Forte e chiaro
editoriale di giugno 2003 - di Giovanni Bianchi

C’ è un dato evidente, che rimbalza da Brema a Birmingham, da Bilbao a Roma, ed è che l’ aver fatto in guerra i reggicoda del potere imperiale di Washington non paga: sia la destra vera di Aznar, Berlusconi e della Merkel sia la sinistra annacquata di Blair hanno evidentemente dovuto scontare il fatto di avere sfidato le proprie opinioni pubbliche nel sostenere una guerra impopolare ed illegale.

Ma c’ è qualcosa in più, e lo diciamo avendo in mente soprattutto i risultati italiani così come si delineano sotto i nostri occhi: la sconfitta viene dalle amministrazioni locali perché è a livello locale che la destra palesa il suo limite più drammatico, quello di non avere una classe dirigente credibile.

Persone come Enrico Gasbarra, con la sua lunga militanza nell’ amministrazione capitolina, o come Fabrizio Neri, che a Massa ha condotto l’ Ulivo alla vittoria e la Margherita a sfiorare il 30%, o, in realtà più ristrette, Fiorenzo Grijuela a Ivrea, Laura Barzaghi a Nova Milanese, Stefano Lampertico a Gorgonzola non sono il frutto del caso o di una selezione fatta con criteri di telegenicità o di obbedienza al padrone.

No, sono amministratori autorevoli perché sono persone vere, cresciute nella vita sociale ed in quella politica intesa nel senso più ampio di questa parola, di quella polis che coincide con gli interessi locali, con la paziente attenzione ai problemi del cittadino comune, con le lotte quotidiane per i diritti e per una piena funzionalità dello Stato sociale.

La destra, lo si è visto chiaramente, non ha nulla di tutto questo, fatica a celare le divisioni che vengono dall’ antipatia anche quasi di tipo fisico che esiste fra gli esponenti dei diversi partiti che la compongono, mentre Forza Italia, laddove non riesce a celarsi dietro l’ immagine vincente (ma fino a quando ?) del Premier, dimostra tutti i limiti del partito –patchwork che è , groviglio di interessi in lotta fra di loro e perennemente attraversato da una lotta per bande potenzialmente esiziale. Se l’ UDC costituisce una realtà non negligeable soprattutto in Sicilia, dove purtroppo la vita politica è ancora largamente condizionata da elementi persistenti di clientelismo, AN è ormai un partito in declino, e la sconfitta di Moffa alle provinciali di Roma deve essere per il partito di Fini un chiaro monito rispetto all’ incapacità di esprimere una linea diversa da quella di Forza Italia specie su questioni che non hanno alcun rilievo politico ma concernono essenzialmente gli affari privati di Silvio Berlusconi.

Semmai se il centrosinistra europeo dimostra un’ evidente debolezza è nell’ incapacità di affondare il colpo decisivo nei confronti dei suoi avversari, chiaro portato di un’ afasia politica e culturale che nell’ ultimo decennio ha spesso costretto le forze democratiche a pensarsi come semplici adattatrici in termini più civili delle politiche neoliberiste che costituivano l’ orizzonte obbligato (il pensiero unico, appunto) dell’ Occidente.

In Gran Bretagna la sinistra formalmente è al governo, ma è chiaro che la stagione del blairismo volge al termine, non solo per l’ ostinato fiancheggiamento degli Americani, ma per le molte promesse mancate soprattutto in materia di servizi sociali e di occupazione. Il voto municipale del 1 maggio ha premiato particolarmente i liberaldemocratici, che agli occhi di molti rappresentano la vera alternativa di sinistra e riformatrice rispetto ad una dialettica pietrificata fra Labour e Tories, mentre forti componenti del partito di maggioranza si interrogano sulla possibilità di dare lo sfratto anticipato al Premier.

Anche in Germania governa la sinistra, e qui il problema di Schroeder è essenzialmente quello di tenere unito il partito non solo sulle scelte di politica estera ed europea, ma anche e soprattutto su quelle di politica sociale ed economica.

In Spagna è chiaro che ci si trova di fronte ad un cedimento strutturale della figura pubblica di Aznar, che per alcuni anni è stato speso dai media della destra europea come il leader di tipo nuovo ma che si è rivelato essere essenzialmente un mediocre burocrate di partito che ha sacrificato la visione internazionale della hispanidad , così cara al generalissimo Franco, ad una dipendenza acritica dagli USA, denotando anche una certa tendenza alla mania di grandezza, come dimostrato dalle grottescamente sfarzose nozze della figlia con il "delfino" Alejandro Agag (il paragone più ovvio a detta di molti era quello delle nozze fra Edda Mussolini e Galeazzo Ciano), che pare abbiano irritato per il loro sapore quasi regale il sovrano Juan Carlos. Semmai, il problema della sinistra spagnola ed in particolare di un PSOE che a lungo ha faticato a liberarsi dal clima ambiguo degli anni di Felipe Gonzalez, è quello di una certa timidezza della leadership del nuovo Segretario Josè Zapatero, il quale deve dimostrare ancora la sua affidabilità come uomo di Stato.

Ma il problema dei problemi è quello italiano, dove comunque i segnali confortanti ci sono per l’ Ulivo, in particolare per la capacità di riallacciare quelle alleanze con i movimenti sociali che si erano tragicamente interrotte nelle vie di Genova nel luglio di due anni fa. Il torpore seguito alla sconfitta elettorale alle politiche è stato indubbiamente scosso dalle parole dure e franche di Nanni Moretti, fattosi portavoce della preoccupazione e della frustrazione di gran parte dell’ elettorato, ed ha richiesto in questi due anni un sovrappiù di umiltà e di attenzione ai problemi reali del Paese.

Un lavoro di lunga lena che è ancora ben lontano dall’ essere compiuto, e che però sta già dando risultati, e continuerà a farlo nella misura in cui il centrosinistra cercherà quel che unisce più che quello che divide, e non si farà più imporre la propria agenda dagli avversari e dagli amici del giaguaro (i signori del "Riformista", il sen. Debenedetti, il prof. Ichino…) i quali ultimi, scambiando il loro Paese immaginario con l’ Italia reale, non si rendono conto che di una sinistra che faccia la destra non c’ è davvero alcun bisogno, basta già Berlusconi.

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