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La rapidità con cui si è giunti, dopo soli quattro scrutini, all’elezione di Benedetto XVI è segno evidente del fatto che i componenti del Sacro Collegio sono entrati in Conclave avendo già chiaro, almeno per una buona maggioranza di loro, che il cardinale Joseph Ratzinger fosse la persona giusta per la difficile successione ad un pontefice di straordinaria levatura come Giovanni Paolo II.
Alcuni avevano valutato come difficilmente spendibile la posizione di un porporato che in tutti i suoi interventi pubblici, non ultimo quello della Messa “pro eligendo pontifice” del 18 aprile, non aveva risparmiato nulla nell’esporre chiaramente le sue idee circa le necessità ed il futuro della Chiesa all’inizio del terzo millennio dell’era cristiana. In realtà, a rileggerlo in filigrana, l’omelia del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede non diceva nulla che un cattolico, prescindendo da “schieramenti” artificiosi non potesse sottoscrivere, sia pure con sfumature che appartengono al bagaglio culturale ed umano di chi parla e di chi ascolta. Piuttosto sembra strano che nessuno abbia rilevato come in quella omelia vi fosse un rilievo importante sulla “grazia di Cristo che sia acquista a caro prezzo”, quasi un riferimento diretto alle prime, famose righe di “Sequela” (“rifiutiamo la grazia a buon prezzo”), l’opus magnum del pastore evangelico tedesco Dietrich Bonhoeffer, del quale cade in questi giorni il sessantesimo anniversario di morte per mano nazista.
Del cardinale Ratzinger sappiamo tutto, delle sue idee e del suo modo di intendere la Chiesa: di Benedetto XVI conosciamo i primi messaggi ed i primi gesti, che non sembrano essere quelli di un furioso restauratore.
In ogni caso i cardinali hanno ritenuto che la difficoltà dei tempi richiedesse per la Chiesa una guida sicura e dottrinalmente solida, né l’avanzata età del prescelto può far pensare all’ipotesi di un “ponitificato di transizione” (non è un caso del resto che tale fosse giudicato il card. Roncalli, anche lui settantottenne quando divenne Giovanni XXIII).
L’intelligenza penetrante, la profonda dottrina, l’importante seppur remota esperienza alla guida della diocesi di Monaco di Baviera a cui lo chiamò Paolo VI trent’anni fa, gli anni trascorsi accanto a Papa Wojtyla nel reggere il dicastero che ha il difficile compito di preservare la verità e l’unità della dottrina cattolica certificano indubbiamente che il nuovo Papa ha la preparazione e la qualità personale che servono per il gravoso compito che gli è stato imposto.
Un segnale, è fuor di dubbio, arriva anche dal nome, che in qualche modo si distacca da una recente tradizione e segnala un doppio richiamo: il primo è a quello di Benedetto da Norcia, il padre del monachesimo occidentale nonché patrono d’Europa. La scelta di un cardinale europeo segna da un lato la presa d’atto di come l’Europa sia il cuore di quelle grandi sfide -ed opportunità- che il cristianesimo si trova davanti a partire dalla secolarizzazione e dall’esigenza di una nuova evangelizzazione: è nello stesso tempo anche un messaggio mandato all’impero d’ oltre Atlantico, al quale il nuovo Papa aveva ricordato poco tempo fa che il messaggio cristiano non è disgiungibile dalla fede, e chi si ammanta del vessillo di Cristo per condurre battaglie politiche in cui carità e giustizia sono assenti commette un grave errore e utilizza una volta di più invano il nome di Dio.
Il secondo richiamo è all’ ultimo pontefice che portò quel nome, Benedetto XV, che regnò dal 1914 al 1922: egli fu il Papa che per primo si rifiutò di considerare “giusto” un conflitto orribile e spietato come fu la prima guerra mondiale, ed anzi lo definì “inutile strage”, suscitando le ire anche di quei cattolici che, in Francia come in Germania, si aspettavano la benedizione delle loro armi. Fu anche il Papa che, sotto il profilo dottrinario, chiuse discretamente la fase della persecuzione antimodernista recuperando molti di coloro che erano stati ingiustamente accusati di infedeltà negli anni precedenti.
