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Fu un’ iniziativa di Paolo VI nel Capodanno del 1968 a determinare la scelta, ormai adottata anche da molti altri soggetti religiosi e laici, di consacrare il primo giorno di ogni anno al tema della pace: questo perché il Capodanno è per sua natura il giorno della speranza, la speranza di essersi lasciati alle spalle il vecchio, sia in senso materiale che morale, per andare incontro ad un futuro nuovo e migliore.
Tuttavia, hanno ribadito i Papi nel corso di questi trentacinque anni, non si tratta di una forma di fatalismo o di un semplice atto di volontarismo fine a se stesso: la pace arriva quando gli uomini sono capaci di costruirla. Nello stesso tempo, e lo ribadisce Giovanni Paolo II all’inizio del suo messaggio per il Capodanno 2004, la pace è sempre possibile, perché in ogni momento possono essere colte le occasioni per costruirla: più ancora, la pace è doverosa, e il non coglierne le occasioni propizie è un peccato di omissione dei popoli e soprattutto dei Governi.
Dovendo sintetizzare il messaggio di quest’anno credo che siano cinque i punti principali cui riferirsi.
Il primo è il richiamo insistito ai predecessori, ai Papi del Concilio Giovanni XXIII e Paolo VI: del primo viene richiamata la "Pacem in terris", di cui è ricorso quest’anno il quarantennale, e che definiva i quattro pilastri fondamentali della pace: l’amore, la giustizia, la verità e la libertà. Del secondo viene ricostruito l’ insieme dei dieci messaggi di Capodanno che definiscono, dice il papa, una vera e propria "scienza della pace", e che ancora oggi risuonano di accenti profetici specie per quel che concerne l’ annoso conflitto mediorientale. Non è illecito pensare che questi richiami siano anche un modo per l’attuale Pontefice di rilanciare in pienezza il messaggio conciliare come impegno permanente per la Chiesa di oggi e di domani.
Il secondo punto è quello del diritto: il Papa ricorda come la moderna concezione di Stato di diritto, ossia di uno Stato in cui i poteri pubblici sono essi stessi sottomessi ai principi giuridici generali, sia stato il frutto di un progressivo sviluppo in cui sono intervenute le migliori menti filosofiche, giuridiche e teologiche dell’ umanità. La violazione sistematica del diritto, avverte il Papa, "non può che avviare una situazione di illegalità e di conseguenti attriti e contrapposizioni che non mancherà di avere durevoli ripercussioni negative". In questo senso, il culto sistematico del diritto del più forte e l’utilizzo della propria posizione dominante in campo politico per varare leggi buone per il proprio tornaconto personale sono altrettanti elementi di patologia.
Il problema quindi, e d è il terzo punto, è quello delle autorità tutorie del diritto, in particolare dell’ONU, della quale il Papa dice che "pur con limiti e ritardi dovuti in gran parte alle inadempienze dei suoi membri, ha contribuito notevolmente a promuovere il rispetto della dignità umana, la libertà dei popoli e l’esigenza dello sviluppo, preparando il terreno culturale ed istituzionale su cui costruire la pace". Si tratta di un riconoscimento importante, che da un lato fa giustizia delle tentazioni serpeggianti in certi ambienti politici ed anche ecclesiastici di superare definitivamente il ruolo dell’ ONU, dall’altro lato ne reclama però una seria riforma che la renda più aderente alle esigenze dei popoli, valorizzando e questa è una significativa novità- il ruolo delle Organizzazioni Non Governative e dei Movimenti per i diritti dell’ uomo. In altri termini, sia pure implicitamente, lo stesso Pontefice riconosce il valore delle grandi mobilitazioni popolari per la pace e per una globalizzazione più equa e più a misura d’uomo come un contributo per il cambiamento della società a livello globale e come base per un progetto di cittadinanza mondiale con eguali garanzie per tutti.
Fra le minacce alla pace, ed è il quarto punto, indubbiamente un particolare posto spetta oggi al terrorismo, ma anche qui il Papa rifiuta di lasciarsi andare a giudizi semplicistici , sapendo che "per essere vincente la lotta contro il terrorismo non può esaurirsi soltanto in azioni repressive e punitive", poiché ad esse va accompagnata "una coraggiosa e lucida analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi terroristici", e occorrerà poi che la politica rimuova le cause dell’ingiustizia su cui spesso si basano i propagandisti del terrore per le loro folli imprese, e dall’altro dia vita ad un cammino educativo per il rispetto della vita in ogni circostanza.
Qui, se vogliamo, è inserito un compiuto progetto politico, che si integra al quinto punto con il richiamo a quella "civiltà dell’ amore" che integra in sé l’esigenza della giustizia: un progetto che di fatto si pone in alternativa alla logica vigente, quella che produce gli osceni giuridici ed umani del Patriot Act e di Guantanamo Bay, quella che liquida come vieto sociologismo la ricerca delle cause del terrore e della violenza e si limita a somministrare ovunque la stessa ricetta di bombardamenti e occupazioni manu militari salvo poi stupirsi quando in cambio di ciò ottiene altra violenza…
In definitiva, senza far nomi ma con chiarissime descrizioni il Papa fa capire che il tipo di organizzazione su cui vive il nostro mondo è profondamente segnato da quella stessa violenza che dice di voler combattere: solo se sappiamo riconoscere quanto in noi è parte di quello stesso nemico che combattiamo potremo veramente arrivare a definire quelle soluzioni politiche, educative, umane che fanno cadere le armi dalle mani e, senza venir meno all’esigenza di una giustizia equa e proporzionata, può contribuire alla nascita di un mondo a misura d’uomo. Ci sarà qualcuno, a partire da quell’Europa su cui il pensiero di Giovanni Paolo II è sempre fisso, che voglia raccogliere questo messaggio di speranza ?
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