La pace sulla terra
editoriale di marzo 2003 - di Giovanni Bianchi

Quando Giovanni XXIII diede alle stampe l’enciclica Pacem in terris sapeva di essere condannato dal male che ogni giorno progrediva dentro di lui. In qualche modo egli volle con quella grande lettera all’ umanità (non solo ai cattolici, non solo ai credenti) lasciare un messaggio estremo, un quasi testamento che facesse riflettere i figli di Dio. Da lì prendemmo le mosse noi figli dell’epoca giovannea e conciliare, nella nostra riflessione sul pacifismo e sulla fine del concetto di guerra giusta, e sulle radici sociali dell’ingiustizia che porta alla guerra, ultimamente legate alla colpa di Adamo, ma penultimamente connesse all’avidità e all’incapacità di rispettare il pensiero degli altri, la loro profonda umanità.

E lì dentro c’è tutto, l’analisi delle cause della guerra, la richiesta pressante della creazione di organismi internazionali che rendano impossibile il ricorso alla guerra, l’appello ai cristiani perché siano loro i primi ad avere un atteggiamento tale da rendere attuale la beatitudine dei facitori di pace. Soprattutto però vi è la condanna esplicita e totale di ogni guerra possibile, sia pure temperata dalla necessaria ammissione della necessità di rendere meno letali e violente le guerre che comunque dovessero verificarsi.

Non è un caso che, sulle orme giovannee la Costituzione conciliare Gaudium et spes parli anche della "comunità dei popoli" come il luogo entro cui si risolve la contraddizione fondamentale che è alla base delle decisioni belliche. Impressiona questo brano: "L’intera società umana è giunta ad un momento sommamente decisivo nel progresso della sua maturazione. Mentre poco a poco va unificandosi e in ogni luogo diventa oramai meglio consapevole della propria unità, l’umanità non potrà tuttavia portare a compimento l’opera che consapevole della propria unità, l’umanità non potrà tuttavia portare a compimento l’opera che l’attende, di costruire cioè un mondo più umano per tutti gli uomini e su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno tutti con animo rinnovato alla vera pace" (77).

Ci sono le reminiscenze della guerra fredda, qui, ma c’è anche l’intuizione del crescente processo di globalizzazione, di una società umana che va integrandosi sempre di più, in cui la tecnologia riesce a superare tutte le barriere e a creare un mondo nuovo. In questa società, dicono i Padri conciliari, non esiste più alcun tipo di giustificazione per la guerra, perché la guerra implica la distruzione della persona umana.

Ma questo non basta, perché per lottare efficacemente contro la guerra occorre capire quale è la vera natura della pace, che non è solo la pura e semplice assenza della guerra, ma implica una conversione più profonda della persona umana. Può esistere infatti un contesto in cui non ci sono azioni belliche in corso, ma nella quale la giustizia è negata, i poveri sono oppressi e la libertà è conculcata: in questa caso non si può parlare di pace, perché fra le persone non vi è alcun sentimento pacifico ma solo un odio sordo che agisce sottotraccia e che desidera solo di poter esplodere quanto prima.

Si pensa che quando la Chiesa invoca la "pace nella giustizia" intenda dire che se non ci sono condizioni di giustizia vi possa essere una legittimazione per la guerra, ma non è così. Vi possono essere paci ingiuste, e lo abbiamo visto in precedenza, ma la guerra è sempre ingiusta, e quindi la trasformazione dell’ingiustizia in giustizia non può avvenire con metodi riprovevoli e violenti. Occorre vincere il male con il bene, come ricordano le Sacre Scritture e come dicono anche altre religioni come quella buddhista, secondo l’appassionato resoconto di Tiziano Terzani, il grande cronista di guerra che è il contraltare della signorina Fallaci e delle sue sguaiate invettive.

Ma ci sono anche le giustificazioni ideologiche per la guerra. Il 15 febbraio 2002 è comparso su "Le Monde" un lungo articolo-manifesto siglato da una cinquantina di personalità della cultura e della politica americane, intitolato: "Le ragioni di una lotta". Fra i firmatari figurano personalità di estrazione culturale, religiosa e politica assai diverse, che vanno dal principale estensore del documento, Michael Walzer, filosofo e storico del pensiero politico, al sociologo Robert Putnam, al teorico del comunitarismo Amitai Etzioni e all’ex senatore democratico Dan Moynihan. Accanto a queste personalità di orientamento progressista personaggi assai più controversi, come Francis Fukuyama, noto a suo tempo per l’assurda teoria della "fine della storia", come il teorico dello "scontro delle civiltà" Samuel Huntington ed il "teologo" catto-liberista Michael Novak.

