Una politica per i lavoratori
editoriale di novembre 2003 - di Giovanni Bianchi

Dopo l’esito più che positivo nei numeri e nei contenuti dello sciopero generale del 24 ottobre si apre la questione del dividendo che i sindacati e le forze sociali potranno incassare nel confronto con il Governo.

Diciamolo subito: non si otterrà granché, perché la tutela dei diritti e del benessere dei lavoratori non è in alcun modo in cima (e forse nemmeno in fondo) all’ ordine del giorno delle priorità di questo Governo: se c’ è stato un merito delle controversie di queste ultime settimane è quello di aver chiarito in via definitiva che qualsiasi ipotesi di un accordo onesto con questo tipo di governanti non porta da alcuna parte, giacché costoro capiscono solo i rapporti di forza e sono pronti a stracciare qualunque accordo o ad interpretarlo nel senso che meglio gli conviene.

D’altro canto, la questione delle pensioni (i sindacalisti lo sanno bene) non è che un aspetto della più generale situazione dei lavoratori: in questo senso, la distinzione fra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori "atipici" è del tutto apparente, in quanto i problemi della previdenza, della sanità., dell’assistenza pubblica sono questioni che, in regime di privatizzazione diffusa e di blocco sostanziale degli stipendi, riguardano tutti.

D’altro canto, la legge 30/03, che chiamare "legge Biagi" è offensivo per la memoria di Marco Biagi, non ha fatto altro che fotografare l’ esistente dando una veste giuridica impropria alle situazioni di precarietà che esistono in forma diffusa nelle pieghe dell’attività economica nel nostro Paese, condannando intere generazioni ad un futuro di ansia e di insicurezza che, ad onta del familismo ipocrita sbandierato dai nostri governanti, non è certo la condizione migliore per mettere in piedi nuove famiglie.

Per chi poi ha già un lavoro il rischio è quello della costante diminuzione delle garanzie e dei diritti sul posto di lavoro, diminuzione in termini legislativi, s’intende, giacché il loro pratico azzeramento è già un dato di fatto in molte realtà come conseguenza del saldarsi fra gli interessi di un padronato miope e di una destra politica prona ai suoi interessi.

Il caso più tipico è quello di problemi della sicurezza e della salute sul posto di lavoro: che il nostro Paese sia quello con una fra le più alte incidenze di morti e invalidi per incidenti professionali è cosa nota, anche se ai governanti non piace ricordarla. Che però uno degli impegni di questo Governo sia quella di rendere ancora più alta questa incidenza è invece poco noto, e senza l’acribia di alcuni oppositori non lo sapremmo mai.

Uno di questi tenaci "cani da guardia" degli interessi dei lavoratori è il senatore Antonio Pizzinato, che nelle pieghe del disegno di legge sulla finanziaria 2004 ha trovato una norma incredibile, quella dell’articolo 47 con cui vengono annullate le certificazioni già rilasciata dall’INAIL a 41 mila lavoratori che, avendo lavorato per oltre dieci anni esposti all’amianto (e quanto sia velenosa questa sostanza lo sa qualsiasi lettore anche disattento delle cronache sociali), avevano maturato il diritto di andare anticipatamente in pensione. Il Governo infatti vorrebbe imporre loro l’obbligo di ripresentare le domande, costringendoli ad attendere nuove verifiche da parte dell’INAIL (spesso rese pressoché impossibili dal fatto che le aziende dove costoro lavoravano non esistono più), riducendo nel contempo il coefficiente di esposizione da 1.50 a 1.25 al solo fine dell’aumento del valore della pensione per gli anni di lavoro in contatto con l’amianto.

Di fatto, l’unico effetto, veramente miserabile, di questa norma sarà quello di ridurre del 70% gli oneri necessari a pagare la pensione di queste vittime del lavoro: così i nostri governanti fanno cassa anche sul dolore e sulla sofferenza.

La questione delle condizioni di lavoro, dei diritti sul posto di lavoro è a tutt’oggi una delle più scottanti che il nostro Paese si trova a vivere, perché riguarda milioni di persone che hanno la sensazione di non fare -come suol dirsi- audience ed i cui problemi solo episodicamente sono considerati come oggetto di discussione e di intervento da parte della politica.

Eppure, nel torrente di informazioni inutili e fasulle da cui siamo quotidianamente investiti vi sarebbe uno spazio significativo per chi voglia fare delle ricerche autentiche e serie sui problemi veri di gente vera: certo, non possiamo aspettarci che lo facciano i berlusconiani di complemento del "Riformista" (che ha recentemente "festeggiato" il suo primo anniversario di battaglie reazionarie travestite da progressiste). Sarebbe forse una cosa degna delle grandi inchieste dell’ "Espresso" del tempo che fu, ma è difficile che la cosa possa riguardare un giornale che oggi ospita la omelie clerico-reazionarie di Sandro Magister e il berlusconismo di ritorno di Giampaolo Pansa.

Quel che è certo è che le forze democratiche, l’Ulivo ed i suoi alleati, non possono consegnare milioni di persone alla sensazione dell’abbandono e del disinteresse per i loro problemi.

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