L'idea di un partito nuovo
editoriale di luglio 2002 - di Giovanni Bianchi

Se un partito nuovo deve essere la scialuppa di salvataggio o l’alias di una classe dirigente bollita ed ormai priva di legittimazione, allora questo partito sarebbe meglio non farlo; se l’otre nuovo viene approntato per metterci un vino non solo vecchio ma rancido, allora è meglio lasciar perdere e non fare il pernicioso travaso.

Queste elementari considerazioni dovrebbero presiedere ad ogni serio dibattito sulla natura e la funzione del partito che abbiamo deciso di fondare a Parma intitolandolo ai nomi esigenti della democrazia e della libertà. Chiaro che il semplice cambio della denominazione o la fusione di più soggetti in uno non garantiscono di per sé alcuna speranza di innovazione prescindendo dalle idee e dai costumi. Basta vedere la vicenda francese, dove ogni poco nasce un nuovo partito mantenendo inalterata una classe dirigente chiusa alla società civile e di costumi sostanzialmente oligarchici: la stessa UMP, il nuovo partito che ha stravinto le recenti elezioni, altro non è che il vecchio corpaccione del partito gollista che assorbe esponenti centristi e liberali alla ricerca di una nuova legittimazione e di un seggio sicuro.

La questione è di non poco rilievo giacché, scontato il fatto della compresenza di Rutelli quale leader e della coalizione e della lista della Margherita, che indubbiamente ci favorì nelle elezioni del 2001, il mantenimento di un consenso quantificabile ben al di sopra dell’11% alle recenti elezioni amministrative dice di un’apertura di credito che sarebbe irresponsabile vanificare per cabale di potere e per timidezze programmatiche di cui purtroppo si vedono i segnali.

L’improvvisa riconciliazione di persone che parevano avversari irriducibili nella fase precongressuale del PPI, qualora non riconducibile a significative convergenze politiche, pare in sostanza prefigurare alleanze in vista di non indispensabili rese dei conti. Né si può ignorare il fatto che la collaborazione al progetto di importanti realtà della società civile, che era stata invocata come carattere distintivo del processo di costruzione del nuovo partito nell’ assemblea dell’Ergife di un anno fa, batte non poco in testa nelle realtà locali perché vagamente codificata e quindi lasciata all’ arbitrio delle istanze locali.

E’ quindi evidente che l’alternativa ad uno sfarinamento del consenso e della fiducia che ancora l’elettorato ci accredita può risiedere unicamente nella capacità di costruire, più che un nuovo partito, un partito nuovo. L’espressione, come è noto, rimanda al disegno di Togliatti per quello che avrebbe dovuto essere il PCI nell’Italia postbellica, passando da setta di cospiratori a realtà di massa, sia pure con una non sempre felice coesistenza di costumi staliniani e di esigenze di democrazia interna. E tuttavia, quel progetto nella sua sostanza riuscì, facendo di un partito già minoritario a sinistra un termine di riferimento per la politica, la società e la cultura italiane.

Molta acqua è passata sotto i ponti da allora, e certo il modello togliattiano non è riproducibile in assenza di una classe gardèe, degli intellettuali organici e di tutto il resto dell’apparato politico-culturale gramsciano.

Resta però l’aspirazione ad un partito che, uscito dalla forma politica tradizionale, sappia farsi interprete delle esigenze di una società in cambiamento, senza nello stesso tempo negare l’esigenza di una direzione politica chiara. Nel 1991, all’atto di entrare nella Direzione nazionale del neonato PDS, Paolo Flores d’Arcais disse di sognare un partito politico in cui ognuno fosse il "Comitato centrale di se stesso": si trattava di un’aspirazione impossibile, e l’avventura di Flores nel PDS terminò abbastanza rapidamente, ma l’esigenza di un equilibrio fra le necessità personali e quelle collettive è una problematica che in una società di individualismo diffuso deve trovare la sua soluzione. Una possibile, perfettamente in linea con lo spirito del tempo, è quella proposta da Berlusconi, e, con diverso stile, da Fini, in cui solo il Capo (il Padrone) è autorizzato a parlare in nome di tutti, garantendo nel frattempo ai sottoposti di potersi scavare le loro nicchie più o meno legittime di potere: metodo peraltro già sperimentato da Craxi , che trova il suo limite nel fatto che quando i famigli iniziano a litigare fra di loro si creano situazioni potenzialmente distruttive per tutta la compagnia, come si è visto con chiarezza a Monza e a Verona.

Chiaramente le forze democratiche non possono adottare simili costumi, ma debbono strutturare la loro iniziativa a partire da un progetto ben chiaro, anche organizzandosi, per così dire, in contropiede rispetto alle proposte altrui, cosa questa inevitabile in una fase di ripiegamento della sinistra a livello globale.

Si potrebbe pensare, ad esempio, agli indegni e barbarici attacchi cui è sottoposta oggi un parte significativa del movimento sindacale, attraverso una delle più fetide prassi di una certa politica italiana, quella di far parlare il morto.

Si potrebbe poi pensare ad uno scritto pubblicato da un illustre professore su di un’illustre rivista, in cui, per giustificare il suo peraltro noto passaggio a destra, sostiene che le tre sfide del cambiamento sono la liquidazione dello Stato sociale, la delegittimazione dell’antifascismo e l’eversione della prima parte della Costituzione.

Quindi, un’ idea d’Italia in cui la Repubblica è fondata sul profitto e non sul lavoro, in cui la proprietà non è condizionata dall’utilità sociale, in cui un sindacato che non è d’accordo con il Governo è colluso con il terrorismo, in cui il fascismo è la stessa cosa dell’antifascismo, Matteotti e Farinacci ugualmente onorati….

Già il contrastare duramente un’Italia così è un progetto sufficiente per l’articolazione intorno ad esso di un’ iniziativa politica, la ragion d’essere di un partito.

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