Tre spunti per il futuro
editoriale di luglio 2004 - di Giovanni Bianchi

Il dibattito post elettorale rischia come sempre di essere viziato da una certa tendenza dei diversi soggetti a sottolineare la specificità del loro risultato, come pure a millantare successi in presenza di sconfitte e ad escogitare improbabili scuse laddove le sconfitte vengono ammesse (gli "scrutatori comunisti" partoriti dalla fantasia di Berlusconi).

Quello che mi pare più interessante è invece fissare alcuni elementi fondamentali che si possono trarre da un’ osservazione per quanto possibile spassionata dei dati che ci vengono consegnati e delle concause che ne sono alla base, per cercare di trarne qualche indicazione di ordine politico.

Il primo dato è esemplificato dai risultati per le elezioni provinciali di Milano: non solo, evidentemente, per l’ oggettiva importanza del capoluogo lombardo nella struttura sociale ed economica del nostro Paese, ma per il forte investimento politico operatovi dai diversi schieramenti.

La vittoria di Filippo Penati su Ombretta Colli è in questo senso la vittoria di una storia, di uno stile, rispetto ad un altro, radicalmente diverso. La Colli è stata una pessima Presidente che ha fatto mancare alla Provincia di Milano molte occasioni di crescita in una fase in cui all’ istituzione provinciale venivano affidati nuovi, stimolanti compiti; ossessionata dalle questioni d’ immagine, sprezzante delle opposizioni, animata da un anticomunismo persino grottesco nelle sue espressioni verbali, la "Signora Provincia" è anche incappate nel brutto infortunio della Serravalle, l’ autostrada che collega Milano a Genova di cui la Provincia di Milano è socia di maggioranza, gestendola in modo tale da suscitare sospetti e veleni ed un clima di scontro permanente con il Sindaco di Milano Gabriele Albertini, che pure appartiene alla sua medesima area politica. Ma forse ciò non sarebbe bastato a decretare la fine politica dell’ ex cantante se il suo avversario – lui sì proveniente da una seria scuola politica ed amministrativa- non avesse deciso di spostare il baricentro della sfida dal terreno mediatico a quello del contatto personale, della politica di strada, degli incontri nelle piazze, nei mercati e magari anche nei salotti, ma comunque al di fuori della scatola magica che sembra essere la sirena politica del nostro tempo. Vogliamo dire che il territorio prende la sua rivincita sull’ immagine? Potremmo anche, d’ altro canto ce lo certificano studiosi della finezza di Bonomi e Diamanti, ma al di là delle definizioni sociologiche è evidente che il radicamento territoriale paga perchè viene un momento in cui il concetto di rappresentanza non può essere slegato da quello di appartenenza, e che si "paracaduta" in un territorio a lui estraneo (come è il caso di Cofferati) deve sottoporsi ad una "full immersion" nei problemi reali del suo territorio di elezione.

Il secondo tema , largamente ignorato dai media, è questo: con la vittoria della coalizione guidata da Renato Soru in Sardegna, sono quattro su cinque la Regioni a Statuto speciale che vedono il centrosinistra al governo o, comunque, la destra all’ opposizione. Si tratti dalla Val d’ Aosta presidiata dalla rocciosa Union piuttosto che del Trentino del precursore Dellai o dell’ Alto Adige in cui i moderati della SVP preferiscono di gran lunga la sinistra "italiana" ad una destra che suscita brutti ricordi, o, infine il Friuli Venezia Giulia guidato da Riccardo Illy, le popolazioni di queste Regioni – con la triste e tutt’ altro che trasparente eccezione siciliana- hanno deciso di rifiutare la retorica berlusconiana e di affidare ad altri il proprio consenso. Le cinque Regioni a Statuto speciale furono così definite dalla saggezza dei costituenti in ragione della loro conformazione o della presenza di forti minoranze etniche: sono probabilmente le uniche in Italia in cui il federalismo non sia quel chiacchiericcio indistinto che ha finito per irritare anche la Confindustria di Montezemolo : il fatto che il centrosinistra prevalga anche in esse è un fatto importante perchè dice che – e torna il tema del radicamento- non basta agitare la bandiera del federalismo, occorre anche vivere in termini innovativi la dimensione territoriale per dare risposte serie. Il fatto poi che imprenditori illuminati impegnati in settori innovativi come è appunto il caso di Soru, piuttosto che del neo presidente della Provincia di Bari Vincenzo Divella, scelgano il centrosinistra come area di riferimento non fa che rafforzare tale prospettiva ampliando le basi del consenso potenziale della coalizione.

Il terzo punto è la questione della coalizione, e di come in essa si collochi l’ esperienza recente della lista "Uniti nell’ Ulivo": la necessità di una larga alleanza è data dai fatti e, in tutta evidenza, essa dovrà venire accuratamente concordata soprattutto con quei soggetti politici come Rifondazione comunista che non condividono l’ impostazione generale su cui si basa la coalizione dell’ Ulivo. Tale intesa, quindi, dovrà essere di ordine programmatico: non per questo però ci sentiamo di sottoscrivere la posizione di chi reclama a gran voce "prima il programma, poi il contenitore", giacchè ci sembra che questo sia il modo migliore per non avere né l’ uno né l’ altro.

E’ vero invece che un’ alleanza non esiste senza un suo centro motore, un nucleo forte, un nucleo che non può che coincidere con quell’ insieme di forze democratiche e riformiste che ha dato vita all’ esperienza della Lista unitaria sotto la suggestione del manifesto Prodi. Affermare che il risultato della Lista avrebbe potuto essere migliore è sensato; affermare che sia stato un fallimento è un falso smaccato che non corrisponde alla realtà dei fatti, se è vero che una forza dotati di un simbolo nuovo e non potendo contare sulla presenza dei suoi principali leader, immediatamente si proietta oltre il 30% dei consensi fra i cittadini è comunque una forza ragguardevole che non può andare sprecata per non suscitare nei cittadini la sensazione di essere stati presi in giro.

Né del resto è possibile contrapporre i risultati delle amministrative a quelli delle europee: avendo deciso a priori che nelle prime si dovesse andare ognuno con il proprio simbolo, si è dato ai cittadini, nel quadro generale della sconfitta della destra, di utilizzare strumenti diversi per livelli di responsabilità politica diversa.

Lo strumento federativo proposto da Prodi ed accettato nella sostanza dalle altre forze della Lista unitaria è un primo passo con la costruzione di questo nucleo riformista e democratico che dovrà basarsi su di una seria capacità di interlocuzione con le forze sociali: un problema che va ben oltre la pura e semplice cooptazione di qualche dirigente associativo in pletorici ed inutili organigrammi.

torna su