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Intendo raccogliere le utili “provocazioni” lanciate su queste colonne da Alfredo Reichlin (16 dicembre) e Ugo Targetti (28 dicembre) perché mi pare che esse fissino una prospettiva interessante alla continuazione del progetto di federazione, e che anzi siano finalizzate in senso più ampio all’ apertura di una vera e propria stagione riformatrice.
In particolare sono d’ accordo sull’ invito implicito in ambedue gli interventi a superare definitivamente la contrapposizione fra il morire democristiani o socialdemocratici, se non altro perché il problema è quello di evitare di vivere troppo a lungo da berlusconiani. E se l’assillo principale di tutti i democratici in questa fase è quello di chiudere definitivamente questa pericolosa fase di destabilizzazione sociale, istituzionale e politica, a noi, intendo a dire a coloro che ambiscono a essere il perno della coalizione, è richiesto uno sforzo ulteriore, nel senso che dobbiamo sviluppare le nostre proposte non dimenticando quello che siamo stati ma facendo un passo oltre, proprio perché desideriamo essere altro e su questo “altro” chiedere il consenso del Paese.
La mia sensazione è che il rigirare intorno a certe questioni di anni fa sia altrettanto improduttivo e lunare del dibattito di certi gruppuscoli trockisti o marxisti leninisti che invece di analizzare la situazione italiana per quella che è continuano ad almanaccare se sulla NEP avesse più ragione Trockij o Stalin o se un certo passo di un saggio della Luxemburg vada interpretato in un senso oppure in un altro. In una realtà giovanile diffusa, ignara delle istorie e disabituata al dibattito politico, simili discussioni sui “valori” e sulle “radici”, che poi per qualche misteriosa via mistica si sostanziano in dispute sulle quote e sui seggi, suonano alquanto ostiche o indigeste: il linguaggio dei Berlusconi e dei suoi sodali e famigli, siamo onesti, è più chiaro per quanto menzognero.
A me sembra che Reichlin abbia bene colto il nocciolo della questione parlando di un’ Italia che manca di un’ “idea nazionale”, un Paese che, come certifica il recente rapporto CENSIS, non ha più passioni ma solo nostalgie e paure, e che ha voluto disperatamente (anche se non maggioritariamente) credere nel “sogno” berlusconiano perché i governanti di prima noi- non erano in grado di articolare un’ idea forte e alternativa di società, di futuro, di speranza possibile.
La presa d’ atto del declino, che è prima di tutto economico e sociale, è forse la prima operazione forte che possiamo intraprendere, non solo e non tanto per quel “piagnonismo” che ci accreditano il Cavaliere ed i suoi corifei, quanto perché si tratta di una realtà oggettiva, squadernata sotto i nostri occhi, analizzata nel profondo da studiosi seri come Gallino , Sylos Labini e De Rita, che rimanda a caratteri specifici del nostro capitalismo e alle modalità con cui i pubblici poteri ne hanno secondato l’ involuzione sperando di “salvare il salvabile” per arrivare al diffondersi delle “cattedrali sconsacrate” dell’ industria intorno a Milano e a Torino, veri ruderi di un’ altra epoca in attesa di diventare aree edificabili per centri commerciali o condomini di pregio. Per brevità, il declino non l’ha inventato Berlusconi. Ma colpa pesante del suo governo è non aver approntato piano alcuno per affrontarlo. O qualcuno crede ancora alle virtù taumaturgiche della “mano invisibile”?
Il declino c’è in Francia e in Germania. E’ al centro del dibattito in Francia e in Germania. Ma la Francia ha puntato a drenare cervelli e la Germania ha battuto il record delle esportazioni del dopoguerra. L’Italia berlusconiana invece e le sue istituzioni parlano d’altro.
Dunque, scelte di politica economica, con l’ idea, giustamente ripresa da Targetti, che il mercato è essenzialmente una creazione dello Stato e non una struttura innata e allo Stato preesistente, e che per conseguenza sia compito dello Stato di delimitarne il perimetro e di garantirne il buon funzionamento sancendo pene per i trasgressori, con la consapevolezza che su questo punto la destra non ha le carte in regola, si tratti della destra del monopolista Berlusconi o di quella di Bush e dei suoi amici della Enron e della Halliburton.
