Quale America, quale Europa
editoriale di novembre 2004 - di Giovanni Bianchi

Stavolta non c’è stato alcun bisogno di scrutini supplementari o di sgradevoli code legali: l’ammissione di sconfitta da parte del candidato democratico John Kerry ha riportato George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti sull’ onda di un grande risultato elettorale, che lo ha visto sconfiggere l’ avversario non solo nel collegio dei grandi elettori ma anche nel voto popolare, infliggendogli tre milioni di voti di distacco nel contesto di una grande mobilitazione elettorale, la più grande dal 1960 ad oggi.

E’ ben vero che l’ elettorato di Bush, nel contesto delle analisi dei flussi elettorali, risulta essere molto marcato, nel senso che per lui hanno votato in maggioranza gli uomini, i bianchi, le persone più anziane, i meno colti e scolarizzati. Nello stesso tempo hanno votato per lui le persone religiose, i protestanti più che i cattolici, coloro che in linea generale hanno a cuore i "valori" intesi secondo la dimensione relativa alla vita familiare e ai comportamenti sessuali,assai meno alla dimensione pubblica nel senso che evidentemente considerano la guerra preventiva ed una politica economica e sociale punitiva verso i meno abbienti come un pericolo assai meno grave delle nozze gay.

E dire che questo argomento, utilizzato dagli strateghi del Partito repubblicano per dimostrare la perversità dei democratici, costituisce il classico caso di una polemica creata ad arte, nel senso che nessuno seriamente fra i maggiorenti del partito di Kerry si sognava di proporre una riforma così poco sentita a livello popolare, e l’ iniziativa assunta in tal senso dal Sindaco democratico di San Francisco Gavin Newsom era del tutto isolata. Ma questo è bastato al Presidente, ed in particolare al suo stratega principe Karl Rove, per lanciare una campagna di delegittimazione e criminalizzazione dell’ intero partito democratico, sfruttando l’ onda mediatica e la capillare presenza delle chiese protestanti più fondamentaliste e le incertezze di una Gerarchia cattolica indebolita dallo scandalo dei sacerdoti accusati di pedofilia.

Di suo Kerry ci ha messo una certa dose di irresolutezza, che forse era solo lo specchio di un carattere pacato e poco incline a certezze apodittiche, ma che si è dimostrata micidiale soprattutto sul caso Iraq dove il senatore della East Coast ha potuto sfruttare ben poco le debolezze di un Presidente che lui stesso aveva sostenuto nella campagna pretestuosa contro Saddam Hussein. Forse hanno ragione, inoltre, commentatori di matrice democratica come Michael Walzer, Nicholas Kristof e Timothy Garton Ash nel momento in cui rimproverano al partito dell’ Asinello di aver perso il polso degli umori popolari per aver sostenuto campagne contrarie al sentimento pubblico come quelle per la laicità dello Stato, la limitazione del porto d’ armi o la tutela dell’ ambiente. Non si tratta, come è ovvio, di capovolgere posizioni che si ritengono giuste, ma di saper tenere conto dei sentimenti diffusi, di non ridicolizzare sistematicamente le posizioni di matrice religiosa, come è tipico di una certa cultura laicista che è speculare al clericalismo fondamentalista ma è assai più elitaria, di evitare che le questioni morali (intesa come morale sessuale, mai come moralità del business o negli affari pubblici, questioni in cui il partito repubblicano –il partito della Enron e della Halliburton- è assai più zoppicante), specie se artificiosamente evocate, finiscano per soffocare la questione sociale, al punto che operai e middle class che hanno solo da perdere dalla politica sociale ed economica della destra finiscono però per votarla per tutelare i valori religiosi che sono la loro ancora di salvezza in una società violenta e priva di certezze.

Non si ripeterà mai abbastanza che in Europa ed in Italia il rapporto fra religione e politica è diverso da quello assolutamente peculiare degli States, e perciò ogni tentativo di importazione del modello neo conservatore è qui destinato al fallimento. La gioia scomposta della destra nostrana per la rielezione di Bush è una volta di più la riedizione della patetica storia della mosca cocchiera, di un alleato in tanto irrilevante proprio in quanto servile e prono ai voleri di oltre Oceano.

Ora l’ Europa si trova di fronte ad un Bush più forte di prima, che dal voto ha tratto ulteriore convinzione sulla assoluta bontà della sua politica e sulla non necessità di un approccio multilaterale ai problemi del mondo.

Sarebbe forse ora che a questo potere imperiale, magari anche solo per reazione, per effetto di rimbalzo, facesse fronte un’ Europa più cosciente dei propri valori e del proprio ruolo a livello globale.

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