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Il documento predisposto dal comitato preparatore per la XLIV Settimana sociale dei cattolici italiani che si aprirà a Bologna giovedì prossimo fornisce strumenti utili e necessari ad una riflessione così impegnativa come quella dei "Nuovi scenari e nuovi poteri", come recita il titolo, in cui si sostanzia il discorso sulla democrazia oggi:le sottolineature sulla crisi dello Stato-Nazione, sulla complessità sociale, sul prodursi e dispiegarsi di nuovi poteri forti, sulla crisi forse irreversibile del Welfare State tradizionale, soprattutto sulla crisi valoriale che è alla base del malessere sociale e politico di oggi sono serie e condivisibili.
Diciamo che questo documento, che per sua natura è scritto in un linguaggio estremamente specialistico e forse di difficile spendibilità negli ambienti parrocchiali ed associativi cui principalmente si rivolge, ha il merito di mettere sul tavolo gli elementi di una discussione, di permettere quindi di allargare lo sguardo su di una realtà complessa senza però che la "complessità", come avviene regolarmente, sia il pretesto per bloccare qualsiasi discussione ed impedirsi di guardare oltre rispetto all’ esistente.
Un’analisi non affrettata anche se un po’ schematica ci fa dire che la democrazia, la democrazia moderna come la conosciamo, nata dall’incontro non sempre armonico fra il sistema di derivazione anglosassone delle istituzioni rappresentative e delle garanzie costituzionali e quello rousseauiano del rispetto della volontà popolare e della promozione dei diritti sociali, sta oggi affrontando la terza delle grandi crisi che l’hanno travagliata nel corso del XX secolo e che evidentemente proietta la sua ombra anche sul secolo successivo.
La prima crisi fu quella successiva al primo conflitto mondiale, con quella che fu chiamata l’irruzione delle masse sulla scena politica e sociale: non fu più possibile per le classi dirigenti dei Paesi occidentali ridurre la decisione politica alla cerchia ristretta delle classi colte ed abbienti, ma si dovette fare i conti con masse operaie e contadine che si erano andate organizzate spesso nell’illegalità. In più, la rivoluzione dell’ottobre 1917 in Russia aveva per la prima volta dimostrato che l’ impossibile era possibile, e che le idee di Marx potevano uscire dagli scaffali polverosi della biblioteca del British Museum potevano farsi programma e prassi di governo. I cattolici furono sfidati anch’essi e non è un caso che in Italia l’organizzazione politica del Partito popolare segua di soli due mesi la fine della guerra, e che nella Germania della disfatta imperiale e della Repubblica di Weimar i cattolici dello Zentrum avviassero una collaborazione politica con i socialdemocratici. Solo che l’ascesa dei totalitarismi trovò i cattolici impreparati, come del resto la maggior parte dei movimenti politici, incapaci di cogliere la nuova sfida: i cattolici, in particolare, non seppero colmare il distacco di un’ immaturità politica che spesso affidava alle gerarchie il compito di mediazioni politiche che spettavano invece ai laici.