Sembra improbabile che tali richiami fossero assenti dalla mente del cardinale Ratzinger quando ha scelto il suo nome pontificale.
A questa scelta altri messaggi si sono susseguiti, e in questo senso è tutta da leggere l’omelia con cui Benedetto XVI ha chiuso ufficialmente il Conclave rivolgendosi ai cardinali ancora riuniti nella Cappella Sistina e nella quale ha confessato il peso che gli deriva dall’elezione al Pontificato, ricordando nello stesso tempo l’appello del suo predecessore a non avere paura, ad affidare tutto a Cristo.
A partire da ciò, il papa ha voluto fissare le premesse fondamentali della sua azione pastorale, ed in primo luogo si è richiamato alla tematica della collegialità, ricordando il modello collegiale di “Pietro e gli altri Apostoli” (non “Pietro e gli Apostoli” come era uso scrivere una volta, quasi a voler distaccare la funzione del pescatore di Galilea da quella degli altri Undici) e ricordando che la comunione collegiale è garanzia dell’ “efficacia dell’ azione evangelizzatrice nel mondo contemporaneo”. Da qui il richiamo al Concilio Vaticano II, la bussola della Chiesa nel terzo millennio, i cui documenti, afferma il Papa, non hanno perso in alcun modo di attualità e sono anzi “particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata”. Infine, il dialogo ecumenico ed interreligioso, che Benedetto XVI assume come una sfida particolare del suo pontificato, ricordando che certo è questione di dogmi e di dialogo teologico, ma prima di tutto viene la “purificazione della memoria”, il riconoscimento esplicito delle responsabilità di ciascuno ed il desiderio di essere più fedeli all’insegnamento dell’unico Maestro.
E’ stata notata in questo primo messaggio una certa discrezione rispetto alle tematiche sociali: è significativo in questa prospettiva rileggere un testo poco noto del card. Ratzinger, la commemorazione che egli tenne nel 1999, presso la sede nazionale delle ACLI, del cardinale Pietro Pavan, colui che fu chiamato la “penna di Giovanni XXIII”, autore materiale dell’impianto e di non poche parti della “Pacem in terris”. Con grande umiltà Ratzinger apriva il suo intervento ammettendo di non essere un esperto nell’insegnamento sociale della Chiesa, e tuttavia entrava in una delle questioni fondamentali sollevate dall’enciclica giovannea, la distinzione fra ideologie radicalmente errate e i movimenti storici anche positivi che da esse potevano venir generate. All’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, generalmente ritenuto un pessimista radicale, quelle parole piacquero, e gli sembrò che non fossero espressione di “ingenuo ottimismo”, ma della fondata speranza di non potere “in permanenza e per sempre reprimere la scintilla della recta ratio; cioè della luce di Dio in noi”. E se sbagliarono coloro che interpretarono le parole in termini propagandistici, come i regimi marxisti dell’ Est, lo stesso fece l’Occidente che non seppe cogliere il valore vero di quell’ appello.
Queste riflessioni, mi sembra, hanno trovato un diverso respiro nella Messa solenne di inizio del ministero pontificale di Benedetto XVI. All’ omelia il Papa ha detto chiaramente di “non aver bisogno di presentare un programma di governo”, poiché il suo programma è quello di “mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui”.
Da lì quindi la stigmatizzazione dei “deserti” in cui vive l’ umanità “il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, il deserto dell’ abbandono, della solitudine, dell’ amore distrutto”, tutti deserti che nascono quando “i tesori della terra non sono più al servizio dell’ edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione”.
