La vittoria di Lula
editoriale di novembre 2002 - di Giovanni Bianchi

Dopo tre tentativi andati a vuoto Luis Inacio da Silva, conosciuto ormai universalmente come Lula, è dunque riuscito a coronare il suo sogno e quello del suo partito, il Partido dos Trabalhadores (PT), conquistando la presidenza del Brasile, ossia di uno degli Stati più estesi e popolati del mondo.

Ha creato non poco scalpore la vittoria annunciata del figlio di un poverissimo contadino già capo dei sindacati metallurgici che, dopo aver dato vita con altri amici ad una piccola formazione politica ora divenuto il maggior partito della sinistra e il più influente del paese, andandosi ad assidere sulla poltrona che fu di Pedro II e sulla quale si sono fin qui sistemati solo rappresentanti della oligarchia latifondista e militare.

Altre tre volte, dicevamo, Lula tentò la scalata alla presidenza, venendo fermato da un’alleanza fra i grandi mezzi di informazione (soprattutto le televisioni che fanno capo al potentissimo Roberto Marinho) e i potentati economici, che promossero dapprima la candidatura dell’ atletico e corrotto Fernando Collor de Mello e poi, dopo il totale fallimento di costui, il più serio Fernando Henrique Cardoso. Costui, un economista perseguitato ai tempi della dittatura militare, si diceva socialdemocratico ma le politiche da lui condotte furono all’ insegna della più totale ortodossia neoliberista e della ricerca del cosiddetto "consenso di Washington".

Dopo otto anni di cura Cardoso il Brasile presenta un debito pubblico di 32,7 miliardi di euro, con un’economia ormai completamente finanziarizzata e fortissimi squilibri sociali che sono leggibili anche nella ripartizione degli interventi sociali. Infatti, le spese per l’istruzione che nel 1995 rappresentavano il 20.3% della spesa corrente, nel 2000 si sono ridotte all’ 8.9 %, e, sommate alle spese per la sanità, sono ben inferiori all’ammontare degli interessi sul debito estero.

A ciò si aggiunge una crescente precarizzazione della forza lavoro, che si esprime nel fatto che oltre il 55% della forza lavoro risulta impiegata nell’economia informale e sommersa, nelle condizioni sindacali ed igieniche che si possono ben immaginare.

Altra questione dolente è quella della riforma agraria, che il Governo Cardoso ha realizzato in forma ristretta senza eliminare i dati strutturali: infatti, a tutt’oggi i latifondi, ossia le proprietà terriere di più di 1000 ettari, pur appartenendo a meno dell’1% della popolazione brasiliana occupano il 45% delle superfici produttive, pur rimanendo spesso non sfruttate. Il Governo pretende di aver coinvolto nella sua riforma 482.206 famiglie, ma i più realistici dati del Movimento Sem Terra (MST, fortemente appoggiato dalla Conferenza episcopale brasiliana), riducono tale numero a 234.062, il 60% delle quali impegnate a coltivare nuove superfici, aggravando per transenna la deforestazione già ampiamente in atto.

Il dato di fatto, come ha più volte rimarcato Lula nei suoi comizi, è che oltre un quarto della popolazione brasiliana vive sotto la soglia della povertà più nera, e altri due se la passano appena meglio. L’obiettivo primario è quello di permettere che ogni brasiliano possa fare tre pasti al giorno. Una simile proposizione, che per noi europei risulterebbe ingenua, è in Brasile una riforma di prima portata, in quanto tre pasti, e forse anche due, sono per molti abitanti di quel Paese un miraggio.

Ma chi è in definitiva questo Lula? Come molti altri militanti di sinistra sudamericani nati alla politica nel fuoco delle lotte degli anni Sessanta e Settanta egli si dichiarava leninista di matrice trockista, e nel PT non è mai venuto meno il rispetto e l’ammirazione per Fidel Castro e la Cuba rivoluzionaria, per cui è prevedibile che da parte del nuovo Brasile vi sia un ammorbidimento dell’ ormai anacronistico "bloqueo", l’embargo decretato a suo tempo dagli USA e supinamente accettato dagli altri Stati d’ America.

Allo stesso modo, come abbiamo visto, esiste nel PT una forte componente cattolica temprata nelle battaglie comuni a favore dei diseredati, e che si è saldata in passaggi significativi come il Forum Sociale mondiale svoltosi nei locali della Pontificia Università di Porto Alegre, capitale di uno Stato, il Rio Grande do Sur, saldamente controllato dal PT. Non è un caso, quindi, che molte Diocesi ed Ordini religiosi abbiano fatto aperta propaganda per Lula, mentre il suo rivale al ballottaggio, il delfino di Cardoso Josè Serra, ha invece incassato quello delle chiese evangeliche finanziate da settori della destra nordamericana.

A questo punto bisogna comprendere in che modo concretamente Lula si muoverà sui più spinosi capitoli economici che, viste le dimensioni del Brasile, non possono che avere una dimensione globale: in particolare il tormentato capitolo delle relazioni con il colosso settentrionale.

Mentre George W. Bush ha immediatamente mandato messaggi d’auguri al vincitore, chiedendo un colloquio prima della sua entrata in carica prevista per gennaio, la destra del Partito Repubblicano, che sembra essere molto influente in questa fase dell’Amministrazione, arriva a farneticare di un presunto "asse del Male" che unirebbe ormai Lula, Fidel ed il venezuelano Chavez, "rei" tutti e tre di avere vedute economiche distinte da quelle statunitensi, proprio mentre un trockista sembra essere prossimo alla presidenza dell’Uruguay e leader populisti ed antiliberisti emergono un po’ in tutta l’ Amerindia.

Naturalmente in tutto ciò vi è un’ ampia dose di coscienza sporca, giacchè l’establishment politico-affaristico statunitense sa bene che proprio le politiche imposte dal FMI e dalla Banca mondiale sono all’origine degli scompensi economici del Sud del mondo.

Peraltro, alcuni commentatori sono inclini a credere che Lula, il quale ha incassato anche il consenso di larga parte del mondo industriale brasiliano, non sia realmente intenzionato a portare a compimento i suoi programmi di riforma restando invece ancorato alle politiche di Cardoso.

Certamente l’esperimento brasiliano è importante perché fornirà la cartina di tornasole della possibilità di uno slancio riformatore capace di andare oltre le secche del pensiero unico in una direzione simile a quella indicata dal movimento new global.

Abbiamo detto riformatore e non riformista perché anche noi riteniamo –pur senza sottoscrivere in tutto il pensiero di Sergio Cofferati- che questa parola sia, se non malata, certo fortemente equivoca, poiché non solo Berlusconi e Fini si proclamano riformisti, ma anche perché l’aggettivo riformista è multiuso, divenendo anche magari testata di giornali che servono a ben più misere battaglie correntizie all’interno di qualche partito.

Forse ormai, più che alle sigle che qualcuno può comodamente appiccicarsi da sé, le forze democratiche debbono guardare ai contenuti, ai progetti e ai programmi.

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