Sul concetto di riformismo
editoriale di giugno 2002 - di Giovanni Bianchi

Molto si è discusso in merito alle particolari caratteristiche che dovrebbero connotare il nuovo partito Democrazia è libertà – La Margherita, ed in specifico molti amici hanno insistito sulla dimensione del riformismo come segno distintivo, ovviamente intendendo tale concetto in termini tutt’affatto diversi rispetto a quelli del canone tradizionale del riformismo.

Tale concetto infatti è sorto all’interno dei partiti di matrice marxista, in particolare quelli socialisti della Seconda Internazionale, per definire la posizione di coloro che, nella battaglia per affermare le idee della socialdemocrazia, erano inclini a rifiutare la teoria di chi affermava che solo applicando in modo intransigente e massimale (da cui il nome di massimalisti) la prassi rivoluzionaria si poteva giungere ad una società di stampo socialista, propendendo invece per una strategia di riforme graduali che servissero ad introdurre nella società capitalista elementi di segno contrario a favore dei lavoratori.

D’altro canto, questa stessa strategia era stata consigliata ai partiti della Seconda Internazionale da Friedrich Engels nei suoi ultimi anni di vita, e proprio la socialdemocrazia tedesca era stata la maggiore sperimentatrice del riformismo all’inizio del XX secolo, ed uno dei suoi maggiori teorici, Eduard Bernstein, enunciò quel famoso principio per cui "il movimento è tutto" che Lenin denunciò come l’essenza dell’opportunismo in quanto metteva sullo sfondo il tema della rivoluzione intesa come atto di rottura definitivo con il sistema capitalistico, al quale in tutta evidenza i socialdemocratici tedeschi non credevano più.

In Italia si può ricordare il lungo braccio di ferro fra la componente riformista, che comprendeva uomini come Turati, Treves e Matteotti e quella massimalista incarnata da Serrati, Lazzari ed il giovane Mussolini.

L’ elemento di rottura nella socialdemocrazia internazionale furono dapprima la Prima guerra mondiale, che i riformisti accettarono in nome dei singoli interessi nazionali ed i massimalisti no, e successivamente la Rivoluzione bolscevica, che portò alla rottura fra socialisti e comunisti e alla nascita della Terza internazionale.

Ma se questa è l’ascendenza storica del concetto di riformismo, occorre dire che essa è estranea alla più parte delle culture da cui la Margherita trae origine, nel senso che, per rimanere alla tradizione popolare, nulla nel "Manifesto ai liberi e ai forti" si rifà esplicitamente alla dimensione del riformismo. Più esattamente in quel manifesto ci sono proposte di riforme, ed anche molto chiare ed audaci, in materia di politica economica, sociale ed estera, ma non vi è una teoria compiuta proprio perché a Sturzo interessava assai più che le riforma fossero fatte piuttosto che enunciate in un corpus organico che avrebbe avuto tutti i pregi ed insieme i difetti delle costruzioni teoriche, le quali alla fine rischiano di essere paralizzanti rispetto al dipanarsi dell’ azione politica, e possono anche avere conseguenze negative sotto il profilo etico, poiché alcuni sostituiscono le teorie ai principi.

D’altro canto, la sinistra italiana ha una lunga storia di prassi riformista non dichiarata, come dimostrano i ricordi di Achille Occhetto circa la "socialdemocrazia staliniana" che gli pareva il tratto caratteristico della Federazione comunista milanese degli anni Cinquanta, e che potrebbe tranquillamente applicarsi anche all’ Emilia o alla Napoli di Giorgio Amendola, vero nume tutelare della destra comunista. Una ricetta composita, fatta di omaggi verbali alle teorie marxiste e di prassi a volte brutalmente realistica, specie nei rapporti con il mondo delle aziende e della finanza (si pensi alla famosa campagna elettorale del 1956 a Bologna, quando Dozza mobilitò contro Dossetti da un lato le masse popolari con discorsi barricadieri, e dall’altro le forze capitalistiche facendo loro intendere che non avrebbero avuto da guadagnare nell’ avere quel "moralista acchiappanuvole" come Sindaco).

Solo che alla fine questo tipo di riformismo divenne una sorta di droga, portando a credere che solo controllando le leve del potere si sarebbe potuto fare politica, e spinse i settori "miglioristi" del PCI a tentare qualunque tipo di alleanza con i socialcraxiani, adottandone metodi e costumi politici come la Tangentopoli milanese dimostrò ampiamente (e non è un caso, crediamo, che molti ex amendoliani ora siano diventati degli entusiasti berlusconiani). Per certi versi, a leggere talune dichiarazioni espresse dopo l’ ultima tornata amministrativa pare di poter dire che alcuni dirigenti della sinistra italiana non hanno capito, visto che continuano a scambiare il riformismo col partito degli affari e la modernizzazione con la partecipazione al festino degli appalti e delle prebende.

Non è quindi tanto strano che vi siano esponenti di quella stessa sinistra che credano alla favola del riformismo che sembra apparentare la destra italiana con i teorici della "Terza via", e che si esprime essenzialmente nel definire come riforme la progressiva cancellazione dei diritti sociali e civili conquistati con grande fatica soprattutto dal movimento dei lavoratori.

E’ infatti una delle più grandi vittorie concettuali ottenute dalla destra l’avere imposto un nome positivo a scelte che di per sé sono negative in quanto danneggiano i soggetti più deboli e favoriscono i più forti.

L’aver accettato il punto di vista dell’economia e dell’impresa mettendo in second’ordine quello dei lavoratori è forse la colpa più grave di larghi settori della sinistra italiana ed europea, i quali non si rendono conto di come una simile impostazione consenso se non in termini di risulta, nel senso che talvolta può accadere che vi sia un voto che è più contro la desta che a favore delle forze democratiche.

Se è vero, come è vero, che gli effetti principali della globalizzazione sugli equilibri sociali sono stati nettamente penalizzanti per le forze del lavoro mentre hanno premiato il capitale e l’impresa (più il primo che la seconda), ecco che un vero esercizio di riformismo consisterebbe nel cercare le modalità per un vero progetto sovranazionale di globalizzazione sostenibile.

Esercizio preliminare a questo progetto, tuttavia, non può che essere il liberarsi dalla subordinazione culturale verso il neoliberismo.

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