Venticinque anni
editoriale di ottobre 2003 - di Giovanni Bianchi

Uno choc? Eccome, e per due motivi: il primo stava, ovviamente, nel fatto che dal 1523, anno della morte di Adriano VI, ossia Adrian Florensz di Utrecht, i Papi erano stati scelti nel perimetro della nostra Penisola. Un Papa non da poco, fra l’ altro, quell’ Adriano VI, sebbene avesse regnato per soli due anni: precettore amatissimo del grande imperatore Carlo V non aveva fatto sconti da Pontefice all’ antico pupillo, aveva destinato ai poveri i soldi che la municipalità romana voleva usare per dedicargli un arco di trionfo e, soprattutto, aveva messo in piedi una sorta di "commissione di revisione teologica" che, ben prima della convocazione del Concilio di Trento, facesse chiarezza sulle reali cause dello scisma luterano e cercasse di porvi rimedio anche con radicali riforme dei costumi della Chiesa, offrendo e chiedendo perdono per le reciproche colpe ai fratelli da poco separati.

Ma il secondo choc stava nell’ origine di questo quasi ignoto cardinale Karol Wojtyla, un polacco, ossia uno slavo del nord figlio di una stirpe che aveva orgogliosamente mantenuto il retaggio cattolico pur essendo schiacciata fra i prepotenti vicini luterani ed ortodossi, che l’ avevano piegata ma non vinta, e che da oltre trent’ anni si misurava con l’ impero rosso che si voleva portatore di una più vera e profonda redenzione dell’ umanità.

Dunque un doppio choc per noi in quell’ indimenticabile ottobre del 1978, e subito anche un desiderio di capire, di prendere le misure di Giovanni Paolo II, di capire che cosa lui voleva da noi e che cosa noi avremmo potuto attenderci da lui.

Possiamo dirlo con franchezza: in questi venticinque anni il Papa ci ha spiazzato, e più volte, perché ha dimostrato che il vero uomo di Dio è colui che si muove secondo rotte e portolani che non sono quelli del senso comune umano.

Dovendo riassumere (con tutti i rischi del caso) il senso di questa avventura umana così importante potremmo azzardarci di dire che due sono stati i connotati più evidenti del pontificato di Giovanni Paolo II: fedeltà assoluta all’ uomo e interpretazione creativa del Concilio Vaticano II.

Quanto al primo, sembra ovvio dire che se esiste un filo rosso che lega la sua lotta risoluta contro le dittature, fossero esse quelle della classe o quelle del mercato, è stato indubbiamente il trovare che la loro imperfezione di fondo era la pretesa prometeica di liberare completamente l’ uomo da Dio, consegnandolo invece ad una nuova schiavitù che deriva dalla mutilazione di una parte del profilo spirituale dell’ uomo stesso. Quando a Praga nel 1990 il Papa rifletteva sul venir meno, come si esprimeva, "del più grande esperimento di ingegneria umana che la storia abbia conosciuto", egli dimostrava di aver compreso in pienezza le aspirazioni dell’ umanesimo marxista, e di poterle respingere perché parziali. Lo stesso impegno per la pace, la riflessione dell’ ultima "Via Crucis" sugli "imperi che crollano" sono il senso di una sapienza storica che sa guardare oltre gli apparenti trionfi proprio perché rifiuta di ridurre il proprio orizzonte ai recinti della sapienza umana, fossero anche quelli dell’ "Occidente cristiano" o dell’ "Impero del bene".

Così anche in campo teologico questo Pontefice, che non ha mai voluto venir meno ai fondamenti della fede cattolica, e che spesso è stato considerato conservatore dai settori più impegnati della teologia postconciliare, nello stesso tempo ha reinterpretato e rilanciato il messaggio del Vaticano II soprattutto per quel che concerne un ecumenismo praticato, chiudendo di fatto (anche se per arrivare ad una piena comunione occorreranno ancora anni e resistenze da vincere) le ragioni profonde della separazione con i luterani con la dichiarazione congiunta sulla "giustificazione" e quella con gli ortodossi con il riconoscimento delle colpe commesse nel passato, che peraltro approfondisce il passo già compiuto da Paolo VI e dal Patriarca Athenagoras nel 1965 con la cancellazione delle reciproche scomuniche.

Questi venticinque anni hanno cambiato il volto del mondo e le coscienze delle persone: il processo di secolarizzazione è avanzato e la Chiesa non ha più l’ immagine pubblica di una volta. Siamo però convinti che una testimonianza forte come quella di questo Pontefice che ha permesso alle telecamere di registrare il passaggio della sua condizione umana da quella di energico "atleta di Dio" a quella di uomo ferito da un oscuro sicario a quella infine di un vegliardo indifeso sia meno attento a tali questioni piuttosto che all’ esigenza di far crescere una Chiesa che sia ancora segno visibile, sia pure in forma diversa dal passato, della possibilità di dare una risposta agli eterni interrogativi dell’ umanità.

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