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Il messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata mondiale della Pace, che Paolo VI quasi quarant'anni fa fissò al primo giorno dell'anno, e che “Il Popolo” ha pubblicato giorni fa, non è in alcun modo un ricordo di maniera della “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, della quale cade in questo 2003 il quarantesimo anniversario, ma è piuttosto un appello forte al cuore dell'uomo e delle realtà sociali e politiche in cui si esprime la sua personalità.
È un appello politico, oseremmo dire, nel senso più elevato di questa parola, nel senso che Wojtyla, come Roncalli, non ignora la complessità dell'esistenza umana e dei problemi sociali e politici che essa comporta, ma ritiene che ogni aspetto di tale esistenza sia riconducibile al bene, nella forma di quel “nuovo ordine morale internazionale” richiamato nel messaggio, e che non coincide certo con la logica di violenza dell'Impero e con l'assurdità della guerra preventiva (diciamo pure della guerra tout court).
Straordinaria consonanza della voce che scende dal Soglio di Pietro con quelle che vengono dai settori più esposti della Chiesa, un tempo guardati con sospetto ed ora riconosciuti nella loro valenza profetica!
Don Tonino Bello, il piccolo-grande Vescovo di Molfetta di cui cade in questí anno il decimo anniversario della morte, riteneva che fra i suoi compiti di Vescovo vi fosse quello di "affliggere i consolati", che non voleva essere una sorta di blasfema parafrasi di una delle opere di misericordia spirituale, ma più semplicemente l'immissione nelle nostre certezze e nelle nostre pigrizie del tarlo dell'infedeltà quotidiana al Vangelo, così come si manifesta nella politica, nella vita sociale e nell' economia. Per questo, dovendo parlare di lui, parlerò di quelle cose che gli stavano a cuore e che egli cerava di interpretare da cristiano per gli uomini di tutto il mondo. Come fece il poeta e profeta Davide Maria Turoldo, come fece l'evocatore dell' “uomo cosmico” Ernesto Calducci.
D' altro canto, che i problemi dell'eguaglianza -così connessi a quelli della pace- siano rimasti non solo inevasi ma per certi versi aggravati dalla globalizzazione lo dimostra l'attenzione particolare che la Chiesa, a partire dal Papa, dimostra verso di essi.
In un'omelia per il Primo Maggio scorso l'arcivescovo di San Paolo del Brasile card. Claudio Hummes (che non è un sostenitore della Teologia della liberazione) affermava chiaramente che la disoccupazione che affligge il continente latinoamericano "è la maggior dimostrazione dell'incapacità dimostrata allo stato dal nuovo ordine mondiale di far avanzare soluzioni credibili ai grandi problemi economici e sociali che producono povertà e nella povertà mantengono centinaia di milioni di esseri umani. La stessa democrazia è a rischio in un tale contesto, e sempre più si rendono urgenti correzioni sostanziali di questo sistema". Più in là è andato il card. Dionigi Tettamanzi, che vede nella globalizzazione il tentativo del capitale "di affrancarsi dal lavoro perseguendo un suo faustiano disegno di indipendenza e di dominio lungo nuovi sentieri, svincolati da qualsiasi responsabilità verso il lavoro e protesi, al contrario, verso una totale mercificazione del lavoro" e che, entrando a Milano, ha ricordato che “le ragioni dei poveri non sono povere ragioni”.
Una volta di più al centro è il problema della persona, laddove i teorici (o teologi?) del neoliberismo mettono al centro il capitale. Il problema della politica è quello di riposizionarsi a partire dalla persona umana, laddove troppi anche a sinistra hanno ritenuto in questi anni che l'industria ed i mercati, a guisa di nuove divinità, dovessero essere la fonte cui abbeverarsi per essere davvero à la page.
Forse, se si tentasse di guardare alle manifestazioni per la pace e per una globalizzazione giusta -e più in prospettiva a quell'universo sociale veramente globalizzato che precede tali manifestazioni- la politica potrebbe anche capire a partire da quale issue ricentrare la propria azione, quali interessi difendere, quali rimettere nei loro limiti.
Qui, ci sembra, è chiamata direttamente in causa la cultura personalista e solidaristica cui noi amiamo riferirci, tenuto conto delle sistematica ed oggettiva difficoltà delle sinistre tradizionali di affrancarsi dal paradigma hegeliano che rende loro sospetto tutto ciò che si muove al di fuori dell'impianto statuale. Purtroppo, nella carta programmatica poco appare di questi problemi, e si tratta di un'omissione che dovrà essere al più presto riparata, poiché, come ha ricordato Romano Prodi nei suoi discorsi inter amicos pubblicati da qualche giornale, la creazione di un nuovo modello riformistico di livello europeo, da contrapporre a quello americano, non può prescindere da una seria riflessione sulle linee di sviluppo della globalizzazione, e delle loro conseguenze sulla vita concreta di centinaia di milioni di persone e a Firenze, ha affermato lo stesso Prodi, il pensiero unico è morto.
Certamente chiarezza d'intenti deve esserci anche fra di noi, e in questo senso credo si debba essere molto chiari sulle questioni di fondo, per non trincerarci dietro a una lotta di ombre cinesi in cui ognuno indossa la maschera che più gli aggrada e le polemiche, come rilevava mestamente qualche giorno fa Mario Pirani, sono in genere intestine e condotte con la testa voltata all'indietro. Ad esempio, mi pare che si debba essere chiari sulla questione della pace e della guerra, che per noi vuol dire unicamente no alla guerra senza se e senza ma, e con un di più di forza che ci viene dal dettato dell'articolo 11 della Costituzione, che parla di ”ripudio” della guerra senza alcuna scappatoia, come già nel 1991, all'epoca della prima Guerra del Golfo, ricordava il costituente Dossetti.
Non fa piacere che ora alcuni illustri rappresentanti della sinistra parlino di un articolo “datato” e spingano per una revisione almeno della clausola interpretativa sulla limitazione della sovranità cui la Repubblica consente (ed è confortante sapere che il Capo dello Stato non concorda con questa interpretazione). Perché se ammettiamo questo tipo di scappatoie su di un principio fondamentale dovremo sapere che tali scappatoie saranno possibili anche su altri principi ad esempio su quello, sancito dall'art. 5 , dell'unicità ed indivisibilità della Repubblica, e non aggiungo altro perché ci siamo capiti.
Intanto prosegue la mobilitazione delle persone di buona volontà, come si è visto a Cremona, dove Pax Christi ha organizzato la trentacinquesima Marcia della Pace, preceduta da tre giorni di dibattiti e discussioni culminati in una tavola rotonda dove hanno preso la parola Alex Zanotelli, il Segretario generale della FIM Caprioli , Pietro Ingrao e il sottoscritto. Proprio al termine dell'intervento di Ingrao, come sempre teso e lucido, don Tonio Dall'Olio, che di Pax Christi è l'anima, ha detto di notare con piacere che il confine fra credenti e non credenti, su questioni centrali come quella della pace, va sempre più sfumando.
D'altro canto, questo era l'auspicio di fondo dello stesso Giovanni XXIII nello scrivere la sua grande Enciclica, nel momento in cui metteva al centro della riflessione non astratte questioni di principio ma la realtà dell'uomo vivente, dei suoi diritti da rendere esigibili, della sua insopprimibile aspirazione.
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