Alfa Romeo: una vicenda italiana
editoriale di agosto 2003 - di Giovanni Bianchi

Che la sorte dello stabilimento dell’ Alfa Romeo di Arese, dove si era trasferita la produzione dal mitico Portello, una delle culle della classe operaia milanese, fosse segnata era chiaro per gli osservatori più smaliziati almeno sin dal 1987, quando la FIAT si insediò sull’ antico dominio dell’ IRI completando il processo di monopolizzazione (e di vampirizzazione) dei saperi e della produzione automobilistica nel nostro Paese.

Nell’ immaginario collettivo diffuso sapientemente da una stampa che, dopo i fatti torinesi dell’ ottobre 1980 non aveva più particolari riguardi per i sindacati, già a loro volta divisisi sulla questione del decreto di San Valentino e sul successivo referendum sulla scala mobile voluto e perso dal PCI e dalla CGIL, Arese, così come l’ Alfasud di Pomigliano d’ Arco erano l’ epitome dell’ inefficienza delle partecipazioni statali, del pan-sindacalismo e della contiguità ad ambienti terroristici.

Le manovre antisindacali poste immediatamente in essere dalla nuova dirigenza di marca torinese passarono così nell’ indifferenza generale, quando non vennero salutate come un doveroso ritorno all’ ordine dopo gli anni dell’ anarchia. Passò anche sotto silenzio il progressivo svuotamento di funzioni e di attività produttive dello stabilimento di Arese e di tutto il complesso dell’ ex Alfa Romeo, mentre ben pochi si preoccupavano di ascoltare le isolate cassandre che vaticinavano, di fronte all’ incalzare della crisi del modello di produzione e del mercato dell’ automobile, la progressiva razionalizzazione della produzione che di necessità avrebbe condotto ad una contrazione dell’ occupazione e ad una liquidazione delle marche aziendali via via acquisite dal monopolista torinese.

Tali messaggi, ripetiamo, passarono inascoltati, e per tutti gli anni Novanta andò avanti la sistematica spoliazione della struttura dell’ Alfa Romeo, che andava di pari passo alla liquidazione dell’ Autobianchi e al ridimensionamento della Lancia . Solo la crisi strutturale del sistema FIAT prodottasi lo scorso anno, quasi in corrispondenza con la morte dell’ Avvocato, faceva sì che finalmente si aprissero gli occhi dell’ opinione pubblica e delle forze politiche di fronte al baratro in cui si trovava la prima azienda manifatturiera del nostro Paese, quasi simbolo di un generale tracollo del sistema produttivo italiano.

Uno dei primi a cogliere il nocciolo di questa crisi era stato Luciano Gallino, che nel suo ultimo, agile libretto intitolato "La scomparsa dell’ Italia industriale", uscito recentemente per i tipi di Einaudi, che descrive puntualmente lo sfascio di un sistema industriale di prim’ ordine che aveva raggiunto punte di eccellenza in settori anche di avanguardia, come la chimica e l’ informatica , che sono stati sistematicamente sacrificati alle ubbie di "capitani di sventura" che alla fatica della ricerca e dell’ innovazione hanno preferito la via corta del gioco finanziario e della lotta sociale.

E’ un dato di fatto: nel nostro Paese la ricerca applicata all’ innovazione produttiva è un relitto del passato, e l’ ultimo caso di brevetto industriale finalizzato alla produzione di massa si può fari risalire alle ricerche di Giulio Natta sul moplene (e siamo a quarant’ anni fa). E’ di norma imputare la fuga dei cervelli alle scarse possibilità offerte da un sistema universitario dominato dall’ intreccio mefitico fra baronie e burocrazie, ma fin qui ben pochi si sono curati di approfondire le colpe di un’ imprenditoria miope circa gli spazi che in altri Paesi vengono riservati alla ricerca applicata all’ impresa.

Certo, argomenta a ragione Gallino, altrove c’è un intero sistema Paese, che comprende Governo, Enti locali, banche, imprese e sindacati, che si muove per garantire la politica industriale creando le necessarie infrastrutture sociali e materiali: ciò rende anche possibile politiche di correzione di aspetti del sistema di welfare, che in Italia sono in partenza non credibili perché veicolate da soggetti che in cambio dei sacrifici richiesti generalmente ai lavoratori non sono disposti a concedere alcunché né sul piano salariale né sul piano dei prezzi.

La questione di Arese è emblematica del vuoto della politica, e siccome non solo la natura ma anche la vita sociale non tollera vuoti, la supplenza della magistratura, che ha ordinato la riapertura dello stabilimento e la riammissione in produzione dei cassintegrati, diventa quasi inevitabile.

Ora la palla passa proprio agli interlocutori istituzionali, ma non c’è molto da sperare nel momento in cui la Regione continua a baloccarsi su progetti inconsistenti (l’ "auto ecologica" e così via) oltretutto in un quadro di turbolenza istituzionale. Dal canto suo la Provincia di Milano, cui la recente legislazione affida un ruolo capitale nella gestione del mercato del lavoro, sconta la scarsa credibilità di una gestione politica al ribasso, più attenta alla gestione dell’ immagine che dell’ attività di governo, e che peraltro concepisce la questione del lavoro come un problema secondario.

E’ chiaro che una seria alternativa di governo dovrà farsi carico di una forte progettualità sul tema della politica industriale, senza avere paura di riservare ai pubblici poteri un ruolo di primo piano.

torna su