|
La coincidenza temporale fra la chiusura dell’ esperienza della Democrazia Cristiana e la nascita di Forza Italia (ambedue avvenute nel gennaio del 1994) sono state notate da alcuni commentatori, i quali, specie nel caso di quelli più o meno vicini al Cavaliere liftato , hanno voluto istituire inopportuni paralleli fra l’ uno e l’ altro evento, soprattutto equivocando sulla funzione di partito di raccolta che la succursale di Mediaset eserciterebbe oggi al pari della defunta Balena bianca, identificandosi con la capacità di accumulare un consenso di tipo interclassista su di una proposta forte.
L’ identificazione è arbitraria: nella sua vicenda cinquantennale la DC ha in effetti rappresentato un momento di raccordo fra diverse istanze sociali cercando forme di composizione fra istanze diverse in una sintesi forse non sempre armonica ma comunque capace di reggere a fronte di stagioni politiche assai differenziate fra di loro. La DC ha trovato la sua crisi esiziale nel venir meno di alcune caratteristiche costitutive della prima fase della storia repubblicana, a partire dalla conventio ad excludendum verso un PCI ancora succube o presunto tale- di Mosca, tesi evidentemente insostenibile all’ indomani della caduta del Muro di Berlino e mentre il PCI stesso cessava di esistere (l’ anticomunismo così visceralmente esibito da Berlusconi è semplicemente il modello classico schmittiano della dicotomia amicus/hostis declinato ad uso di platee teledipendenti) . Il superamento del sistema proporzionale e le inchieste giudiziarie contro la corruzione erano semplicemente l’ additivo che rendeva più rapida una consunzione politico elettorale ormai scritta nei fatti: il rifiuto, del tutto logico, di Martinazzoli di fare del neonato PPI il punto di riferimento del polo conservatore in nome e per conto di Berlusconi segnava di fatto una cesura storica e inseriva i popolari in una logica che inevitabilmente nel giro di un anno avrebbe portato alla nascita dell’ Ulivo.
La differenziazione fra DC e Forza Italia è di forma e di sostanza: la DC non accettò mai il predominio per non dire la signoria di uno solo, mostrandosi capace di rovesciare leader della statura politica di Fanfani, Moro e De Mita ; la DC fu autentico partito di popolo, non legione di coscritti dell’ interesse privato di uno solo sbrancati dai quadri di un’ azienda; la DC aveva una sua ispirazione di fondo, talvolta appannata e poco leggibile, che originava da idee e storie di persone, e certo non avrebbe mai accettato il confuso e consfusionario affastellarsi di nomi e di nozioni del "libro azzurro" di Adornato; la DC soprattutto, partito autenticamente interclassista, non avrebbe mai accettato la mistica della superiorità genetica ed intellettuale del tipo umano dell’ imprenditore rispetto al resto dell’ umanità così connaturata al progetto politico e prima ancora all’ identità di Forza Italia.
La forza di Berlusconi è un’ altra, nel senso che egli ha tento di riprodurre in se stesso, come già Mussolini in altra fase storica, la nuova autobiografia della Nazione, di un Paese che negli anni postbellici si è arricchito materialmente ma ha sistematicamente eroso le condizioni morali di questa crescita, spendendo gli ultimi spiccioli di quel senso dello Stato che già era materia alquanto latente in un Paese in cui la forma Stato è stata imposta e non è stata invece il frutto di un processo progressivo. Berlusconi sotto questo profilo è il classico tipo di imprenditore nato come fiore della serra partitocratica, affermatosi cioè in tutti quei campi (l’ edilizia, le concessioni televisive…) in cui più forte è l’ osmosi fra sistema politico e sistema imprenditoriale, che tuttavia inalbera il gran pavese di un neoliberismo cui egli stesso è il primo a non credere (un liberista non fa leggi a tutela del monopolio, specie del suo stesso monopolio) , che viene reinterpretato in maniera brada .Dovessimo paragonarlo veramente ad una forma di impresa, diremmo che il Governo Berlusconi è un’ impresa non di costruzioni (il Presidente operaio, muratore e simili altre amenità) ma di distruzioni. La logica del condono, dell’ abolizione delle norme sul falso in bilancio, della riforma delle rogatorie, serve certo in primo luogo agli interessi principali del padrone della Casa delle libertà, ma fatalmente in base alla logica dell’ erga omnes si applica a tutti i cittadini, i quali sono così autorizzati a pensare che se il grand’ uomo può scapolare ai rigori della legge perché la legge la riplasma a misura dei suoi interessi, anche loro possono sentirsi assolti rispetto ai tanti piccoli e grandi gravami che incombono sui loro affari quotidiani. Salta il senso dello Stato, salta il senso morale, che sempre più viene concepito sugli stessi parametri del diritto penale o civile: non è vietato, per cui non solo è lecito ma anche moralmente giusto. Non neghiamo che una simile deriva fosse già in atto precedentemente ma, come ha ben rilevato Ezio Mauro, il fatto veramente nuovo di un’ impresa, di un interesse patrimoniale che si fa partito, e da partito pretende di diventare Stato azzera di fatto le categorie politiche precedenti costituendo di fatto il precedente per la nascita di una logica proprietaria applicata alla politica che spezzetta il Paese in mille potentati autonomi in cui la norma è l’ arbitrio di comanda e di chi può.
Il limite di questa spregiudicata manovra è che essa coincide con la figura stessa di Berlusconi, che non ha eredi perché il suo modello di leadership è sterile, non generativo di nuova esperienza politica per quanto rispondente ad una precisa weltanschauung che egli svela solo a tratti e che comunque lo qualifica come incompatibile ai modelli tradizionali della politica da cui sono nati i suoi stessi alleati e certuni dei suoi famigli.
E’ chiaro che il puro e semplice rifiuto del modello berlusconiano e di quanto di negativo ne discende per il nostro Paese non basta per contrastare un modello culturale e identitario che rimane comunque forte: la necessità reale dell’ Ulivo e della Margherita è quella di fare delle proposte che rechino un segnale di reale alternativa rispetto alle proposte di chi ci governa manifestando il tratto di un’ attenzione reale ai problemi, alle aspettative ed anche alle paure dei cittadini.
|