Il massimo comun denominatore
editoriale di marzo 2005 - di Giovanni Bianchi

L’ articolo di Mimmo Lucà  (“Europa” dell’ 11 febbraio) ci stimola, e non solo per le comuni origini acliste, a proseguire la riflessione da tempo iniziata sulle ragioni del convergere delle culture riformatrici del nostro Paese in un progetto federativo che rappresenta una fase ulteriore rispetto ad un cammino che si era aperto fin da quando provammo a rimettere mano ad un dibattito politico pietrificato con la battaglia per il maggioritario.

Scrive Lucà che il III Congresso dei DS non ha rappresentato il ritorno di questo partito ad una “piena identità socialdemocratica”, qualunque cosa significhi o implichi un simile termine, ma è solo la tappa di un processo politico più ampio che è ancora in atto e che postula sviluppi ulteriori a fronte di una progettualità ancora tutta da definire che inevitabilmente coinvolgerà altri soggetti, a partire -aggiungo io- da quelli che con i DS hanno deciso di dar vita alla Federazione dell’ Ulivo.

Si colloca qui la difesa e la valorizzazione del ruolo svolto in questo complesso processo di “contaminazione e di integrazione delle diverse esperienze e culture” del movimento dei Cristiano sociali di cui Mimmo è coordinatore nazionale, e che ha rappresentato una delle possibili forme di presenza dei credenti all’ interno del maggior partito della sinistra, che molti credenti, in maggior parte cattolici, ritengono ormai di vivere come il loro riferimento politico primario.

Si tratta di esperienze affatto nuove nella realtà più ampia della socialdemocrazia europea, come dimostrano gli atti, curati con passione da Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini, della tavola rotonda svoltasi nel 2001 a margine dell’ assemblea nazionale dei Cristiano sociali fra soggetti aderenti alla Lega internazionale dei socialisti di ispirazione religiosa.

E tuttavia crediamo di non contraddire il ragionamento di Lucà se affermiamo che l’ accelerazione impressa dal Congresso diessino al progetto della Federazione è anche l’ espressione della ricerca di quel “quid plus” che rende ancora problematica l’esistenza nel nostro Paese di un grande partito democratico e progressista di raccolta che possa essere il riferimento ed il nucleo propulsore di una più vasta alleanza.

In questo senso crediamo debbano essere recuperati ed anzi messi al centro della nostra riflessione comune due elementi, uno metodologico e l’ altro concettuale, che forse negli ultimi tempi hanno rischiato di essere un po’ obliati.

Il primo è quello del “processo”, ossia della costruzione di una nuova soggettività politica senza precostituirne gli esiti, senza avere la pretesa di costruire a partire dai tetti, cercando piuttosto di individuare fondamenta programmatiche solide su cui impiantare l’ edificio che si va a costruire. Mi sembra importante che un pensatore della tempra di Giorgio Ruffolo, la cui matrice socialdemocratica è nota a chiunque, abbia ricordato in una recente intervista il famoso principio del grande maestro del riformismo europeo, Eduard Bernstein, per cui  “il  fine è nulla e il movimento è tutto”: slogan non a caso assolutamente inviso a Lenin e ai suoi in quanto implicitamente negatore dell’ approdo escatologico alla società socialista che i bolscevichi avevano elevato da ipotesi politica ad articolo di fede materialista. Ciò si rende a maggior ragione necessario nel momento in cui, come rilevava recentemente Enrico Morando, si cerca di fare una cosa veramente nuova, non una riedizione del patto ciellenista, non una nuova variante della solidarietà nazionale o di altri progetti abortiti, sapendo peraltro, come ebbe a rilevare già oltre vent’ anni fa Pietro Scoppola, che se il progetto berlingueriano e moroteo fallì fu perché, a differenza del primo centrosinistra, non ebbe alcuna elaborazione progettuale condivisa alle spalle. Un pericolo, del resto, che già Romano Prodi si sta occupando di sventare con la suggestione della “Fabbrica delle idee”.

Il secondo elemento, anche più interessante, è quello del recupero della valenza propulsiva sul cammino dell’ integrazione del  pensiero politico di quelle che potremmo chiamare le appartenenze originarie, i filoni ideali che hanno sostanziato fin qui le differenze ed ora debbono convergere verso il progetto federativo.

Per chi viene dal filone popolare, cattolico democratico, cristiano sociale, parole che possono essere utilizzate come sinonimi anche se lo sono solo parzialmente, si tratta di sapere se, una volta usciti dal paradigma democristiano, e anzi da quello stesso del partito di ispirazione cristiana, è possibile dare gambe e sostanza a qualcosa di diverso e di nuovo in cui l’ identità non sia solo il pretesto per dividere ma il lievito che fa crescere ed il sale che dà sapore.

Mi sembra importante rileggere ciò che disse il cardinale Tettamanzi alla XLIV settimana sociale dei cattolici svoltasi nell’ ottobre scorso a Bologna, interrogandosi sulla qualità e sulla realtà della democrazia oggi, nel momento in cui essa è limitata ed insidiata dai poteri forti della finanza, della tecnocrazia, delle oligarchie del denaro e dei mass media. Addirittura l’ arcivescovo di Milano è giunto a chiedersi se davvero i cittadini dei Paesi che si chiamano democratici siano governati da coloro che vengono ufficialmente eletti. Se esiste ancora un valore oggi per la democrazia partecipativa è quello di salvaguardare i diritti delle persone a partire dai valori fondamentali della solidarietà, della sussidiarietà e della  legalità. “Senza legalità non c’è Stato, e senza Stato non c’è democrazia”.

A partire da tali considerazioni, cii sembra che la strada per noi obbligata sia quella della progressiva integrazione di culture politiche e di strutture rappresentative in una sintesi progettuale nelle quali trovino il loro posto le diverse istanze sociali, sapendo che chi si colloca nell’ area riformista e democratica assume come proprie le ragioni dei deboli perché non siano ragioni deboli, come ebbe a dire proprio il card. Tettamanzi. In questa prospettiva, che è poi quella a cui sta lavorando Romano Prodi, il posto dei cattolici democratici sarebbe importante, ingente oserei dire, poiché ad essi spetterebbe il ruolo di integrare un progetto sociale audace con una forte visione etica che sappia affrontare in termini non integristici le nuove sfide della bioetica e della pluralità dei modelli familiari. Dovendo definire questa prospettiva, potremmo risalire a De Gasperi, al De Gasperi che nella famosa intervista al “Messaggero” del 17 aprile 1948, un giorno prima delle famose elezioni, definiva la DC come “un partito di centro che marcia verso sinistra”, e aggiungeva che con la DC avrebbe vinto “un laburismo radicato nelle tradizioni del nostro Paese”. Lo stesso De Gasperi che all’ indomani di quelle cruciali elezioni all’ amico Emilio Bonomelli, che lo registrò nel suo diario, previde che in futuro la DC si sarebbe distinta in moderati ed in “laburisti cristiani”, e “laburismo cristiano” è un’ espressione che compare nel titolo del recente libro di Vincenzo Saba dedicato al gruppo dossettiano.

E’ un’ ipotesi, è una prospettiva, è una pista di ricerca: sicuramente però se si vuole battere tale pista bisogna sapere che occorre essere consequenziali rispetto a tale scelta, sia sotto il profilo ecclesiale che sotto quello politico, sapendo che lo spazio c’è, perché in fondo a Bologna, dove l’unico modo possibile per i delegati di manifestare il loro pensiero era quello di applaudire o tacere, alcuni sono stati molto più applauditi di altri. E non crediamo fosse un caso.

torna su