L'altra data
editoriale di giugno 2004 - di Giovanni Bianchi

Fra i molti anniversari che cadono in questi giorni ve ne è uno che rischia di essere dimenticato e che invece mai come adesso appare di singolare attualità ed importanza. Infatti fu il 12 giugno 1944, otto giorni dopo la liberazione di Roma che i rappresentanti delle principali correnti del sindacalismo italiano si incontrarono per deliberare la rinascita di un sindacato libero ed autonomo.

Come è noto intorno a quel tavolo si incontrarono Achille Grandi in rappresentanza della corrente cattolica, Giuseppe Di Vittorio in rappresentanza di quella comunista ed Emilio Canevari per quella socialista: costui, come è noto, sostituiva in quell’ incarico Bruno Buozzi catturato dai Tedeschi e fucilato poche ore prima in un estremo accesso di bestialità.

L’ esperimento venne pensato e vissuto nell’ atmosfera particolare della lotta contro il nazifascismo che infuriava da quasi un anno, e che aveva portato le forze democratiche animatrici della lotta di resistenza a dar vita al Comitato di liberazione nazionale e, in quegli stessi giorni, alla formazione di un Gabinetto politico guidato da Ivanoe Bonomi in sostituzione di quello tecnico-politico del maresciallo Badoglio.

La Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL) nasceva quindi attraverso il superamento delle formule sindacali prefasciste (la CGL socialista, la CIL cattolica, l’ USI anarcosindacalista…) ed il tentativo di dar vita ad un percorso nuovo che fondesse l’ unità politica antifascista con l’ unità delle forze del lavoro. La giustapposizione di culture ed esperienze sindacali diverse sembrava allora la garanzia necessaria per dar vita ad un processo costituente che desse vita ad un’ Italia nuova.

Naturalmente vi erano differenze, e significative, anche perché se a sinistra i rapporti di forza si erano sensibilmente alterati, nel senso che dalla maggioranza socialista che si riscontrava in termini di voti e di presenza nel sindacato si era passati alla supremazia comunista, e due decenni di diseducazione politica e sociale avevano notevolmente indebolito il mondo cattolico come lamentava De Gasperi in una famosa lettera a Jacini. Fu per questo che la DC e la gerarchia ecclesiastica ritennero necessario costituire un soggetto di azione sociale presindacale che fosse il punto di riferimento e l’ espressione del sindacalismo cristiano, e fu in questo spirito che nell’ agosto di quello stesso 1944 nacquero le ACLI.

Nocque alla CGIL la difficoltà oggettiva delle forze che l’ animavano di prendere le distanze rispetto ad una situazione politica in rapido movimento che, nel clima dell’ epoca (si ricordi che a quei tempi era ancora possibile che i leader sindacali sedessero in Parlamento) e soprattutto la crescente distanza fra le prospettive del PCI e della maggioranza del PSI (la componente riformista minoritaria era uscita dal partito nel gennaio 1947 dando vita al partito socialdemocratico) e quelle della DC . L’ unico Congresso nazionale unitario si svolse nella primavera del 1947 a Firenze e si svolse in un clima estremamente acceso in cui spesso la legittimità della corrente cristiana a partecipare all’ attività confederale era revocata in dubbio. La crisi succeduta alle elezioni del 18 aprile 1948 e all’ attentato a Togliatti nel luglio successivo sanciva di fatto il precipitare di una frattura già esistente nei fatti.

Si può dire che l’ intuizione che spinse da un lato il gruppo della corrente cristiana a non puntare sulla nascita di una Confederazione di stampo confessionale e dall’ altro il Vaticano a non liquidare l’ esperienza delle ACLI abbia permesso la coesistenza di un modello di sindacalismo di stampo innovativo con la presenza organizzata di un movimento di lavoratori cristiani che manteneva aperta la testimonianza dell’ insegnamento sociale della Chiesa nella realtà di una Nazione in rapida evoluzione.

Le lotte sociali della fine degli anni Sessanta rimisero in primo piano l’ esigenza dell’ unità sindacale come modalità di azione e come fine a cui tendere : tale prospettiva si infranse su incomprensioni e veti di ordine politico, poi sulla crisi seguita al patto di San Valentino del 1984 e al successivo referendum in materia di scala mobile. Essa parve riaprirsi all’ inizio degli anni Novanta per poi precipitare ad un picco bassissimo nel periodo 2001-2003, salvo poi riprendersi di recente se non altro nella forma dell’ unità di azione come nei recenti fatti di Melfi.

Questi anni non sono passati invano: il processo di osmosi fra le diverse forze sindacali ha stemperato i riferimenti culturali più marcati, in relazione con il cambiamento del quadro politico tradizionale e con la riscoperta del valore dell’ autonomia dai partiti e del primato della contrattazione. Nello stesso tempo cresce la consapevolezza della necessità di un quadro legislativo che non sia ostile agli interessi dei lavoratori, consapevolezza che per transenna sembra farsi largo anche nel mondo industriale: la liquidazione della disastrosa esperienza di D’Amato e la contemporanea elezione di Luca di Montezemolo alla guida sia della Confindustria sia del primo gruppo industriale italiano stanno a significare che la politica dello scontro totale in chiave pseudo- thatcheriana non è più considerata pagante.

L’ interesse all’ unità sindacale è un interesse dei lavoratori prima ancora che del centrosinistra, ma è fuor di dubbio che le forze democratiche e riformiste non possono rimanere indifferenti rispetto a questo processo, e debbono anzi cercare di favorirlo senza sognare cinghie di trasmissione o storici steccati.

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