso stia nel fatto che l’elettorato si aspettava di più, nel senso che esso coltiva l’aspettativa che la sinistra faccia qualcosa di diverso oltre a ben amministrare nel quadro delle compatibilità della globalizzazione neoliberista. Non è un caso, infatti, che la dirigenza socialista abbia rimandato la questione della "Tobin tax", che pure era nel programma elettorale di Jospin, a dopo un’ auspicata vittoria alle elezioni politiche di giugno.

Si potrà obiettare a questo punto che in realtà la sconfitta non tocca i Laburisti britannici, quelli che più coerentemente hanno abbracciato il neo riformismo tanto di moda ("terza via" ed affini): ma un osservatore imparziale non può che considerare come la vittoria di Blair alle ultime elezioni sia stata favorita dall’inconsistenza dell’avversario conservatore. Peraltro, la drammatica crisi del sistema dei servizi sociali e sanitari nel Regno Unito hanno spinto anche Blair ad adottare una politica di tipo tradizionale keynesiano.

Ci sono poi elementi strettamente legati alle vicende francesi: l’insofferenza verso un establishment che si considera regolarmente al di sopra della pubblica opinione e delle leggi, incapace di confrontarsi alla pari con le forze sociali e con i nuovi movimenti, radicato in una tradizione burocratica e statalista che concerne sia la destra che la sinistra (al fondo sia Chirac che Jospin vengono dall’ ENA, la grande scuola dei burocrati francesi).

La protesta non assume caratteri di rottura con uno Stato sociale pesante in nome di riforme liberali, come comprova del resto il risultato di Alain Madelin, ammiratore esplicito di Berlusconi, relegato ad un risibile 4%: piuttosto, essa suona come una marcata insofferenza nei confronti di una classe politica che sembra fatta di mandarini (per usare l’espressione di Jean Paul Sartre) indifferenti ai problemi reali delle persone.

La scelta di Chirac di impostare la campagne elettorale sul tema dell’insicurezza, imprudentemente accettata dai socialisti (un errore a suo tempo compiuto anche dall’ Ulivo), alla lunga non ha fatto che dare impulso all’estrema destra, che da sempre batte sul tasto dell’ ordine pubblico e della diffidenza verso gli arabi ed i neri che popolano le banlieus delle grandi città.

Ora Jospin, persona seria ed onesta quant’altri mai, ha scelto di lasciare la politica: chiaramente il 5 maggio ci si aspetta una larga vittoria di Chirac, che peraltro, se il successo del Front national dovesse essere confermato alle elezioni politiche, potrebbe restituire alla sinistra (magari guidata da Martine Aubry, figlia di Jacques Delors, Sindaco di Lille ed ex Ministro del Lavoro) la guida del Governo.

Anche in questo caso, però, Le Pen potrebbe avvantaggiarsene, denunciando l’immobilismo di un sistema bloccato in cui Presidente e Primo Ministro, se esponenti di partiti diversi, non fanno che pestarsi i piedi l’un l’altro.

Quel che è chiaro è che per tutte le forze democratiche europee è suonata la sveglia: purchè non sia troppo tardi.

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