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L’ 11 settembre 1973 era di martedì: quel giorno il Presidente legittimo della Repubblica cilena Salvador Allende Goossens aveva in animo di rivolgere un discorso alla Nazione in preda ad una grave crisi economica e politica.
Da tre anni Allende, esponente socialista e candidato del cartello di sinistra Unidad popular occupava quella carica essendo risultato il primo degli eletti in termini relativi nelle votazioni popolari, precedendo il nazionalista Jorge Alessandri, ex Presidente ed esponente dei circoli più reazionari ed il democristiano Radomiro Tomic, esponente dell’ ala sinistra del partito che esprimeva il Presidente uscente Eduardo Frei Montalva. Come la Costituzione prevedeva, era il Parlamento a dover procedere ora all’ elezione del Presidente della Repubblica (che era anche capo del Governo, secondo uno schema simile a quello della Costituzione statunitense), e Tomic aveva già fatto sapere che i voti democristiani sarebbero andati al candidato delle sinistre.
Occorre dire che fin da subito il Governo nordamericano, nelle persone del Presidente repubblicano Richard Nixon e del suo consigliere per gli affari internazionali Henry Kissinger, aveva percepito la nuova situazione cilena come una minaccia ai suoi interessi, anche perché nel programma del nuovo Presidente vi era la nazionalizzazione delle miniere di rame di cui il Cile è ricco, e che fino ad allora erano state prevalentemente sfruttate dalle multinazionali americane (e un primo tentativo di nazionalizzazione era costato negli anni Trenta prima la destituzione e poi la vita al Presidente Manuel Balmaceda).
Il primo tentativo esperito fu quello di impedire l’ insediamento di Allende, e per questo il Governo americano, per il tramite dei residenti della CIA a Santiago, mise in piedi una provocazione affidata a squadracce di estrema destra contro il Capo di Stato Maggiore della Difesa generale Renè Schneider, che aveva detto chiaramente di voler favorire
l’ avvicendamento democratico alla guida del Paese. I documenti desecretati della CIA del Dipartimento di Stato resi noti nel 2000 ad iniziativa del Presidente Clinton e riportati in due libri disponibili in edizione italiana rispettivamente del giornalista americano Christopher Hitchens e della sua collega cilena Patricia Verdugo- dimostrano chiaramente come non solo le istruzioni ma anche le armi per l’ attentato contro Schneider vennero direttamente da Washington (Nixon aveva messo a disposizione dei cospiratori un fondo di dieci milioni di dollari, una cifra ancor oggi notevole, ma addirittura stratosferica per l’ epoca).
Kissinger nelle sue varie autodifese ha dichiarato che il piano originario era solo quello di rapire il generale, ma sta di fatto che Schneider venne ucciso, che il tentativo di addossarne la colpa all’ estrema sinistra fallì e che di conseguenza il Presidente Allende poté insediarsi e nominare al posto dell’ucciso un altro generale lealista, Carlos Prats.
A questo punto scattò il piano alternativo, che nelle istruzioni di Nixon era quello di "far piangere l’ economia cilena" attraverso un sistematico boicottaggio del Paese andino, che in poco tempo divenne una sorta di nuovo "paria" d’ America insieme alla Cuba castrista (il temine di "Stato canaglia" non era ancora in uso all’ epoca), ambedue considerati come cavalli di Troia moscoviti. Collegandosi con le forze reazionarie presenti in Cile, e sfruttando anche la progressiva difficoltà dei rapporti fra Allende e la DC, fu facile per gli USA creare un clima di continua tensione che si manifestavano anche nelle clamorose rivolte del ceto medio o dei piccoli imprenditori (si ricordi il blocco dei camion e le cosiddette "cacerolas").
A ciò si aggiunga la presenza in Unidad popular, ed in particolare nel Partito socialista guidato da Carlos Altamirano, l’ emergere di tensioni estremiste e di spinte antisistema che giudicavano troppo prudente il riformismo di Allende, il quale per parte sua non desiderava affatto portare il Cile nell’ orbita sovietica né farne una nuova Cuba sulle Ande. Anche tali pulsioni infantili (che peraltro non vennero mai assecondate dal ben più prudente Partito comunista di Teitelboim, Neruda e Corvalan) vennero sfruttate dagli avversari interni ed esterni del regime, al punto che non mancarono atti di provocazione come quello che documenta la Verdugo di un certo Osvaldo Romo Mena che, da esaltato critico di sinistra del Governo di Allende, ricomparve dopo il golpe in veste di agente della polizia segreta, la famigerata DINA del colonnello Manuel Contreras.
Sta di fatto che nonostante questo, quando le opposizioni di destra, ossia nazionalisti e democristiani (e la DC scontò per questo una grave scissione dei suoi elementi giovanili e democratici più attivi, che diedero vita alla Sinistra cristiana), cercarono di ottenere la maggioranza di due terzi alle elezioni congressuali della primavera 1973, così da avere il quorum necessario per rimuovere il Presidente, fallirono in pieno ed anzi Unidad popular aumentò i suoi consensi.
Fu così che fra molte complicità interne ed esterne si arrivò al golpe di quel giorno, quando i militari traditori si mossero per cercare di impedire al Presidente di promettere al popolo quel plebiscito pro o contro la sua persona che sarebbe stata la cartina di tornasole democratica del suo consenso. Fra i golpisti si distinse il generale Augusto Pinochet Ugarte, che pochi mesi prima aveva assunto la guida dello Stato maggiore sostituendo lo stremato Prats (il quale poi fu ripagato venendo ucciso in esilio a Buenos Aires, come venne ucciso l’ ex ministro socialista Orlando Letelier a Washington e come si cercò di uccidere il democristiano Bernardo Leighton a Roma), e che, ultimo arrivato fra i congiurati, eclissò ben presto i suoi colleghi assumendo la guida della Nazione e consolidando il suo potere con il terrore, il sangue e la miseria indotte dalle sue politiche rigorosamente neoliberiste.
Allende si diede la morte (del resto i golpisti avevano comunque pensato di sopprimerlo) auspicando nel suo ultimo discorso che "si aprissero i viali spaziosi su cui potrà passare l’ uomo libero": la democrazia è tornata in Cile, ed ora un socialista, Ricardo Lagos, siede alla Moneda in accordo con gli ex avversari democristiani, ma il prezzo di questo ritorno alla democrazia è stato il forzato oblio del passato.
D’ altro canto, non sono mancati nemmeno nel nostro Paese gli ammiratori di Pinochet, se è vero che solo pochi anni fa la rivista "Cristianità", organo dell’ associazione clerico fascista denominata "Alleanza cattolica" (di cui è magna pars l’ attuale Sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano) pubblicò il testamento spirituale del vecchio dittatore all’ epoca agli arresti in Gran Bretagna, dipingendolo come una vittima di "persecuzioni comuniste". Dal canto suo il Segretario di Stato americano Colin Powell ha dovuto ammettere che quella del Cile è stata una pagina poco onorevole nella storia degli USA, ma la cosa suona un po’ ridicola in bocca ad uno dei massimi artefici della guerra di aggressione in Iraq.
C’ è una morale in tutta questa vicenda? Forse quella eterna di Fedro: "Superior stabat lupus…" con quel che segue, ossia la difficoltà dei piccoli ad aver ragione contendendo con i grandi. Nello stesso tempo, che chi crede nella democrazia e nella giustizia sociale non può mai esimersi dal tentare e ritentare, quando crede di essere nel giusto.
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