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La mobilitazione in corso ormai da quasi due settimane nelle università iraniane e quella con risvolti tragici- dei cosiddetti "mujaheddin del popolo" nelle piazze europee, per quanto non direttamente collegate come ha spiegato da par suo Igor Man in una articolo sulla "Stampa"del 20 giugno- danno la misura dello stato di crisi in cui versa attualmente l’ Iran a fronte dei mutati equilibri nell’ area del Golfo e della crescente insoddisfazione per la gestione bicipite della cosa pubblica.
Diciamo bicipite poiché la Costituzione della Repubblica islamica permette da un lato l’ elezione libera e democratica del Parlamento e del Presidente della Repubblica, concedendo anche alle donne l’ accesso alle massime cariche, ma d’ altro canto sottopone gli organi democratici di governo allo stretto controllo della Guida della Rivoluzione ("Faghih") che nel primo periodo di vita dell’ Iran post monarchico era incarnata dalla carismatica personalità dell’ ayatollah Ruollah Khomeini, e, dopo la sua morte, dal suo fido discepolo Mohammed Ali Khamenei . Il parere della Guida ("Velayat Faghih") rappresenta l’ ultima istanza politica e morale del Paese, ed ha il potere di annullare gli atti del Parlamento e del Capo dello Stato, potendo in sostanza contare sul controllo diretto della polizia ordinaria, di quella segreta e della Guardia della Rivoluzione,
i famosi Pasdaran.
Finchè l’ orientamento politico generale della Guida e del Capo dello Stato rimaneva comune, ogni possibile conflitto era troncato in radice, e così avvenne in pratica fra Khamenei e l’ ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, che fu Capo dello Stato a cavallo degli anni Ottanta e Novanta. Quando però, sull’ onda del crescente malessere popolare, alla suprema carica dello Stato giunse l’ hojatoleslam Mohamed Khatami, di spirito moderato ma di tendenza inequivocabilmente riformista, lo scontro divenne inevitabile,
e si inasprì quando il Parlamento ("Majlis") elezione dopo elezione diede una crescente maggioranza ai partiti riformisti, che si proponevano di smantellare progressivamente il rigido controllo del clero sciita sulla società iraniana.
Infatti, per meglio inquadrare la situazione iraniana occorre riflettere sulla tradizione religiosa di quel Paese, dominato da una corrente minoritaria dell’ Islam, appunto quella sciita ("Shia" in arabo significa partito) che raggruppa i fedeli del quarto califfo Ali, nipote e genero di Maometto, tradito e ucciso dai seguaci della "sunna", della tradizione coranica (appunto i sunniti, la corrente largamente maggioritaria dell’ Islam), e che dovettero abbandonare l’ Arabia e la Siria per collocarsi particolarmente nelle terre degli attuali Iraq e Iran. Lo sciismo è l’ unica comunità islamica che abbia un’ organizzazione di tipo ecclesiastico ed un clero regolare, nonché una lunga tradizione di lotta contro i poteri statuali, che nella Persia islamizzata era incarnata dagli Scià, eredi nominali dell’ antica tradizione di grandi re come Ciro e Cosroe.
Le circostanze che portarono alla caduta dell’ ultimo scià, Mohamed Reza Pahlevi, e alla rivoluzione islamica sono state ricostruite magistralmente da Ryszard Kapuscinski nel suo libro "Shah in Shah", ripubblicato recentemente da Feltrinelli: in esso viene ricostruita la folle politica "riformista" di un sovrano assoluto che non faceva distinzione fra il suo patrimonio personale e quello dello Stato, che bruciò i miliardi della cuccagna petrolifera dei primi anni Settanta in un insensato progetto di modernizzazione di un Paese che non ne aveva le basi culturali e tecniche, nel tentativo di costruire il terzo esercito del mondo, un esercito i cui maggiori allori si contavano nella feroce repressione di ogni moto popolare, in ciò affiancato da un’ onnipresente polizia politica chiamata Savak, il cui nome bastava a gettare nel terrore ogni cittadino iraniano.
