Genova, un anno dopo
editoriale di agosto 2002 - di Giovanni Bianchi

Quanto accadde a Genova nel luglio dello scorso anno a margine della conferenza annuale del G 8 (a margine, perché la conferenza stessa, come tutte le altre conferenze di quel tipo che ci sono state e che ci saranno non produsse nulla di nulla) può essere analizzato in molti modi, ma riteniamo che alcune cose possano e debbano essere dette.

L'organizzazione nel suo insieme dimostrava da parte del Governo Berlusconi (e in particolare del Ministro Scajola) nel migliore dei casi un deplorevole dilettantismo, nel peggiore la deliberata volontà di cercare lo scontro fisico con i manifestanti come dimostrazione di forza a futura memoria nei confronti di tutte quelle forze politiche e soprattutto sociali che avessero democraticamente scelto la piazza come luogo per la manifestazione del dissenso. Fu così che le forze dell’ ordine apparvero straordinariamente incapaci di fronteggiare le poche centinaia di casseurs per dirla alla francese che, militarmente organizzati, distruggevano tutto ciò che capitava loro sotto mano, mentre erano ben capaci di pestare e seviziare pacifici manifestanti, magari guidati da qualche frate o suora.

In questo senso, e con queste premesse, il fatto più grave, ossia la morte di Carlo Giuliani, era un corollario fin troppo logico e scontato della scelta di riservare le truppe migliori a difendere i tremebondi convegnisti trincerati dietro la "linea rossa" ed i ragazzini di leva nervosi a presidiare le piazze.

Quanto poi accaduto alla scuola "Diaz", le violenze gratuite che, ora appare chiaramente, non avevano la benché minima giustificazione, perché le prove vennero fabbricate ad arte a posteriori, è il segnale preciso della presenza all’ interno delle forze dell’ordine, in particolare della Polizia di Stato, di nuclei non troppo nascosti dalla mentalità fascista non a caso -ha ragione Violante- difesi a spada tratta dalle forze di destra cui sono contigui per ideologia e per indole.

Ma la commemorazione di Giuliani e la riflessione sui fatti di un anno fa sarebbero privi di senso se non avessero anche un riflesso politico, riannodando il dialogo interrotto fra le forze democratiche (ed è molto importante che uomini dell’Ulivo fossero presenti sabato in piazza Alimonda, anche a costo di prendersi dei fischi, che nella pedagogia della piazza sono del tutto fisiologici ) ed il movimento no global (o comunque lo si voglia chiamare) che assumerebbe particolare rilievo soprattutto in un momento come questo.

Infatti, ha argomentato giustamente Curzio Maltese, mai come in questo momento la profezia per una diversa globalizzazione assume concretezza, con un turbocapitalismo che svela il suo ruolo predatorio mentre le grandi corporations cadono tutte ad una ad una come imponenti castelli di carte, si scopre che i controllori non hanno voluto controllare e la rete delle alleanze politiche inizia a vacillare.

E' sintomatico che nelle ultime settimane questo tema sia stato l'oggetto della riflessione di molti commentatori ed intellettuali - e di quasi nessun politico: d'altro canto, l'approssimarsi del Forum internazionale dei G 8 a Genova nel luglio scorso, rese assai pertinente tale riflessione, anche se non sempre ad essere pertinenti sono gli elementi alla base della riflessione stessa, che anzi sembra tuttora disperdersi per i rivoli di giudizi politici datati e precompresi. E' quindi del tutto normale, e sintomatico di una certa mentalità del conservatorismo italiano, che Alberto Ronchey sul "Corriere" dichiari di voler partire dalla dichiarata volontà di analizzare i pro ed i contro della globalizzazione, per poi giungere piattamente a descriverla come la premessa del bengodi planetario, relegandone i contestatori nell'ormai risaputa dimensione delle "anime belle" dei "luddisti", magari arrivando a dipingerli come tardivi discepoli di Mao, grazie ad una di quelle citazioni che formano il "must" della prosa roncheyana (non a torto Fortebraccio diceva di Ronchey che "sa a memoria tutte le cose inutili").

