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Nella primavera del 1995, dieci anni fa, si consumava il definitivo strappo fra i due tronconi del Partito Popolare Italiano, quello guidato da Rocco Buttiglione, segretario eletto dal I Congresso del partito l’anno precedente ma sfiduciato a stretta maggioranza dal Consiglio nazionale in una drammatica seduta all’inizio di marzo, e quella guidata da Gerardo Bianco, che lo stesso CN aveva chiamato alla Segreteria a seguito di un’elezione contestata da Buttiglione e dai suoi.
Chi si occupa di politica si ricorderà come la crisi fosse stata gestita senza esclusione di colpi da ambo le parti, con corollario di ricorsi giudiziari, occupazioni di spazi, commissariamenti ed espulsioni (queste ultime tutte da parte buttiglioniana, in verità). La maggioranza del Partito era certa del suo buon diritto, basandosi da un lato sulla violazione dei deliberati degli organi dirigenti da parte di Buttiglione, che aveva stretto un accordo con Berlusconi e le destre senza esservi stato autorizzato, e dall’altro sulla reazione morale all’incredibile atteggiamento di un Segretario che sulla sua controversa linea politica aveva chiesto la fiducia, non l’aveva ottenuta e tuttavia rifiutava di dimettersi ed anzi minacciava di espulsione la maggioranza del partito.
La questione, come è noto, si compose successivamente alle elezioni regionali ed amministrative (che comunque avevano sancito il prevalere delle liste popolari del Gonfalone legate a Bianco) con un accordo che portò alla spartizione del nome, del simbolo storico dello scudo crociato degli organi di stampa e dei beni mobili ed immobili del Partito, ma il punto era altrove.
Il punto stava nel fatto che la dura dialettica del maggioritario e del bipolarismo aveva costretto le due culture (forse di più) che convivevano sempre meno armoniosamente nel corpaccione della DC prima e in quello assai più ridotto del PPI poi a prendere atto delle loro irriducibili divergenze, al loro rispondere a criteri politici, culturali, ecclesiali, forse teologici inevitabilmente divaricati e quindi non più componibili nell’unità di un solo partito.
Quel voto, quella rottura, non sono evidentemente comparabili al dibattito e al voto dell’ Assemblea federale della Margherita svoltisi il 19 e 20 maggio scorso, anche perchè dieci anni fa si doveva decidere in via generale il dislocarsi o meno del PPI, uscito definitivamente dall’equivoco centrista, sull’una o sull’altra delle coalizioni, mentre invece la discussione in corso nella Margherita riguarda la modulazione della presenza specifica del partito all’interno della Federazione e dell’Unione di centrosinistra.
Non è il caso di ripercorrere qui le vicende di questi giorni perché sono sotto gli occhi di tutti, ed è evidente che un irrigidimento delle posizioni servirebbe a ben poco. C’ è del vero, peraltro, nella posizione di chi sostiene che in realtà la decisione sul come ci si presenta nella quota proporzionale riguarda un’aliquota minima dei seggi in palio nella prossima tornata elettorale in base al cosiddetto Matarellum, e che quindi la decisione assunta dal parlamentino dl non avrebbe nessun devastante effetto di rottura.
Chi sostiene questa tesi non può però ignorare che la politica è anche immagine e simbolo, e che, nel momento in cui il centrosinistra ha allargato organicamente i suoi confini a forze che nel 2001 gli erano esterne come Rifondazione e l’Italia dei valori presentandosi sotto l’inedito simbolo dell’Unione, il simbolo vincente e caro a una larga fascia dell’elettorato dell’Ulivo, in assenza di una lista unica della Federazione riformista, sparirebbe dalle schede elettorali riducendosi magari a un marchietto accanto a quello dei vari partiti federati. Un simile esito non sarebbe probabilmente gradito a rilevanti settori dell’elettorato.
Ma andiamo oltre. Gli amici che hanno sostenuto la posizione risultata maggioritaria motivano la scelta di presentare liste autonome della Margherita con la necessità di intercettare i voti in fuga dal centro destra, ed in particolare da una Forza Italia in piena disgregazione, cosa che riuscirebbe meglio dati delle regionali alla mano- a un soggetto politico moderato piuttosto che a un Ulivo a trazione post comunista. In fondo, parrebbe dar loro ragione paradossalmente lo stesso Berlusconi nel momento in cui ritiene il marchio di FI usurato e cerca di far nascere il nuovo partito unitario della destra.
