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Il cinquantesimo anniversario della morte di Alcide De Gasperi può essere un’ opportunità ed un rischio: l’ opportunità di una seria riflessione su di una figura centrale nella storia della democrazia repubblicana, il rischio di una lettura stereotipa in cui l’ occasione della polemica spicciola e menzognera, di quella "politica politicante" che è forse un dato generale ed inestinguibile della vicenda politica in senso lato ma non deve divenirne l’ elemento fondante, fa premio sulla ricerca onesta e sincera delle azioni e delle passioni di un uomo.
Perché, al di là dell’ aspetto severo e controllato, Alcide De Gasperi fu indubbiamente un uomo di grandi passioni, e la passione per la libertà e la democrazia in lui facevano tutt’ uno con una forte, sentita ed operante fede religiosa che era tanto più radicata quanto estranea da quegli omaggi di tipo clericale che spesso anche negli ambienti della gerarchia ecclesiastica vengono scambiati per indici di fede autentica.
La storia politica di De Gasperi nasce nel crogiuolo della storia del movimento cattolico italiano, al quale egli, trentino e quindi suddito austro ungarico si sentiva comunque solidale come presago di un futuro destino di unione al resto della Patria: studente a Roma, egli visse la lunga e spesso dolorosa vigilia della nascita del partito di ispirazione cristiana sul finire del pontificato di Leone XIII e alle prime avvisaglie della persecuzione antimodernista che rischiò di spezzare il filo che Luigi Sturzo, dopo il doloroso scacco di Romolo Murri, si sarebbe incaricato di mettere al riparo e di tessere nel vivo della realtà di Caltagirone.
Quando le vicende belliche ricongiunsero il Trentino all’Italia De Gasperi fu fra i primi esponenti dell’ Unione popolare trentina a chiedere la confluenza nel neonato Partito Popolare, e fu Sturzo, sapiente di uomini e di idee, a volerlo come presidente del primo Congresso del PPI a Bologna, dove con vigore egli assecondò la strategia del prete calatino per creare un partito laico e nello stesso tempo radicato in una prospettiva ed in una radice culturale forti che permettessero di dare finalmente voce politica a coloro che dopo sessant’ anni dalla nascita dell’ Italia unita se ne sentivano ancora esclusi ed erano stanchi di rappresentanze "gentiloniane" da parte di soggetti portatori di istanze estranee o anche avverse al loro sentire.
De Gasperi non fu forse fra i primi a cogliere la pericolosa novità indotta dalla presenza del movimento fascista Sturzo, per dire, ma anche Ferrari e Miglioli la intesero prima- ma indubbiamente fu lui, una volta che pressioni più ecclesiastiche che politiche avevano messo fuori gioco il fondatore del PPI, a farsi carico della battaglia più forte nei confronti di Mussolini, prima combattendo la legge Acerbo poi nella nobile ma improduttiva vicenda dell’ Aventino all’ indomani dell’ omicidio Matteotti.
Rileggendo le lettere che De Gasperi inviò a familiari ed amici dal carcere in cui l’ odio dei fascisti lo rinchiuse si percepisce un itinerario umano ed intellettuale complesso ed insieme in sé compiuto, di una ricerca di promozione delle classi sociali più diseredate che non evitava il problema dello scontro fra le classi sociali ma lo sussumeva in una visione diversa rispetto a quella marxista, in cui la moderazione era metodo, era abito mentale ma non mai progetto politico chè in tal caso sarebbe degenerata in moderatismo, quell’eterna tentazione dei cattolici in politica la quale aveva spinto alcuni che erano stati fra i fondatori del PPI a disertare la battaglia di libertà per dar vita ad un piccolo gruppo collaborazionista che esisteva solo grazie alle Prefetture e che , alla fine del suo percorso, ricevette come ringraziamento l’ ordine imperioso di sciogliersi e confluire nel PNF.
Forse il limite della modalità corrente di interpretazione della figura di De Gasperi, che circoscrive la sua azione agli anni della più acuta contrapposizione anticomunista e ne fa quasi il simbolo della resistenza alle armate di Stalin già in marcia su piazza San Pietro per interposto Togliatti, riceve la sua luce paradossale proprio dal tipo di lettura caricaturale che della funzione di De Gasperi fecero in quegli anni proprio i suoi oppositori, quando attaccavano in termini anche volgari il "Cancelliere", l’ "Austriaco", il "Servo degli Americani e del Vaticano".
Cosicchè in qualche modo a contrario questa lettura che schiacciava interamente a destra la figura morale e politica di De Gasperi ha finito per essere la chiave interpretativa dominante di chi pretende di raccogliere una problematica eredità e che, non smentendo il suo carattere di fondo, dimostra anche in questo superficialità ed opportunismo nell’ accostarsi ad un tema che ben altra considerazione meriterebbe.
Non si tratta qui di riscoprire la famosa confidenza ad Emilio Bonomelli all’ indomani del 18 aprile 1948 sulla necessaria futura divisione della DC fra moderati e laburisti cristiani, né di ricordare la dura resistenza opposta a chi autorevolmente suggeriva (e magari voleva imporre) la convergenza con monarchici e neofascisti per far fronte contro il comunismo, e neppure aderire alla convincente lettura che ormai trent’anni fa Pietro Scoppola diede del "Progetto politico di De Gasperi", dal titolo del suo opus magnum per convincersi del carattere socialmente e politicamente progressivo dell’ azione dello statista trentino.
De Gasperi è altro, De Gasperi si colloca ormai oltre le meschine polemiche di schieramento, e la sua eredità è innanzitutto il realismo di chi considera tutti gli elementi sul tappeto e non li valuta in base al suo interesse personale ma in base al bene pubblico, è l’ austerità elevata a norma di vita, è la discrezione di chi non confonde la propria autobiografia con quella del Paese: uno stile di vita, come dovettero ricordare mesi fa le figlie uscendo dal loro riserbo, che difficilmente può essere identificato con quello di chi oggi pretende di rifarsi a quella storia.
Forse il senso di questa vita straordinaria ed insieme semplicissima, più che nella analisi degli storici, pure importanti, può ritrovarsi nelle pagine di quel singolare scrittore che è Rodolfo Doni, l’ unico che abbia cercato di esplorare dall’ interno della finzione letteraria la complessità del movimento cattolico e della stessa DC (qualcosa che sull’ altro versante politico fu tentata, ad esempio, da Enzo Bettiza e da Ermanno Rea). Nel suo romanzo più importante , "La doppia vita", Doni tratteggia la figura di Giovanni Fedeli, un deputato ex popolare perseguitato dal fascismo che diventerà braccio destro di De Gasperi negli anni della ricostruzione: figura immaginaria nella quale convergono aspetti di personaggi reali quali Spataro, Tupini, Piccioni, e di fatto lo stesso De Gasperi. Nel pieno di una crisi di sconforto durante la fase del Regime imperante Fedeli entra in chiesa per assistere alla Messa in un giorno qualsiasi e considerando se stesso pensa: "Cattolico: un marchio che si portava addosso, come un odore…".
Questo pensiero, che non ha nulla di volgare o di ghettizzante, avrebbe potuto benissimo essere la divisa di De Gasperi e di tanti altri prima e dopo di lui: non un modo per porsi contro il mondo, ma un modo per comprenderlo e servirlo meglio nelle sue piaghe sanguinanti e nei suoi bisogni più reali, a simiglianza di quel Samaritano che versò olio e vino sulle piaghe di un uomo che non conosceva, e gli divenne prossimo.
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