L'avvocato
editoriale di febbraio 2003 - di Giovanni Bianchi

La morte di Gianni Agnelli, per quanto non inaspettata, ha prodotto comunque una grande sensazione sull’ immaginario pubblico italiano, legata non solo al fatto che la FIAT rimane la massima industria manifatturiera del nostro Paese, ma anche alla particolare personalità dello scomparso, al suo carattere cosmopolita, allo stile quasi regale che egli infondeva alle persone che lo circondavano e anche a quelli che lo conoscevano solo attraverso i giornali o la televisione, magari anche solo per le sue note passioni sportive.

Detto questo, e fatta la tara ai prevedibili eccessi di tono e di lunghezza delle commemorazioni pubbliche, verrà il momento di fare un bilancio sereno e forse anche severo del ruolo sostenuto dall’ Avvocato nelle vicende italiane dell’ ultimo quarantennio, ossia del periodo in cui, come massimo azionista e Presidente della FIAT ha determinato molte delle scelte non solo industriali del nostro Paese, interagendo non poco con il potere politico.

In un libro uscito ormai sette anni fa e passato, se non erriamo, alquanto sotto silenzio (si intitolava "Capitalismo all’ italiana" ) l’economista Salvatore Bragantini analizzava le virtù ed i molti vizi di un sistema castale basato non sul merito ma sulla discendenza e sulla cooptazione, non tacendo nulla della particolarità di un sistema bloccato in cui il monopolio di Bankitalia sul sistema creditizio e quello di Mediobanca sul sistema societario erano paragonabili a cerchi concentrici che negavano alla radice l’idea stessa di un mercato concorrenziale delineando piuttosto un modello paternalistico e consociativo che non lasciava filtrare aria e che si sarebbe infranto sugli scogli del mercato globale.

In questo senso la FIAT era l’azienda – simbolo di questo sistema, poiché, cresciuta essenzialmente con l’ausilio del potere politico fin dai tempi delle commesse belliche per la Prima e la Seconda guerra mondiale, si dimostrava incapace di gestire l’innovazione e la sfida della qualità tendendo piuttosto a cannibalizzare la concorrenza interna.

Infatti, la progressiva acquisizione di Lancia e Bianchi, il monopolio sul mercato del lusso con l’acquisizione della Ferrari (1969) e, fine, l’incorporazione dall’IRI dell’Alfa Romeo nel 1987 erano altrettanti episodi di un’escalation che aveva un connotato chiaramente distruttivo. Non è chi non veda, nell’area milanese, come l’operazione Alfa si sia risolta in un depauperamento dei saperi presenti nel patrimonio dell’azienda accompagnata da una progressiva riduzione dei livelli occupazionali, che alla fine hanno portato all’ormai imminente liquidazione dello stabilimento di Arese e all’annessione brutale in FIAT di quel che poteva essere utile al monopolista.

D’altro canto, la Famiglia Agnelli era anche pienamente coinvolta nel sistema detto delle "scatole cinesi": infatti i numerosi componenti della discendenza hanno tutti piccole o grandi cointeressenze nel patrimonio della IFIL, la cassaforte del gruppo, la quale controlla –come dimostra Bragantini- una parte limitata delle azioni FIAT, ma è in grado di determinarne le vicende principali facendo pagare le ricapitalizzazioni agli azionisti minori e godendosi per intero gli utili. Cosicchè, argomenta l’economista, gli azionisti minori, spesso persone a reddito fisso, pagavano non solo per le scelte aziendali, ma anche per i lussi e gli sfizi della Famiglia, tipo la Juventus, o anche per gli investimenti nel settore editoriale che, rileva sempre Bragantini, sono utilissimi alla proprietà perchè producono ideologia a suo sostegno (lo si è visto in certe cronache di questi giorni) ma non servono granché all’azionista medio il quale si trova a volte a dover ripianare buchi giganteschi di cui non porta alcuna responsabilità.

Nel settore imprenditoriale, poi, già la crisi degli anni Settanta portò Agnelli a doversi affidare interamente ai buoni uffici di Mediobanca e di Enrico Cuccia, e da lì datano operazioni discutibili come il coinvolgimento di Gheddafi nel capitale aziendale (un leader che fa investimenti aziendali con i soldi pubblici, molto etico) e anche l’inzio del lungo potere consolare di Cesare Romiti. Proprio Romiti avviò il progressivo disimpegno della Famiglia dalla produzione automobilistica, prima spezzando la resistenza sindacale con la famosa "marcia dei quarantamila" che non ebbe alcunché di spontaneo ma venne realizzata su cartolina precetto dell’ Azienda, poi con la liquidazione dell’innovativo progetto di collaborazione FIAT – Ford e il relativo licenziamento di Vittorio Ghidella, l’ultimo manager FIAT ad avere avuto una vera passione per l’automobile.

Agnelli riuscì a liberarsi di Romiti solo verso la metà degli anni Novanta, ma ormai il danno era fatto, e la FIAT potè solo gestire il proprio progressivo declino, aggravato anche da un’evidente incapacità della Famiglia di trovare soluzioni di ricambio del top management a causa delle note, tragiche vicende.

Si aggiunga che il declino industriale della FIAT ha un riflesso anche nel declino sociale ed umano della città di Torino la quale, perso il ruolo di capitale, ha trovato il suo ubi consistam del secolo XX nel farsi "city factory", aumentando a dismisura la propria popolazione. Solo che questo rapporto è stato di tipo saprofitaceo, nel senso che ha giovato all’azienda ma nel suo esaurirsi ha svuotato la città che, come dimostra un recente studio curato dalla ACLI torinesi, vive ora una gravissima crisi di identità e di qualità sociale, alla quale la FIAT non sa trovare risposta, e non si è neppure preoccupata di cercarla.

Diciamo quindi che Agnelli è stato l’ultimo interprete di quel capitalismo padronale e familistico che è la cifra interpretativa della debolezza del nostro sistema imprenditoriale, incapace di pensare al di fuori dell’ ottica dell’autoriproduzione e di liberarsi dal rapporto di sudditanza/condizionamento della politica anche quando interpretata da un personale scadente come quello attualmente al potere.

L’Avvocato, con il suo indubbio stile, con i suoi gesti regali, ne ha interpretato al meglio l’inesorabile decadenza, che però continua senza che sia apparsa sul proscenio una classe imprenditoriale diversa e migliore.

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