Qui però si impongono due riflessioni. La prima sta proprio sui numeri, nel senso che, sia pure in modo minore rispetto alle europee dello scorso anno, anche le elezioni regionali di aprile hanno fatto rilevare un calo significativo della partecipazione al voto: ciò significa che gli smottamenti elettorali che ci sono stati nei rapporti fra partiti e coalizioni sono legati dal fatto che una volta di più il principale partito è risultato quello del non voto, cui vanno sommate le schede bianche e nulle. E’ noto che nel 1999/2001 fu il centrosinistra ad essere pesantemente penalizzato da un astensionismo “di sinistra” che si manifestò soprattutto all’indomani della caduta del Governo Prodi: ora lo stesso accade anche a destra, ma non è detto che sia per sempre, e comunque non può essere un unico soggetto a farsi carico di intercettare un certo tipo di voti ma la coalizione nel suo complesso attraverso la credibilità del suo leader e la forza del suo programma.
Il secondo punto è più complesso e rimanda a pagine ben note della storia del nostro Paese, alla differenziazione storica e pratica fra moderazione e moderatismo. La prima fu la radice di tutte le grandi snodi della vita politica nazionale dal “connubio” di Cavour con Rattazzi (che i benpensanti subalpini consideravano pericoloso poco meno di Mazzini) all’offerta di collaborazione governativa avanzata da Giolitti ai radicali e ai socialisti riformisti, dalle alleanze in senso progressivo compiute da De Gasperi anche nella fase centrista (e De Gasperi, come bene ha illustrato Pietro Scoppola, si riservava di recuperare progressivamente lo stesso PSI) alla strategia morotea nei confronti di Nenni prima e di Berlinguer poi. In tutti questi casi, uomini politici dichiaratamente appartenenti ad una concezione della politica ispirata a criteri di moderazione, o, come diceva Sturzo, di “temperanza”, agirono in modo da recuperare frange significative di presunti “sovversivi” alle ragioni di un’ iniziativa politica socialmente progressiva per l’allargamento delle basi del consenso democratico.
Diversamente il moderatismo ha sempre rappresentato l’organizzazione del malessere dei ceti medi (un ricorso storico a fronte delle crisi sistemiche che il nostro Paese ha attraversato) trasformandolo in sovversivismo buono a tutte le iniziative dirompenti e miranti a manomettere la democrazia: gli stati d’assedio di Crispi, i cannoni di Bava Beccaris e i manganelli di Mussolini sono lì a dimostrarlo. Ora assistiamo al paradosso di un potere mediatico già di per se stesso pervasivo e violento che organizza questo malessere -da lui stesso provocato- incanalandolo contro i cosiddetti “poteri forti” a partire dalla polemica contro la burocrazia di Bruxelles, l’euro, l’Unione stessa.
Siccome è impensabile che qualsiasi partito dell’Unione possa mettersi su questo terreno è da chiedersi che cosa significhi, facendo riferimento ad una simile proposta politica, il termine “moderato”.
Forse sarebbe invece utile interrogarsi su che cosa voglia dire oggi il nostro dirci riformisti, visto che, come ricordava opportunamente Marcello Rossi sull’ultimo numero del “Ponte”, la storica rivista fiorentina fondata da Piero Calamandrei, “riformismo” e “rivoluzione” sono le due alternative metodologiche che il movimento socialista e comunista aveva davanti per ottenere il medesimo fine, ossia la fine della proprietà privata dei mezzi di produzione. Lasciamo pure da parte questo ultimo obiettivo, ma fissiamocene uno, diciamo cioè a che cosa è finalizzato questo nostro riformismo, come intende affrontare il tema della globalizzazione, della deindustrializzazione, della costruzione di un nuovo welfare, quali sono i suoi interlocutori provinciali.
E ricordiamoci sempre, per tornare ai nostri padri, che per fare queste cose c’è bisogno di tutti, e che compito dei vincitori è quello di essere generosi, se sono lungimiranti, come lo fu De Gasperi nel 1949 verso i dossettiani e come lo fu Moro nel 1959 verso le sinistre sconfitte nel Congresso di Firenze della DC. Proprio perché abbiamo in mano un bene non solo nostro, e una speranza per molti Italiani di un diverso modo di governare, non possiamo disperderlo per iattanza o insipienza. |