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Sua Eccellenza Monsignor Antonio Bello, Vescovo di Molfetta Giovinazzo - Ruvo Terlizzi, insomma il nostro don Tonino, ci lasciava il 20 aprile 1993, esattamente dieci anni fa, ancora in tempo pasquale, ancora in tempo di guerra, perché pare proprio che il destino dei profeti e dei santi sia quello di parlare al cuore e alle menti degli uomini quando le une e gli altri sono obnubilati da quell’odio primitivo che spinge a spargere il sangue altrui, e magari anche a calcolare quello che si può ottenere dal ricostruire le case altrui che si è precedentemente provveduto ad abbattere.
Allora la guerra era quella di Bosnia e di tutto il territorio della Jugoslavia titina, e don Tonino aveva voluto testimoniare con le sue estreme forze il suo anelito di pace con la partecipazione alla grande marcia di Capodanno verso Sarajevo, la città assediata: la morte gli tolse la possibilità di vedere il dopo, che sarebbe stato quello di una "pacificazione" che produsse altri morti ed altre sofferenze, e che ha dato vita ad una pace fasulla che si regge solo sulle armi delle forze d’interdizione, le quali impediscono agli odi etnici sordamente covati dagli abitanti degli staterelli fantoccio costruiti sulle rovine del federalcomunismo di tornare ad insanguinare la regione.
Nessuna convivialità delle differenze, secondo la famosa formula che don Tonino aveva escogitato per definire la pace, e non solo nei grandi scenari internazionali, ma anche nella nostra Italia, giacché se fosse vivo oggi l’uomo che scriveva lettere agli extracomunitari, ai carcerati, ai drogati, alle prostitute -idealtipi di coloro che il suo mestiere di presidente alla carità della sua Chiesa locale gli faceva incontrare ogni giorno, con il loro carico di sofferenze e di ingiustizie patite- si accorgerebbe di come questo nostro Paese sarebbe diventato il luogo in cui i ricchi fanno leggi a loro uso e consumo e l’immigrazione dalle più povere plaghe della Terra sarebbe stata parificata a crimine gravissimo, e il nostro Governo avrebbe legittimato una guerra di aggressione tanto illegittima quanto necessitata da assai poco nobili motivazioni.
Forse don Tonino ci avrebbe ripetuto che occorreva evitare di sfidare la rabbia dei poveri, che sarebbe stato necessario rilanciare la sfida delle "tre P buone" (Parola, Progetto e Protesta) contro le "tre P cattive" (Profitto, Prodigio e Potere), contro le strutture di peccato esteriori ed interiori. Forse una volta di più si sarebbe messo ad ascoltare i segni dei tempi, sia positivi che negativi, tentando di dar voce alla speranza in continua meditazione della Parola di Dio e dei bisogni dei poveri, come aveva sempre fatto.
Materia non gli sarebbe mancata, e del resto non manca nemmeno a noi, solo che a volte ci manca la fatica di imparare a levigare le lenti per costruire gli occhiali giusti. Direi ad esempio che si può partire da due piccoli segni.
Il primo è andato in onda su tutte le tv, anche se a dire la verità ce n’est qu’un debut, ossia l’inizio della democrazia irachena, la quale è per l'appunto incominciata con cortei che dicevano: "né Saddam né Bush". Quella stessa frase che a qualche esponente del pacifismo intellettuale è stata contestata dai nipotini dello zio Sam in servizio permanente effettivo è invece lo slogan più gettonato a Bagdad , Bassora e Nayaf, per non dire di Kirkuk e Mosul dove i curdi scesi dai monti al seguito dei vincitori incominciano già a praticare discrete prove di pulizia etnica verso gli arabi. Per non dire poi che il tipo di futuro che comunque gli iracheni che sono scesi in piazza desiderano è islamico: già, perché se un merito il baathismo lo ha avuto, questo strano movimento nato doppiamente minoritario in quanto fondato da intellettuali socialisti di origine cristiana, è stato quello di garantire, al di là del delirio saddamita o della tecnocrazia militaresca siriana, una libertà religiosa altrove sconosciuta in terra islamica. Quale vaso di Pandora hanno aperto Bush e Blair?
Il secondo segnale, passato generalmente inosservato, arriva da Ginevra, dove nei giorni scorsi la Commissione per i diritti umani dell’ ONU ha bocciato di stretta misura la proposta di rinnovare il mandato allo "Special rapporteur" sui diritti umani nel Sudan martoriato da una ventennale guerra civile di stampo etnicoreligioso. Da notare che a votare contro sono stati, abbastanza scontatamente, i residui Paesi socialisti e la Russia (che ha i suoi problemi in Cecenia), ma anche tutti i Paesi africani che fanno parte della Commissione, incluso il democratico Sudafrica di Thabo Mbeki, l’erede di Mandela. Perché questo? Molte spiegazioni sono possibili, ma una forse deve far riflettere: è possibile che i Paesi africani, a torto o a ragione, si siano convinti che le loro questione interne non possano essere affrontate secondo il metro occidentale, e desiderino risolverle per quanto possibile da sé, sfuggendo a quello che un acuto commentatore di politica estera come Antonio Gambino ha definito "l’imperialismo dei diritti umani". Possiamo e dobbiamo dolercene, specie per quanto riguarda la drammatica situazione sudanese, ma le cose stanno così.
E’ sintomatico che nella politica che si ritiene e si fa chiamare "grande" nessuno abbia fin qui trovato il tempo di riflettere su queste cose, mentre molto più tempo si spreca in battaglie bizantine ed in ambizioni meschine.
Don Tonino saprebbe come interpretare questi segni alla luce della fede e della speranza cristiane, e si sentirebbe confortato dal fatto che vi sia una nuova generazione che dalla riflessione sulle ingiustizie globali che generano la guerra infinita è nata alla vita politica.
Certamente egli credeva alla grazia, ma, come Bonhoeffer, non credeva affatto che la grazia fosse a buon prezzo, e per questo esortò fino all’ultimo allo studio, all’impegno e alla dedizione di sé: un messaggio che a dieci anni di distanza, in questo "scialo di morte", come diceva il suo amico Turoldo, non ha perso nulla della sua forza.
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