Personalmente condivido in toto la necessità espressa da Targetti di confrontarsi sui sei punti della “nuova questione sociale”, della responsabilità del potere pubblico verso i cittadini, dell’ opposizione al neo liberismo, del primato della politica sui grandi interessi,della laicità dello Stato e dell’ etica della solidarietà.
Tuttavia sul quinto punto merita aprire una riflessione anche per evitare quel “dialogo al ribasso” che giustamente Reichlin rifiuta: in effetti le questioni della bioetica, dei nuovi modelli di famiglia, dei rapporti fra il cattolicesimo nella sua dimensione pubblica ed i poteri dello Stato, del crescente pluralismo confessionale nel nostro Paese hanno una valenza non secondaria e, mi sembra, di crescente centralità nel dibattito politico. La dimensione del “caso di coscienza”, che ovviamente nessuno può disconoscere in alcun caso e men che meno un credente, non può però essere un alibi per evitare sistematicamente un confronto su vicende che finiranno per coinvolgere un numero sempre maggiore di persone. Così come vedranno la politica chiamata ad intervenire con un numero inevitabilmente crescente di decisioni. Prospettiva realisticamente praticabile se i cattolici saranno consapevoli che in taluni casi è possibile, ed in qualche modo anche ammesso dalla dottrina della Chiesa, che il credente possa collaborare a dare una veste giuridica a ciò che considera il male minore per incanalarlo in un quadro legislativo preciso e delimitato, e a loro volta i laici prenderanno coscienza che la legge del desiderio non può diventare legge ipso facto perché le pulsioni umane vanno passate al vaglio critico delle ragioni dell’etica oltre che dell’ ethos sociale diffuso.
In questo senso, e senza voler per questo entrare in questioni che non mi competono, penso anch’ io, come Ugo Targetti, che una qualificazione unicamente socialdemocratica del pensiero riformatore sia restrittiva e non rispondente alle necessità oggettive della politica italiana.
A suo tempo Sergio Cofferati aveva definito il riformismo una “parola malata”; più recentemente Savino Pezzotta ha ammesso l’esistenza di un “deterioramento semantico” dei “termini più nobili della nostra tradizione sociale e politica”. Non è un caso, infatti, che un autentico spirito riformatore come Federico Caffè (il maestro di Tarantelli, per l'appunto) , uno dei più rigorosi precursori, sul versante laico, della stagione di riforme del primo centrosinistra, abbia dovuto sperimentare, come titola un suo libro , la vera “solitudine del riformista”, quando già vent’ anni fa era difficile per lui sostenere la battaglia contro i luoghi comuni di un reaganismo d’ importazione altrimenti che sulle colonne nient’ affatto riformiste del “manifesto” che gli furono aperte dall’ intelligenza di Valentino Parlato.
Siamo all’ indomani della XLIV Settimana sociale dei cattolici italiani in cui si sono analizzate profondamente le radici filosofiche, morali ed economiche della crisi in atto della democrazia. Il capitalismo nella sua versione globalizzata, basata più sulla finanza che sulle strutture produttive, ha finito per travolgere l’ “onorevole compromesso” fra capitalismo e democrazia vaticinato da Beveridge, imponendo una lettura uniformante dei fatti economici e sociali che ha messo preoccupazioni tradizionali come la piena occupazione, la tutela della salute, la salvaguardia previdenziale agli ultimi posti dell’ agenda politica. Peggio ancora, questo sistema che l’ insospettabile conservatore statunitense Edward Luttwak ha definito del “turbocapitalismo”, ha invaso lo spazio tipico della politica e della società civile, corrompendo il livello della mediazione istituzionale e rendendo di fatto la democrazia il paravento di poteri forti che agiscono finanziandola pesantemente (come nelle campagne elettorali negli USA), o magari intervenendo direttamente (come nel caso italiano).
Partendo da qui, dall’esigenza di scelte esigenti di politica sociale ed economica ma anche da un discorso sui valori, che non si esaurisce nei manuali di teologia morale e nemmeno nel catalogo delle rivendicazioni, si può costruire un percorso politico non banale da cui può nascere il soggetto politico riformatore che attendiamo. Un’ attesa che per forza di cose deve essere dialogante e operosa.
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