Con Dio dalla nostra parte
editoriale di aprile 2003 - di Giovanni Bianchi

"With God on our side" non è solo il titolo di una bella e struggente canzone di Bob Dylan, ma è più in generale un tipico atteggiamento mentale dell’opinione pubblica e del sistema politico americani per descrivere il ruolo della propria Nazione come garante del Bene contro il Male.

Come ha dimostrato anni fa Fabrizio Tonello nel suo saggio "Da Saigon ad Oklahoma City", in nessun Paese come negli Stati uniti d’America il discorso religioso è parte integrante del discorso pubblico, non tanto per una dipendenza dello Stato dalla Chiesa, che di fatto è resa impossibile dall’assenza di un’unica confessione di riferimento, quanto per la predilezione ad una lettura messianica del "manifest destiny" degli USA a farsi garanti non solo dell’ordine economico e politico del mondo ma anche di quello morale.

Il recente studio comparso su di un giornale britannico sul ruolo della religione nella mentalità degli uomini che compongono l’attuale Amministrazione statunitense fa emergere con chiarezza la stupefacente capacità della weltanschauung della destra americana di far coincidere la logica degli affari con quella di un esasperato moralismo a base religiosa, che si fondono in un’aggressiva ideologia cui conviene l’aggettivo "imperiale". Non si tratta solo di George W.Bush, che ha più volte spiegato come la salvezza dall’alcoolismo e l’ inizio della fortunata carriera politica siano dipese dalla sua esperienza di "born–again" di cristiano rinato in una congregazione evangelica (mentre il padre George senior, da buon patrizio della East Coast, appartiene alla Chiesa episcopale, che è la filiazione americana della Comunione anglicana).

Insieme a lui anche Powell e la Rice, e così pure Rumsfeld ed Ashcroft appartengono a varie denominazioni di matrice battista e metodista e fanno riferimento a figure carismatiche di predicatori come Billy Graham e gli altri della "Christian coalition", i quali saldano al discorso religioso scelte politiche conservatrici in materia sociale ed economica, ed ovviamente appoggiano una politica estera aggressiva.

Nei posti chiave dell’attuale Amministrazione non c’è nessun cattolico, e la cosa è comprensibile giacché per sua natura la Chiesa di Roma rifiuta la concezione della sola centralità della Scrittura interpretata personalmente in termini spesso emozionali, che è invece la base reale dell’ evangelismo militante: d’altro canto, le chiare posizioni dei cattolici su temi come la pena di morte e lo Stato sociale e le recenti prese di posizione dell’Episcopato statunitense contro la guerra preventiva non sono tali da facilitare le simpatie per il cattolicesimo negli ambienti della destra repubblicana.

A certi cattolici spetta semmai un ruolo di pedagogia ideologica, per così dire, nella quale si esercitano religiosi come Neuhaus e Sirico, teologi come Novak e sociologi come Weigel, che cercano di dimostrare improbabili convergenze fra il turbocapitalismo e l’insegnamento sociale della Chiesa, e che vengono diffusi in Italia fra gli altri dal vaticanista dell’"Espresso" Sandro Magister, convertitosi negli ultimi anni al tradizionalismo e al berlusconismo, ed ora impegnatissimo a travisare sistematicamente le posizioni della Chiesa sulla nuova guerra del Golfo.

L'impasto di moralismo, messianesimo ed affarismo che da sempre è una cifra particolare della mentalità pubblica americana si è manifestato più volte nel corso dei secoli, dalla guerra contro il Messico apparentemente dettata dalla volontà di "vendicare Alamo" (laddove invece la ribellione texana era espressione della volontà dell’elemento anglosassone e protestante di emarginare politicamente ed economicamente l’elemento ispanico e cattolico), a quella contro la Spagna nata per nobili motivi contro il colonialismo della "vecchia Europa" e che si concluse con l’ annessione de facto di Cuba e della Filippine (e il grande Mark Twain scrisse una lettera al Presidente di allora per manifestargli il dolore di vedere la sua Nazione divenire una potenza coloniale allo stesso modo di quelle europee), fino all’incidente del golfo del Tonchino manovrato da Johnson per giustificare un sempre maggiore coinvolgimento nella palude vietnamita.

Se c’è qualcosa che l’Europa ha imparato dalle sue tragedie, non meno che dalla commistione fra le sue radici cattoliche e lo spirito cartesiano e kantiano, è quello di opporre un sano scetticismo sia alla logica affaristica che a quella chiliastica che sembrano essere alla base dell’ atteggiamento della destra americana non contrastata da un partito democratico in evidente debito di ossigeno e di idee (al punto tale che un eminente studioso come Charles Kupchan parla apertamente di un rischio di monopartitismo e di fine dei pesi e contrappesi che caratterizzavano la Costituzione materiale americana).

Proprio perché non vogliamo rinunciare all’America come alleata e partner non solo economico ma anche culturale dobbiamo opporci al messianismo americano.

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