Non credo che esistano due Ratzinger, visto che, come ha dichiarato il cardinale Martini in una bella intervista a “Repubblica” la questione non è la diversità delle opinioni all’ interno della Chiesa ma la modalità con cui tali diversità diventano un arricchimento della prospettiva comune. Lo studioso ed il pastore che lancia un preoccupato grido d’ allarme contro la “dittatura del relativismo” è la stessa persona che conferma a posteriori la bontà delle intuizioni cariche di speranza di Giovanni XXIII e del card. Pavan, poiché, da uomo di fede e di studio, sa discernere i segni dei tempi, ovviamente con quella che è la sua lettura specifica, la sua formazione, il suo modo di esprimersi per il quale ha già chiesto preventivamente l’indulgenza dei fedeli.
Depone in questo senso, ad esempio, il serrato dibattito che il nuovo Pontefice ebbe a Monaco di Baviera nel gennaio 2004 con Jurgen Habermas. Il custode dell’ ortodossia cattolica si misurava con l’ultimo epigono della Scuola di Francoforte, con l’allievo di Adorno ed Horkheimer amico di Marcuse e, a sorpresa, trovava più di un terreno di comunanza. Certo, nessuno dei due convertiva l’altro, ma era significativo che il Professore, pur continuando a ritenere auto sufficiente un fondamento puramente politico dello Stato di diritto, si mostrasse sensibile alla necessità di una fondazione oggettiva dell’ ethos pubblico, riconoscendo alla religione, spogliata dalla pretesa di autorità, una forma di critica delle patologie sociali della modernità. Dal canto suo il Cardinale apprezzava la formula habermasiana dell’ “apprendimento reciproco” fra fede e ragione, e giungeva a definire “strumento inefficace” la concezione del diritto naturale come ponte fra fede e ragione laica, in quanto definitivamente distrutta dalla teoria evoluzionista ormai sostanzialmente accettata anche dalla Chiesa cattolica, reclamando però la necessità di contestualizzare anche la secolarizzazione all’ interno del paradigma occidentale messo in crisi dall’ emergere di nuove istanze religiose ed etiche.
Appare quindi incomprensibile il rilievo che a Benedetto XVI è stato mosso da Eugenio Scalfari (“Repubblica” del 21 aprile) che prendeva spunto da una dichiarazione di circa un anno prima di Ratzinger secondo cui : “L’uomo d’oggi è manipolabile dal mercato, dai media, dalle mode. Il problema è che oggi la religione e la morale sembrano appartenere solo alla sfera del soggetto. Di conseguenza la religione perde peso nella formazione della coscienza comune”. Da qui Scalfari inferisce non solo che il nuovo pontefice è un pessimista radicale, ma anche che, secondo Ratzinger “La Chiesa, per opporsi a questa deriva, deve utilizzare a sostegno della fede e della sua morale il diritto e gli strumenti che servono a manipolare le coscienze e a guadagnarne l’adesione”. Ora, questo Ratzinger non l’ha detto, e si può dubitare che lo abbia pensato, legato come è ad un’idea di gelosa tutela della libertà della coscienza umana, che è il sacrario in cui si fanno le scelte più importanti: d’altro canto, se la visione dell’ allora Prefetto della Dottrina della Fede è pessimistica, nessuno più del giornale fondato da Scalfari l’ha sostenuta -a ragione- relativamente al conflitto di interessi in materia mediatica dell’attuale Presidente del Consiglio.
Forse è maturo il tempo di una riflessione più approfondita e serena su queste tematiche.
In ogni caso il nuovo Papa si trova davanti un mondo in attesa, un mondo cui offrire, come ebbe a dire nella sua ultima omelia da Decano del Sacro Collegio, la verità nella carità, un mondo in cui la Chiesa, come ha scritto recentemente l’ex Maestro generale dell’Ordine domenicano Timothy Radcliffe, i maestri ed i pastori debbono chiedersi come sarà compreso il loro insegnamento sapendo anche mettersi al posto di coloro che lo ascolteranno, consci, nel loro ministero di pastori e di padri, dell’impossibilità di imporre agli uomini pesi insostenibili (Mt.23,4).
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