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La storia darà il giudizio definitivo sulla vicenda umana e religiosa di Giovanni Paolo II ma anche adesso, adesso che siamo ancora tutti, credenti e non credenti di ogni latitudine e razza, sotto l’ impressione dell’ annuncio della sua scomparsa, alcune cose è possibile dirle.
La prima fra tutte è che quest’ uomo venuto, come egli stesso ebbe a dire nel suo primo, famoso intervento dalla loggia di San Pietro, “da un Paese lontano”, ancora facente parte dell’ impero comunista, dopo aver sofferto ogni sorta di violenza sotto l’ occupazione nazista, è stato uno di quelli che hanno inciso maggiormente nel declinare del XX secolo. Il secolo aperto dagli spari di Sarajevo e chiuso dal crollo del Muro di Berlino non è stato solo il secolo della violenza cieca e dell’ ideologia sovrana, ma anche quello dell’ irruzione delle masse sulla storia. Le masse che erano state sin qui carne da cannone o carne venduta volevano essere padrone del proprio destino, e cercavano un segnavia che potesse orientare la loro ricerca.
Il comunismo era stato una potente suggestione, facendo leva sulla naturale aspirazione degli uomini alla giustizia e all’ equità sociale, ma si era concretizzato in un sistema opprimente che conculcava ogni libertà individuale e spirituale; il liberalismo storico, se permetteva la libera circolazione delle idee, soprattutto all’ indomani del venir meno dell’ antagonista dopo il 1989, si mutava in un sistema di sistematica ricerca della massimizzazione del profitto a scapito di ogni altra considerazione, e alla concezione del mondo come un immenso mercato cui attingere.
Inoltre, ed era un corollario imprevisto ma forse inevitabile, la logica del capitalismo globale portava in se stessa l’ aspirazione al controllo generale delle risorse del pianeta, non disdegnando la logica bellica come risposta agli ostacoli che eventualmente si ponessero di traverso. Ciò peraltro attraverso una concezione meccanicistica della politica che ignorava il rischio di scatenare etnicismi e fondamentalismi religiosi, considerati come relitti del passato ma rispuntati dalla glaciazione delle ideologie in tutta la loro vitalità.
Giovanni Paolo II seppe vedere tutto questo, poiché la sua ottica privilegiata era quella evangelica, di un Vangelo interpretato in primo luogo come appello alla conversione e alla liberazione integrale della persona umana che egli concepiva, come ebbe a scrivere fin dalla sua prima enciclica “Redemptor hominis” , quale via maestra della Chiesa. In questo senso, in questa prospettiva, si colloca la volontà del Papa di rilanciare la Dottrina sociale della Chiesa, che egli non interpretò mai come un sistema in se stesso compiuto, quanto piuttosto come una definizione dello scenario etico entro cui si doveva ricomprendere l’ azione dei credenti per la creazione di una città dell’ uomo a misura d’ uomo, per riprendere la memorabile espressione di Giuseppe Lazzati.
Il suo incessante viaggiare per le strade del mondo è stato il segno della volontà di dare corpo visibile a quella “nuova evangelizzazione” che aveva senso in quanto sostitutiva dell’ antica “societas christiana” in un contesto fortemente secolarizzato, senza per questo venir meno a quelle che egli giudicava essere verità eterne ed intangibili.
Ora che egli è entrato nel mistero di Dio cui ha teso per tutta la vita, a noi che rimaniamo incombe l’ onere di essere fedeli, al nostro posto di lavoro, di impegno e di preghiera, a questa straordinaria lezione.
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