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L’ ottimismo trionfalista che aveva accompagnato il voto dell’ ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU sulla questione irachena e il successivo insediamento del Governo guidato da Iyad Allawi sembrano ora aver lasciato il posto ad un atteggiamento assai più circospetto al punto tale che i giornali che erano stati a suo tempo portavoce del bellicismo in salsa berlusconiana e del trionfalismo bushista ora relegano le notizie che vengono dall’ Iraq nelle pagine interne in taglio basso.
In effetti è molto sgradevole per chi aveva annunciato il prossimo ritorno della democrazia a Baghdad (o, meglio, il suo avvento, perchè la democrazia così come la conosciamo noi in Iraq non è mai esistita) dover ora ammettere che nella terra dei due fiumi è in corso un doppio stillicidio: quello delle azioni terroristiche e quello del ritiro di forze occupanti.
Sotto il primo profilo è del tutto evidente che il Governo provvisorio, e le forze della coalizione che ne sono il principale se non l’ unico sostegno non hanno il controllo del territorio, non riescono a tutelare nè i cittadini nè se stessi esposti come sono alle continue violenze di una guerriglia che non sembra in alcun modo risentire del logoramento di un anno di lotta clandestina e pare anzi trarre nuove simpatie fra l’ opinione pubblica anche a causa di errori criminali degli occupanti come le indiscriminate torture del carcere di Abu Ghraib o i bombardamenti a tappeto in zone considerate come santuari dei cosiddetti terroristi che spesso colpiscono persone del tutto estranee alla guerriglia.
Lo stesso tono della propaganda angloamericana, ormai priva delle maggiori giustificazioni all’ azione bellica come le armi di distruzioni di massa (inesistenti) o i legami fra Saddam Hussein ed il terrorismo islamico (mai provati), sembra ora attestarsi sulla logica della guerra al terrorismo internazionale, identificato in Al Qaeda, nell’ eterno fantasma di bin Laden o in quello più recente del suo luogotenente giordano Al Zarkawi. A prescindere dal fatto che il terrorismo in Iraq è un prodotto della guerra e non una sua causa, e che comunque eserciti tradizionali sono incapaci di combattere una guerra di ombre come quella al terrorismo, è il copione ad essere completamente errato. Infatti, Al Qaeda (parola araba che vuol dire, significativamente, "La rete") non è una malefica unità integrata come Cosa Nostra o la Spectre dei romanzi di Fleming, così come bin Laden non è Totò Riina o Ernst Blofeld, un capo supremo che tutto vede, controlla e pianifica. Al contrario Al Qaeda è per l’ appunto un insieme di reseaux dell’ estremismo islamico che agiscono spesso in forma scollegata l’ uno dagli altri quasi sempre servendosi di strumenti di guerriglia tradizionali per non dire arretrati (le Twin Towers, per essere chiari, vennero distrutte da aerei guidati da piloti improvvisati, non da bombe atomiche o da qualche altro misterioso congegno ipertecnologico).
Pertanto, titoli come "Al Qaeda minaccia l’ Italia" per dire di una minaccia messa in giro sugli innumerevoli siti Internet dell’ estremismo islamico sono un’ oggettiva forzatura, se non una consapevole scelta allarmistica, che serve a giustificare un’ invasione che rimane ingiustificabile e a nascondere gli errori della politica dell’ attuale Amministrazione statunitense in Medio Oriente, a partire dal sostegno acritico alle posizioni del Premier israeliano Sharon, le quali peraltro sono di per sé una minaccia alla pace e alla sicurezza in quella tormentata area del nostro pianeta.
Ma il secondo stillicidio, quello delle partenze di militari delle forze di occupazione, è quello più significativo in questa fase, anche perchè dice da un lato dell’ insostenibilità della situazione sul campo, dall’ altro delle ambiguità della risoluzione ONU.
Infatti, se il testo di quel documento sembra legittimare ex post l’ invasione di uno Stato sovrano, dall’ altro lato essa non ha mai configurato, agli occhi di quei Paesi come Francia e Germania che hanno sempre disapprovato l’ avventura voluta da Bush e Blair, un obbligo di dispiegare le proprie forze sullo scacchiere mesopotamico. Anzi, a partire dalla scelta della nuova leadership spagnola per arrivare a quella recente della Presidente filippina Gloria Arroyo di ritirare le poche o tante truppe presenti in Iraq, il clima generale sembra essere quello di una generale volontà di sganciamento da un’ impresa dai contorni poco chiari per il futuro ed i cui dividendi verranno incassati in via quasi esclusiva solo da parte degli USA che hanno stipulato con i nuovi governanti "sovrani" di Baghdad accordi in base ai quali per trent’ anni i proventi dell’ estrazione petrolifera irachena saranno direttamente introitati dal Governo di Washington a titolo di finanziamento della missione (l’ invasore che si fa pagare dall’ invaso).
In tutto ciò l’ assenza più clamorosa è quella dell’ Italia: il nostro Paese è stato colpito duramente a seguito della decisione di sostenere in modo acritico la posizione della Casa Bianca, ma non è certo dall’ attuale Governo che ci si potrà aspettare lo scatto di dignità e di fantasia politica necessario per disimpegnarci da questa tragica avventura.
E’ quindi compito dell’ opposizione non far venire meno la pressione critica e chiedere il ritiro delle nostre truppe, così come una generale revisione della nostra politica estera che la collochi nel solco di un’ autentica solidarietà europea.
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