Un pastore e la sua città
editoriale di ottobre 2002 - di Giovanni Bianchi

Con il solenne ingresso in Duomo dopo aver percorso le vie di Milano si sono chiuse le cerimonie per la presa di possesso dell’Arcidiocesi ambrosiana da parte del card. Dionigi Tettamanzi (Dionigi II, nella cronotassi dei Vescovi di Milano, con un remoto predecessore di tal nome che si illustrò nella lotta agli Ariani), il quale ha ricevuto dal suo predecessore Carlo Maria Martini il bastone pastorale simbolo della novella dignità conseguita.

Si può ben dire che più di una volta la Chiesa milanese ed i suoi pastori abbiano dimostrato di essere immediatamente successivi alla Chiesa di Roma nella difficile missione di confermare nella fede i cattolici. Fu così per Aurelio Ambrogio, che depose le insegne del potere civile e militare per assumere quelle episcopali, e che trasfuse nel suo impegno pastorale la passione ordinatrice ed organizzatrice della migliore romanità, divenendo il vero faro del cristianesimo occidentale in un’ epoca oscura. Pensatore forse non originale ma sistematico, si guadagnò il titolo di Dottore della Chiesa per il ruolo magisteriale svolto con convinta passione, e guadagnò alla fede il grande spirito di Agostino d’Ippona.

Parimenti, Carlo Borromeo, elevato ad onori ecclesiastici per un gesto di oculato nepotismo dello zio Pio IV, prima da Segretario di Stato poi da Vescovo di Milano si distinse nel ruolo di grande traduttore del Concilio di Trento nella quotidianità, combattendo le debolezze dei preti e le interferenze del potere temporale spagnolo e di chiunque avesse la pretesa di limitare la libertà della Chiesa di Cristo. Sulla sua strada proseguì poi il cugino Federico, immortalato dal Manzoni magari forzando i suoi reali meriti.

Nel nostro secolo si stagliano imponenti le due figure dei beati cardinali Ferrari e Schuster, il primo che ebbe il merito di portare la Chiesa milanese nella nuova realtà dell’ Italia unitaria ed in piena rivoluzione industriale, scontando il sospetto e le dolorose critiche dell’antico amico Giuseppe Sarto, asceso dal Patriarcato di Venezia al soglio pontificio come Pio X proprio grazie ai buoni uffici del collega milanese. Il secondo, benedettino esile eppure tenace come l’ acciaio, che ebbe in sorte di guidare la Diocesi negli anni procellosi del fascismo, della guerra, della Resistenza e della prima ricostruzione, gettando i semi di un’ autentica rinascita sociale e religiosa.

Poi Montini, l’intellettuale fine e tormentato che era anche diplomatico sottile, mandato a Milano forse per punizione e che però da lì seppe orientare il dibattito conciliare realizzando la volontà di un uomo da lui così diverso come il Papa Giovanni XXIII di cui fu poi successore. E ancora Giovanni Colombo, mite studioso che dovette vivere il non facile passaggio dell’inculturazione del Concilio in una realtà vasta, turbolenta e sottoposta a continui cambiamenti.

Infine Martini, certamente anche lui intellettuale ma insieme, e rigorosamente, uomo della Parola intesa come rivelazione ultima di Dio al mondo ma anche come possibile segno di condivisione fra persone e culture .

Così, nella sua ultima lettera pastorale dello scorso anno intitolata "Sulla tua parola", col riferimento ad una notissima pericope evangelica, Luca 5, 1-11, quella in cui Simon Pietro accetta di tornare a gettare le reti dopo una notte infruttuosa solo per fiducia nella parola di Gesù., egli si riallacciava al suo primo commento biblico quando fece il suo ingresso nella città di Ambrogio e Carlo nel febbraio del 1980. Il senso di un simile ricordo era evidente per coloro che conoscono la determinazione con cui il card. Martini ha voluto mettere al centro della vita della Chiesa la Parola di Dio, che il brano lucano indica chiaramente come la fonte di un affidamento totale della persona a Dio, anche nelle imprese che appaiono più disperate od inutili, quelle che nessuno vuole accettare perché troppo gravose. In fondo, si potrebbe dire, il messaggio che il Cardinale affidava alla città, è che non esiste altra via per l'uomo per uscire dalle proprie miserie se non quella di affidarsi ad un amore più grande, sorgente di quella fede che fa muovere le montagne e rende possibile ciò che ad occhi umani appare irragionevole.

In questo senso va anche inquadrata la "confessione" (nel senso agostiniano della parola) che il card. Martini ha voluto fare nella conferenza stampa di presentazione della lettera pastorale, sul "ritardo" con cui egli ha percepito alcune delle più grandi piaghe della città, come la corruzione e l'esasperato localismo, come anche per la difficoltà a stimolare i cristiani all'impegno per la promozione del bene comune nella partecipazione politica.

Chi vada ora a rileggersi con attenzione i messaggi che il card. Martini lanciò alla città ad ogni vigilia di Sant'Ambrogio vedrebbe comporsi il quadro complessivo di un'altissima tensione etica che trova la sua forza nel radicamento nella fede e non appare in alcun modo accomodante nei confronti di chi teorizza l' immoralità come prassi politica ed il culto della ricchezza come autentica manifestazione di spirito cristiano.

Più che il Cardinale, forse, dovrebbe essere la città a farsi un serio esame di coscienza sulla propria duritia cordis, ad interrogarsi sulla sua infallibile capacità di scegliere sempre i referenti politici sbagliati, sul fatto che da vent'anni a questa parte essa produce governanti privi di ogni ombra di idea che vada al di là della semplice gestione o della tendenza a governare avendo sempre l'occhio fisso agli interessi dei propri amici e soci in affari.

Che Vescovo sarà Tettamanzi.? Certamente la sua grande esperienza in materia di teologia morale lo porrà in primo piano nello studio delle nuove sfide a cui è sottoposto l’insegnamento sociale della Chiesa in una fase complessa come l’attuale, segnata dalle dinamiche della globalizzazione.

Nella sua esperienza pastorale genovese il Cardinale si è trovato direttamente a fronteggiare tali problematiche nella vicenda del G 8, e non è un caso che le semplici parole di sapore evangelico che egli pronunciò in quell’occasione gli siano valse incredibili accuse di solidarietà con i violenti e persino la nomea di " tuta di porpora".

Le meditazioni che egli dettò ai credenti impegnati nelle attività socio – politiche in vista del Giubileo (significativamente intitolate: "Proclamate l’anno di misericordia del Signore"), sono interessanti fin dai titoli dei diversi capitoletti: "Dio padre dei poveri", "Lazzaro sta sulla coscienza di ciascuno di noi", "La funzione sociale della proprietà privata" (tema che è scritto anche nella nostra Costituzione), "Ristabilire il diritto e la giustizia".

Proprio in quest’ultimo passaggio, interrogandosi sulle profonde ingiustizie di classe che ancora segnano il nostro mo0ndo egli si chiede se non sia forse giunto "il tempo di ‘azzerare tutto’, ovvero di ricominciare da capo perché nessuno sia privilegiato e tutti possano ambire al riconoscimento effettivo dei diritti reali di ciascuno, prescindendo da quanto finora è accaduto".

In tal modo il Cardinale ambisce ad essere una guida per una Chiesa che sia "voce e forza di speranza, nonostante tutto e sempre".

Un grande impegno, oggi più che mai, e che interesserà nel suo svolgersi non solo i credenti.

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