La città bloccata
editoriale di dicembre 2003 - di Giovanni Bianchi

I cittadini di Milano non scorderanno facilmente il 1 dicembre 2003, il giorno del blocco totale dell’ ATM e della MM, dei mezzi pubblici di superficie e di quelli sotterranei , della pioggia battente, del grande ingorgo e dell'esasperata rivolta dei pendolari appiedati.

Milano è stata bloccata per un giorno come in una sorta di incubo alla Fritz Lang o alla Blade runner, lo sciopero a gatto selvaggio degli autoferrotranvieri che doveva svolgersi secondo certe regole è divenuto un ammutinamento generale, una disastrosa Caporetto del traffico e della mobilità urbana.

La deplorazione è d’obbligo giacché, come annota l’insospettabile "Unità" non si sciopera "contro" i cittadini, e nessuno può credere seriamente che il black–out del traffico abbia aumentato le simpatie per la causa dei lavoratori dell’ATM. Bene hanno fatto quindi i dirigenti sindacali a prendere immediatamente le distanze da questo esperimento che potrebbe avere serie conseguenze in sede penale e civile per chi se ne è reso responsabile.

Nello stesso tempo, l’imprescindibile necessità di capire le ragioni di un fatto tanto clamoroso si sposa con il fastidio che destano le dichiarazioni un po’ farisaiche dei rappresentanti del potere milanese i quali parlano di sabotaggi e dei punizioni esemplari con un linguaggio che ritenevamo dimenticato da almeno sessant’ anni.

Poiché è impossibile pensare ad un accesso di pazzia collettiva fra i rappresentanti di una funzione così delicata quale è quella del trasporto urbano, occorre andare alla radice, la quale è, come evidente, il reiteratamente mancato rinnovo del contratto di categoria.

Tradizionalmente si pensa agli autoferrotranvieri come ad una categoria privilegiata, sia perché la condizione di dipendenti parapubblici impedisce la possibilità del loro licenziamento, sia perché si pensa che la loro retribuzione sia mediamente più alta di quella degli altri lavoratori. In realtà lo stipendio medio di un conduttore di bus o di tram dell’ ATM di Milano varia fra gli 850 e i 1200 euro mensili; inoltre, secondo le tabelle pubblicate da alcuni giornali, almeno il 15% degli attuali 1250 dipendenti ATM è stato assunto con il cosiddetto contratto di formazione lavoro, il quale, oltre a concedere diritti sindacali e protezioni assai limitati, non va oltre gli 800 euro mensili.

Spesso la condizione dei dipendenti in CFL è aggravata dal fatto che, non essendo milanesi, debbono sobbarcarsi le spese di alloggio e di mantenimento in una città in cui gli affitti crescono vertiginosamente e l’acquisto della casa è un miraggio per le coppie, figuriamoci per i single.

Il contratto del comparto del trasporto pubblico urbano è bloccato da circa cinque anni, ed in due anni di vertenza per ben otto volte i sindacati confederali hanno proclamato scioperi di categoria: il nodo della questione verte sui 106 euro di aumento lordo che costituisce l’ oggetto delle richieste sindacali e che le associazioni datoriali di categoria (ASSTRA ed ANAV) considerano eccessivamente onerosi. D’altro canto, a loro volta i rappresentanti associativi puntano l’ indice verso la politica dissennata del Governo, incapace, come ha rilevato il presidente dell’ ASSTRA Enrico Mingardi, di indicare forme stabili e strutturali per il finanziamento del trasporto pubblico locale.

Ma se questo rientra nel quadro generale di penalizzazione dei pubblici servizi e degli Enti locali messo in atto finanziaria dopo finanziaria da Berlusconi e Tremonti, il caso milanese presenta caratteristiche tutte particolari legate da un lato all’ evidente rincaro dei prezzi, cui fa da riscontro lo scadimento dei servizi e della qualità della vita, nel capoluogo lombardo, e dall’altro alla politica dell’ Amministrazione cittadina guidata da Gabriele Albertini.

Negli ormai sei anni del suo mandato Albertini ha sistematicamente praticato la politica della cessione di quelli che potremmo definire i "pezzi pregiati" dell’argenteria milanese, cioè in primo luogo l’Azienda elettrica municipale, la cui cessione ha prodotto ingenti guadagni per gli acquirenti e modesti introiti per il Comune. L’ideologia privatistica si è sposata, secondo un certo costume che risale ai tempi di Tognoli e Pillitteri, alla ricerca di successi d’immagine, come i faraonici restauri al Teatro della Scala che hanno portato alla nascita dell’altrettanto imponente Teatro degli Arcimboldi in zona Bicocca. Si badi bene che la Bicocca, ex zona industriale della periferia settentrionale di Milano, è ora diventata sede della seconda Università statale milanese ed è anche zona residenziale bisognosa di servizi: ma le regole della politica spettacolo albertiniana hanno la precedenza, e così è sorto l’Arcimboldi, sorta di cattedrale nel deserto di incerta destinazione dopo che la sede originaria della Scala avrà riaperto i battenti.

E’ questo sgradevole miscuglio di lustrini e di micragna che sembra essere ormai indigesto ai milanesi, i quali certo non gradiscono il modo brutale in cui i tranvieri hanno imposto i loro problemi all’attenzione del pubblico, ma altrettanto certamente incominciano a fare i conti con quella crescente ansia del ceto medio sottoposto ai rincari dei prezzi e delle tariffe da parte di un Governo che taglia le tasse ai ricchi e lascia deperire i servizi destinati ai meno abbienti. E non si dica che questa è una rivolta dei garantiti che una volta di più mette sullo sfondo coloro che garantiti non sono perché ai giovani in attesa di prima occupazione questo Governo sa offrire solo la moltiplicazione dei contratti miserabili sotto il profilo del salario e dei diritti di cui è portatrice la legge 30/03 (che non ha nulla a che vedere con le idee di Marco Biagi). Non si dia nemmeno colpa all’euro, poiché la moneta unica è stata, in assenza di idee chiare da parte di Berlusconi ed in presenza invece della chiara strategia euroscettica dell’intera Lega e di Ministri influenti come Tremonti e Martino, semplicemente il pretesto dei profittatori per far proseguire la rincorsa dei prezzi.

Tutti argomenti che non sembrano aver molto a che fare con i recenti dibattiti sul "nuovo illuminismo" o sul "nuovo riformismo" milanesi, dibattiti che peraltro lasciano freddi (a dir poco) gli abitanti delle case popolari di Crescenzago o della Barona..

Se un merito lo ha avuto la rivolta di "Attilio" (il termine bonario con cui un tempo i milanesi definivano i dipendenti ATM) è stato quello di porre sul tappeto le ragioni dei ceti medi in via di impoverimento: e quelle ragioni sono lì, in attesa di chi abbia il coraggio di raccoglierle.

torna su