Assai più serio è guardare "dentro" (intus legere, da cui "intelligenza") i meccanismi della globalizzazione, per capire bene quali siano i presupposti del benessere che essa garantisce ad una parte ben circoscritta della popolazione mondiale. E' quello che ha fatto, con uno scrupolo intellettuale sconosciuto in Italia, la sociologa americana Barbara Ehrenreich, che per due anni si è calata nella condizione dei working poors, i lavoratori poveri occupati al salario minimo garantito di 6 o 7 dollari l'ora. Da questa esperienza ha tatto un libro che Federico Rampini su "Repubblica" ha dipinto come "un pugno nello stomaco, una requisitoria implacabile contro un mondo la cui prosperità si regge su un esercito di proletari sottopagati, obbedienti, vaccinati contro ogni rivendicazione sindacale". Nel libro si descrivono le condizioni normali di milioni di persone che vengono costrette ad orari massacranti per pochi dollari, costretti ad umilianti esami clinici, a forme di indottrinamento antisindacale quali in Italia si è perso lo stampo dai tempi di Vittorio Valletta. Tali condizioni sono il frutto della politica clintoniana di ridurre il numero degli assistiti dai Servizi sociali spingendoli a lavorare, ma il lavoro, se riduce la passività, non aumenta di certo il benessere, e favorisce da un lato un più intenso sfruttamento ed una maggiore tendenza alla disgregazione sociale. Diventa così comprensibile la base della crescita americana dell' ultimo decennio: milioni di persone poco pagate, ad orario pieno e senza diritti sindacali garantiscono la bassa inflazione e gli alti redditi delle imprese, e quando l'economia non "tira" più sono loro a pagare per primi il conto perché lo smantellamento dei meccanismi di Welfare riduce la copertura assistenziale, sanitaria e previdenziale. Non è un caso, del resto, che proprio la questione del degrado dei servizi pubblici sia stata alla base della recente campagna elettorale britannica, anche se Blair sembra persistere nel tentativo di una sistematica apertura ai privati che può portare solo all'innalzamento dei costi di servizi che dovrebbero rimanere tendenzialmente gratuiti.

Ma la logica che presiede alla globalizzazione è talmente implacabile da determinare persino teorizzazioni di quella che si potrebbe definire una sorta di "genetica sociale", come dimostrano alcune recenti dichiarazioni del Presidente del MEDEF (la Confindustria francese) Ernest - Antoine Sellière, il quale divide gli individui fra "rischiofili" e "rischiofobi", ossia coloro che accettano il rischio come condizione principale della loro esistenza e coloro che invece cercano prima di tutto la sicurezza. Inutile dire che i primi sono gli ideali abitanti della città del sole della "New Economy", mentre i secondi sono dei reprobi, oltretutto anche un po' vili. Peccato che, come ricorda il sociolgo Robert Castel, i cosiddetti "rischiofobi" sono normalissime persone che, non potendo disporre di mezzi economici che li rendano indipendenti, hanno bisogno di sicurezza relativamente al loro impiego per vivere ed essere riconosciuti nella loro dignità umana. Peccato oltretutto che tali concezioni siano rischiose anche per la democrazia, in quanto, spinte al loro estremo, esse condurrebbero a distruggere le condizioni che sono alla base dell' eguaglianza giuridica fra gli individui che formano una società, preconizzando la nascita di un regime di concorrenza sregolata che oppone due classi di individui in una sorta di delirio hobbesiano in cui il più forte non solo abbatte il più debole, ma gli fa anche la morale dicendogli che è colpa sua se è debole. "Un discorso dei prepotenti a beneficio dei prepotenti", definisce queste teorie Castel.

D'altro canto, che i problemi dell'eguaglianza siano rimasti non solo inevasi ma per certi versi aggravati dalla globalizzazione lo dimostra l'attenzione particolare che la Chiesa, a partire dal Papa, dimostra verso di essi. In un' omelia per il Primo Maggio 2002 l'arcivescovo di San Paolo del Brasile card. Claudio Hummes (che non è un sostenitore della Teologia della liberazione) affermava chiaramente che la disoccupazione che affligge il continente latinoamericano "è la maggior dimostrazione dell' incapacità dimostrata allo stato dal nuovo ordine mondiale di far avanzare soluzioni credibili ai grandi problemi economici e sociali che producono povertà e nella povertà mantengono centinaia di milioni di esseri umani. La stessa democrazia è a rischio in un tale contesto, e sempre più si rendono urgenti correzioni sostanziali di questo sistema". Più in là è andato il card. Dionigi Tettamanzi, ossia il Vescovo della città dove si è riunito il G 8 , che vede nella globalizzazione il tentativo del capitale "di affrancarsi dal lavoro perseguendo un suo faustiano disegno di indipendenza e di dominio lungo nuovi sentieri, svincolati da qualsiasi responsabilità verso il lavoro e protesi, al contrario, verso una totale mercificazione del lavoro". Si deve pensare che una simile concezione non sia stata sgradita, come usa dirsi, maxime Romae , vista la successiva promozione del Cardinale alla sede vescovile di Milano.

Da una tribuna assai diversa il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, già alto dirigente della Banca mondiale, in una intervista a El Pais ha detto chiaramente come la preoccupazione principale delle istituzioni finanziarie mondiali fosse essenzialmente quella di difendere gli interessi dei capitali e di affermare un’ ideologia più che una prassi.

Una volta di più al centro è il problema della persona, laddove i teorici (o teologi?) del neoliberismo mettono al centro il capitale. Il problema della politica è quello di riposizionarsi a partire dalla persona umana, laddove troppi anche a sinistra hanno ritenuto in questi anni che l'industria ed i mercati, a guisa di nuove divinità, dovessero essere la fonte cui abbeverarsi per essere davvero à la page inseguendo "terze vie" inesistenti.

La Margherita può e deve portare tutto l’Ulivo su di una diversa prospettiva, sapendo che non è utopia né follia affermare che un altro mondo è possibile.

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