Al di là delle elezioni
editoriale di febbraio 2005 - di Giovanni Bianchi

Mai come nel caso delle elezioni irachene si avverte la necessità di dividere l’informazione dalla propaganda provando in pari tempo l’imbarazzante sensazione di fare una fatica crescente nel distinguere l’una dall’ altra.

La cifra del 75% dei votanti, “sparata” nel pomeriggio di domenica 30 dalla Commissione elettorale – che pure operava al di fuori di ogni controllo internazionale- è stata immediatamente presa per buona  da quasi tutti i telegiornali, e solo l’immediato ribasso dovuto all’evidente mancanza di credibilità di un tasso che supera di gran lunga l’ affluenza elettorale britannica o statunitense ha fatto sì che non finisse sui quotidiani del giorno dopo.

Allo stesso modo, la successiva correzione al 60% degli aventi diritto, presa anch’essa per buona a scatola chiusa, è suscettibile di ulteriori revisioni al ribasso attraverso l’ovvia distinzione fra “aventi diritto” e “effettivamente registrati”: la sensazione è quindi che servisse comunque un dato importante per far cassetta e solo successivamente – se mai accadrà – verranno diffusi i dati veri, compreso il risultato complessivo dello scrutinio che verrà gestito anch’esso secondo  criteri poco trasparenti.

Sintomatico è che, a fronte delle accuse del Consiglio degli ulema sunniti, l’influente minoranza che fu forza di governo sotto Saddam Hussein e che ha disertato in massa le urne, che contestano la validità di elezioni svoltesi sotto occupazione militare straniera, e che affermano in sostanza che l’opinione pubblica internazionale ha visto solo quello che gli si è voluto far vedere, un osservatore prudente come Bernardo Valli (“Repubblica” del 1 febbraio) abbia annotato che “è tutto abbastanza vero”.

Questo significa sottovalutare o, peggio, negare l’importanza dell’appuntamento elettorale del 30 gennaio? No, ma serve a dargli la sua vera dimensione, a non scambiare i desideri dell’opinione pubblica internazionale, o le bugie della Casa Bianca, con l’effettività dei fatti, e soprattutto a non credere che sia finita qui, che il fallito (in parte) ricatto dei terroristi della “primula rossa” Zarkawi abbia estinto per sempre la minaccia terroristica, che è più vitale che mai e che rischia anzi di avere appoggi sempre più forti nella popolazione sunnita.

Intanto è chiaro che i vincenti sul terreno sono due: il primo è la leadership curda, presentatasi alle elezioni affettando un’ unità largamente di facciata ma che ora si prepara a mettere all’incasso la cambiale mai onorata dalle Potenze occidentali fin dallo smembramento dell’ Impero ottomano nel 1918, l’istituzione di uno Stato curdo, magari con un tenuo vincolo federale rispetto al resto dell’Iraq. Il secondo è il clero sciita che, sotto la guida del Grande Ayatollah el Sistani ha ottenuto una vittoria elettorale senza mai essere venuto a patti con l’ occupante USA: Sistani, che non ha votato perché ancora formalmente cittadino iraniano, non ha interesse a mettere l’Iraq in una posizione di subordinazione allo Stato vicino, anche perché se la maggioranza degli iracheni e gli iraniani sono affratellati dal credo sciita, sono divisi -fatto che ha la sua importanza- da questioni etniche, essendo i primi arabi e quindi semiti ed i secondi indoeuropei (una volta si sarebbe detto “ariani”).

Piuttosto è possibile che il vecchio leader spirituale punti ad una soluzione di compromesso, ad una sorta di accordo confederale con curdi e sunniti con una concordata riduzione del contingente di occupazione occidentale.

Il problema, ovviamente, è se gli USA si accontenteranno di una tale soluzione, che renderebbe completamente vano il sacrificio di così tante vite americane: inesistenti le armi di distruzione di massa (chi le ha davvero, come i nordcoreani, non viene e non verrà mai attaccato), mai provati i legami fra il regime baathista e Al Qaeda, resisterebbe solo la giustificazione di facciata della “instaurazione della democrazia” in Iraq, ma a parte che a giudizio del clero sciita e degli Ulema sunniti in ogni caso la democrazia occidentale dovrebbe essere riletta alla luce della Sharia islamica, in ogni caso elezioni tenute sotto occupazione militare ed in uno stato evidente di guerra civile non sono una garanzia democratica seria.

I precedenti più ovvi sono le consultazioni elettorali che si tennero nel Vietnam del Sud durante la guerra civile, ed i cui risultati furono sempre discutibili: quella svoltesi nel 1967 furono fatte sotto impulso di Lyndon Johnson che le chiese al dittatore Cao Ky come una “bel regalo di compleanno”. Ovviamente furono una farsa, e tutti gli organi di informazione (compresi quelli statunitensi) lo denunciarono a gran voce. Le successive elezioni presidenziali del 1970, finalizzate a consacrare la leadership del generale Van Thieu, furono messe a rischio dall’imprevedibile successo di un candidato pacifista, cioè favorevole ad un compromesso con i nordvietnamiti ed i Vietcong: a scanso di equivoci Thieu fece invalidare la candidatura di costui e più tardi lo fece imprigionare. Da nessuna di queste elezioni uscì qualcosa di simile alla democrazia, ed anzi il prestigio degli eredi di Ho Chi Minh ne uscì rafforzato.

E’ chiaro quindi che la Casa Bianca insisterà perché vengano garantite le due ragioni di fondo che hanno veramente presieduto alla guerra, ossia le garanzie sull’approvvigionamento petrolifero preferenziale per le società estrattive USA (che formano la più potente lobby di potere interna al gruppo dirigente che attornia Bush jr) e il controllo strategico delle basi militari per cristallizzare lo status quo attuale nel Medioriente a favore di Israele e delle case regnanti del Golfo.

Alle anime belle e ai reggicoda sparsi in tutto il mondo, a partire dal nostro ineffabile Presidente del Consiglio, il compito di diffondere la dolce fiaba della democrazia risorta in un posto in cui non era mai nata.

torna su