L’ inesistenza di un’ alternativa politica che non fosse immediatamente repressa gettò gli oppositori del regime fra le braccia dei mullah propagatori del verbo dell’ esiliato Khomeini, in una salda alleanza fra la moschea e il bazar, ossia il luogo laico degli affari e delle discussioni , che più di ogni altro soffriva per la crisi economica seguita al boom petrolifero.
L’assenza di un’ alternativa laica e politica all’ opposizione religiosa fu da sempre
l’ handicap della rivoluzione iraniana, e ad essa non potevano certo supplire i mujaheddin del popolo (la cui ideologia originaria era in effetti laica e socialista), infamati agli occhi dell’ opinione pubblica iraniana dalla loro ventennale collaborazione con Saddam Hussein, col quale avevano stretto un patto in base al principio "il nemico del mio nemico è mio amico" quando il rais attaccò improvvidamente l’ Iran islamico nel 1980. Ciò dimostra fra
l’ altro come tutto sia relativo in politica, se è vero che quella guerra Saddam la fece su indiretto mandato americano, e i mujaheddin ebbero non pochi aiuti dalla CIA per le loro azioni terroristiche oltreconfine fra cui l’ attentato dell’ agosto 1981 in cui persero la vita il Presidente della Repubblica Rajai ed il Primo Ministro Bahonar (in precedenza un altro attentato aveva ucciso l’ ayatollah Beheshti, capo del supremo tribunale islamico).
La vittoria di Khatami aveva quindi rappresentato per l’ Iran l’ occasione per rompere una cappa di bigottismo e tradizionalismo intollerabile specie per le giovani generazioni, e questo aveva portato al fiorire di nuove iniziative, alla nascita di giornali e riviste liberi da censure, alla richiesta di maggiore libertà nell’ insegnamento e nei costumi pubblici.
La reazione del potere islamico non si è fatta attendere, e si è concretizzata da un lato nel progressivo svuotamento da parte della Guida e del Consiglio di conciliazione (una sorta di Corte costituzionale guidata dall’ ex Presidente Rafsanjani) delle funzioni e del potere del Presidente e del Parlamento, e dall’ altra con una serie di "fatwa" dei tribunali islamici che hanno colpito gli intellettuali più in vista del nuovo corso, e a frequenti irruzioni dei Pasdaran nei turbolenti campus universitari.
E’ indubbio che Khamenei ed i suoi sostenitori sono frenati nel desiderio di lanciare una purga in grande stile dalla minacciosa presenza delle truppe americane in Iraq, come del resto gli Americani sono frenati nel desiderio di regolare i conti con chi li umiliò nella vicenda degli ostaggi dell’ Ambasciata dal fatto che più della metà della popolazione irachena è composta da sciiti che a Qom e a Teheran guardano come al loro riferimento spirituale, e potrebbero divenire un pericoloso nemico alle spalle di un esercito che già deve lamentare almeno un morto al giorno in attentati di una resistenza pulviscolare e del tutto imprevista.
L’ inserimento dell’ Iran nella lista dell’ "asse del male" richiama molti degli argomenti speciosi utilizzati contro Saddam, in particolare quello degli armamenti nucleari (preso per buono un po’ troppo affrettatamente dall’ Unione europea) e quello di un’ alleanza con Al Qaeda resa impossibile dall’ irriducibile avversità fra i governanti sciiti di Teheran e l’ ultrà sunnita bin Laden. Il rischio invece, come paventa Magdi Allam, è che semmai questa alleanza si cementi ex post a fronte di un nemico comune.
Non dimentichino infine i nostri governanti che l’ Iran è uno dei maggiori partner economici del nostro Paese, e che solo nei primi quattro mesi del 2002 il nostro export verso quel paese è aumentato del 72% rispetto allo stesso periodo del 2001 , per un giro d’ affari di complessivi 542 milioni di euro.
Motivo in più per ragionare secondo il nostro interesse nazionale e non secondo la logica del vassallaggio verso Washington.
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