Una leadership non scontata
editoriale di dicembre 2004 - di Giovanni Bianchi

La questione della leadership è o no risolutiva, è o no un valore aggiunto rispetto alla possibilità per uno schieramento di vincere le elezioni? Il problema si trascina da molti anni, ed è diventato impellente nel momento in cui, passati al bipolarismo, ci si è resi conto di che cosa significa misurarsi con un problema di leadership sul modello di quello berlusconiano, che per un verso replica modelli in rapida diffusione nel resto dell’ Occidente e che per un altro è invece un unicum italiano, il che non torna certo a nostro onore.

Certamente non sono pochi gli esponenti del centrodestra che ammettono a denti stretti che l’ asserita crisi del bipolarismo è un falso problema, che in Italia un vero bipolarismo dal 1993 ad oggi non c’ è mai stato perché a piazzarsi come un macigno sulla sua strada è andato Berlusconi con il carico del suo mortale conflitto d’interessi e la sistematica anteposizione dei suoi fatti privati alle esigenze pubbliche.

Ma se la leadership della destra fiorisce in modo spontaneo da quella commistione fra affari e politica che sembra essere una costante di tutte le destre di questo mondo, dagli USA della Enron alla Gran Bretagna dei lauti affari di molti ministri conservatori, più complessa è la questione dell’ emergere di una leadership riconosciuta all’ interno dello schieramento democratico e riformatore.

Infatti, se nello scorso decennio ha avuto diffusione la retorica della società civile, intesa come la ricerca sistematica di candidati che venissero dalle realtà del mondo del lavoro, delle libere professioni, dell’ associazionismo, ora la politica sta cercando di recuperare le forme e le modalità di una sua capacità specifica di selezionare personale dirigente che sia capace di rappresentare gli interessi dei cittadini senza per questo dovere necessariamente passare attraverso canali privilegiati nell’ uno o nell’ altro senso. Preso atto che le Frattocchie e la Camilluccia – che pure in generale produssero una classe dirigente di tutto rispetto – non esistono più, e che oggi il rapporto fra partiti e cittadini è diverso rispetto al passato, nel senso che ormai il dato elettorale ha acquisito preponderanza rispetto alla forma politica e non viceversa, è chiaro che le modalità di selezione dei gruppi dirigenti sono affidate alla capacità di cogliere i segni, i passaggi e gli snodi delle istanze sociali.

In sostanza, se Berlusconi ha potuto consolidare la sua leadership non è stato solo grazie all’ ingiustificabile posizione di preminenza che gli deriva dalle risorse economiche e dalla capacità di manipolazione dell’ opinione pubblica, ma anche grazie alla capacità di interpretare e di dar voce ad istanze esistenti nella società, e a saldare tale istanze in un blocco sociale di cui ora si intravedono le crepe ma che è ancora lungi dall’ essere disarticolato.

A tentare l’ operazione uguale e contraria, corrispondente alla creazione di un autentico schieramento riformatore, sia pure in presenza di risorse finanziarie assai più esigue, è stata individuata la leadership di Romano Prodi, leadership che non nasce solo dall’ ovvia constatazione che il professore bolognese è stato l’ unico, fin qui, a sconfiggere Berlusconi in campo aperto, ma per motivi più radicati e profondi, che fanno ritenere come allo stato tale candidatura  sia l’ unica in grado di saldare insieme la leadership della componente riformatrice dell’ alleanza dei democratici con la guida dell’ alleanza in quanto tale, chiamando intorno ad essa energie nuove.

Forse molto dell’ appeal di tale candidatura deriva dalle origini, dall’ originarsi della passione civile di Prodi in “quel gran pezzo dell’ Emilia”, per usare le parole del suo amico Edmondo Berselli, quell’ irripetibile mix di riformismo e di rivoluzionarismo, che gli hanno permesso di maturare, pur sviluppandosi in opposizione  a quel modello, una forma politica alternativa diversa dalla pura e semplice negazione condita di millenarismo anticomunista che era pure possibile e che ha prodotto alcune non commendevoli esperienze politiche.

Il suo stesso essersi affermato nella vita pubblica tramite l’ insegnamento universitario e la direzione del colosso delle Partecipazioni statali, l’ IRI, testimoniano di un’ attenzione costante alla realtà sociale attraverso una ricerca condotta in modo serrato sul campo dell’ economia italiana attraverso quello che, nel bene o nel male, è stata una delle chiavi della modernizzazione del nostro Paese, ossia l’ intervento statale in economia, che non è né una rovina apocalittica né la panacea di tutti i mali ma semplicemente uno strumento fra gli altri per cercare di contribuire in modo efficace allo sviluppo economico del Paese e alla crescita dell’ occupazione.

Lo stesso orizzonte europeo, in cui Prodi si è inscritto ben prima di assumere responsabilità di governo per non dire della guida della Commissione,  è espressione della volontà di saldare stabilmente il destino del nostro Paese ad una comunità di popoli che è anche comunità di idee, di scambi economici, di società civili, in una parola, volontà di uscire dal ripiegamento provinciale e di cercare nuovi approdi culturali e politici.

Credo non sia un caso se, come ha ricordato tempo fa Paolo Franchi, nei giorni convulsi della fine della Prima Repubblica, mentre si discuteva di altre leadership più o meno effimere, Bettino Craxi avesse indicato in Prodi un possibile capo di un futuro Governo. Neppure è un caso che in quello stesso periodo, più esattamente nel dicembre del 1993, le ACLI nel corso del loro XIX Congresso straordinario svoltosi a Chianciano avessero delineato la prospettiva di una positiva convergenza fra il neonato PPI e l’ erigendo cartello dei Progressisti individuando proprio in Prodi la personalità che avrebbe potuto fungere da trait d’ union fra le due esperienze politiche e culturali nella prospettiva di una sintesi fra di esse che prefigurasse forme di più stretta collaborazione.

L’appuntamento delle prossime elezioni regionali dovrà consolidare questa tendenza. Avendo chiaro che nella fase che si è aperta, e che i risultati delle suppletive hanno reso evidente, è lo spessore politico (di una politica né vecchia né obsoleta, vada sé) a costruire consenso. Il populismo berlusconiano è in secca e fondi di bicchiere appaiono a tutti i lustrini della sua chiassosa antipolitica. Il sociale è tornato a incalzare da vicino la politica. L’immagine non mangia più il territorio.
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