Scopo fondamentale del testo sembra essere quello di chiarire, soprattutto a beneficio degli europei, le ragioni per cui il ricorso alla guerra in Afghanistan (ma è da star sicuri che le stesse cose le ridiranno anche per giustificare la guerra all’ Iraq) è stato non solo necessario ma giusto: solo che, invece di partire da considerazioni legate alla giustizia retributiva o alla geopolitica, i firmatari del manifesto preferiscono iniziare con una lunga dissertazione sui "valori americani" e sulla "questione di Dio". In qualche modo Walzer e gli altri sembrano volersi porre il problema di un esame di coscienza in pubblico da parte degli USA, collegandolo sia alla particolare natura della "terra dei liberi" e della propria autocoscienza, sia alla questione del rapporto con la sfera religiosa che è un problema reale per una società secolarizzata ma non del tutto laica (almeno nel senso europeo della parola) come quella americana.

Sul primo tema, richiamandosi a grandi lezioni morali come quella di Martin Luther King, il manifesto afferma l’esistenza di valori che vengono considerati oggettivi ed universali (il valore della dignità umana, della libertà di opinione, di espressione e di culto…), sia pure con la precisazione che essi "non sono l’appannaggio della sola America", ma costituiscono "un’eredità comune dell’umanità", e che in quanto tali vanno tutelati. Sul secondo tema, rifiutando sia il laicismo che il clericalismo, si ricorda invece che da sempre gli Stati Uniti hanno vissuto anche nella loro esperienza pubblica una forte dimensione di religiosità, e che essa può costituire un valore nel momento in cui contribuisce all’arricchimento della "religio civilis" che è alla base dell’identità nazionale. Il discorso si fa più complesso quando si arriva al terzo punto, che è quello della valutazione morale della guerra – della guerra in generale e di quella in corso in particolare – rivelando negli autori del documento un certo imbarazzo a maneggiare materiale tanto incandescente. Il manifesto rifiuta esplicitamente ogni ipotesi "realistica" che neghi la possibilità di applicare il giudizio etico alla guerra considerandola – secondo il pensiero di Clausewitz – la prosecuzione della politica con altri mezzi; rigetta ovviamente ogni idea di "guerra santa" o di "crociata"; manifesta una qualche attenzione nei confronti della teoria pacifista per cui ogni guerra è immorale, ma di fatto la rifiuta come irrealistica; si manifesta invece incline verso l’applicazione alla guerra di quella che si definisce "legge morale naturale", di fatto recuperando l’antica nozione teologica di "guerra giusta" (nel manifesto c’è un esplicito riferimento al pensiero di Sant’Agostino in proposito).

Da qui la conseguenza: l’11 settembre scorso gli Stati Uniti sono stati attaccati, migliaia di persone - per lo più civili – sono state uccise, gli autori di questi crimini sono noti e così pure le ragioni per cui hanno agito, e quindi debbono essere colpiti, conferendo così piena legittimità morale e giuridica alla guerra che si sta combattendo negli altipiani afghani. L’intero manifesto, i cui toni apprezzabilmente non scadono mai nell’enfasi né nella retorica, sembra essere permeato dalla necessità "missionaria" di convincere l’interlocutore non americano della correttezza dell’approccio culturale e della necessità di sostenere gli sforzi del Governo statunitense nella lotta contro il terrorismo. Qua e là si possono persino notare degli accenti autocritici, come se in qualche modo gli intellettuali firmatari del manifesto si ponessero la domanda rimasta fin qui interdetta nel dibattito pubblico americano, ossia quali siano le ragioni profonde che spingono milioni di persone nel mondo a odiare gli Stati Uniti al punto tale da manifestare gioia per atti abominevoli come quelli dell’11 settembre. Solo che lo scandaglio non riesce ad andare a fondo, ed in sostanza il tono generale è quello di una perorazione dalla quale non traspare chiaramente se i valori che l’umanità è chiamata a difendere siano valori universali o valori americani che diventano universali in nome di una superiorità materiale che vuole anche farsi superiorità morale in nome di quello che taluni teorici del pan-americanismo del XIX secolo chiamavano manifest destiny, il destino inevitabile degli Stati Uniti di guidare le sorti, allora del continente americano, adesso del mondo intero.

Ora, anche questo giustificazionismo ideologico è falso e del tutto condannabile alla luce di una lettura corretta del testo conciliare, poiché esso condanna ogni forma di sopraffazione, politica od economica che sia, e ritiene che la via maestra sia quella della cooperazione fra i popoli. Una volta si riteneva che la logica interna della macchina politico-militare dell’URSS fosse insensibile ad ogni stimolo esterno e quindi inattaccabile, e poi, anche grazie all’azione di Giovanni Paolo II, si è visto che non era così. Forse anche la logica interna della macchina della globalizzazione neoliberista può essere piegata, come in fondo ci indicano le grandi manifestazioni dei giorni scorsi.

torna su