La seconda crisi è successiva all’ultimo conflitto mondiale, e sfidava i sistemi democratici sulla capacità di rispondere agli accresciuti bisogni sociali a fronte della seducente e radicale proposta dei sistemi del socialismo reale. Fu allora che ebbe impulso la costruzione dello Stato sociale, nato nell’ area britannica e scandinava dall’ esperienza delle socialdemocrazie, che cercava di coniugare la democrazia con i diritti sociali di massa, creando così, come ebbe a dire Beveridge, un "onorevole compromesso" fra democrazia e capitalismo. Sotto questo profilo i cattolici ebbero un ruolo fondamentale, sia in Inghilterra, dove appoggiarono i laburisti, sia in Francia, dove il partito cattolico collaborò da subito con i socialisti, sia soprattutto in Italia dove il problema sociale si accompagnava alla presenza minacciosa del maggior partito comunista d’ Occidente. Giorgio La Pira pose il problema in termini poetici ed apocalittici parlando delle "attese della povera gente", Giuseppe Dossetti ed Amintore Fanfani lo affrontarono sotto il profilo politico, Enrico Mattei e Marcello Boldrini sotto quello imprenditoriale, mentre Ezio Vanoni, Francesco Vito, Pasquale Saraceno e una schiera di giovani economisti le cui propaggini arrivano fino a Nino Andreatta e Romano Prodi si dedicarono a studiare nuovi modelli economici e sociali. Fu una fase felice, che coincise anche con la più grande espansione in termini di sviluppo economico e diritti sociali dei Paesi occidentali, i cosiddetti "trentes glorieuses" , che ebbero termine con lo choc petrolifero del 1974 ma che furono rese permanenti dalle strutture di Welfare sviluppatesi nelle varie realtà nazionali in forme più o meno simili
La terza crisi è quella attuale, che per comodità può essere fatta risalire alla caduta del Muro di Berlino e al trionfo del sistema capitalista in tutto il mondo, travolgendo non solo gli orrori e gli errori del socialismo reale, ma anche i sistemi di welfare del "secolo socialdemocratico". Il capitalismo nella sua versione globalizzata, basata più sulla finanza che sulle strutture produttive, ha finito per travolgere l’ "onorevole compromesso" di cui parlava Beveridge, imponendo una lettura uniformante dei fatti economici e sociali che ha messo preoccupazioni tradizionali come la piena occupazione, la tutela della salute, la salvaguardia previdenziale agli ultimi posti dell’ agenda politica. Peggio ancora, questo sistema che l’insospettabile studioso conservatore statunitense Edward Luttwak ha definito del "turbocapitalismo" ha invaso lo spazio tipico della politica e della società civile, corrompendo il livello della mediazione istituzionale e rendendo di fatto la democrazia il paravento di poteri forti che agiscono finanziandola pesantemente (come nelle campagne elettorali negli USA), o magari intervenendo direttamente (come nel desolante caso italiano). Questo modello neo capitalista implica anche una volontà generalizzata di controllo che non esclude i metodi forti, come dimostra il fatto che dall’instaurarsi dell’ età aurea vaticinata da Bush senior alla caduta dei regimi socialisti sono scoppiati non meno di quattro conflitti sanguinosi variamente motivati ma tutti riconducibili alla volontà espansiva del capitalismo globalizzato verso nuovi mercati e contro tutto ciò che veniva percepito come limite a tale volontà espansiva.
Questo tipo di analisi, che è ormai comune a molti osservatori anche liberali e moderati, è presente in alcune parti del documento direttore, il quale però non riesce ad arrivare ad una sistematizzazione delle idee e delle proposte, nel momento in cui sembra superata l’ elaborazione del lutto oramai decennale per la fine del soggetto politico di ispirazione cristiana, frutto di una secolarizzazione che ha trasformato storiche forze cristiano sociali in soggetti conservatori alquanto laicizzati. Ciò implica che le forze e le realtà dell’ associazionismo cattolico, le quali comunque non sono riconducibili ad un’ unica matrice, potrebbero, se trovassero la capacità di esprimersi oltre la formalità delle relazioni, degli interventi preordinati e delle tavole rotonde, trovare le condizioni per elaborare un progetto comune capace di farsi carico dei problemi della democrazia nella loro prospettiva globale, che del resto, come testimonia ad esempio il recente convegno di Orvieto delle ACLI, non è loro estranea e li rende consapevoli del valore dell’ interdipendenza come nuova frontiera politica della democrazia.
Sapendo in ogni caso che, come dice l’ esegeta e teologo Luciano Manicardi "se la fede cristiana è sempre fede nella risurrezione, fede che la morte non ha l’ ultima parola, allora il silenzio dei cristiani quanto l’ Evangelo richiederebbe di parlare, è alleato della morte". E questo dovere ovviamente trascende qualsiasi schema ed appartenenza nelle realtà cosiddette penultime.
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