I cattolici nell'Ulivo
editoriale di luglio 2005 - di Giovanni Bianchi

Il referendum sulla legge 40 ha aperto un dibattito sulla presenza dei cattolici, e della Chiesa in quanto tale, e la politica italiana che ha preso una piega poco piacevole, e alla lunga dannosa soprattutto per il centrosinistra nel suo complesso e per la (fu?) Federazione dell’ Ulivo in particolare.

Lasciamo pur perdere coloro che a sinistra delirano sulla nascita di un partito neoguelfo che vorrebbe asservire la Repubblica nata dall’ antifascismo al Portone di bronzo; lasciamo anche stare certi esponenti della destra che, dopo una vita di devozione al laicismo più vieto, si riscoprono non credenti ma clericali e pronti a farsi assertori di valori che non professano in nome della più cinica realpolitik.

No, il problema riguarda proprio noi, riguarda in particolare quella componente cattolico – democratica che si ritrova soprattutto nei DS (i Cristiano sociali, ma non solo) e nella Margherita (gli ex popolari, ma non solo) e che dell’ Ulivo è stata la più convinta sostenitrice al di là delle appartenenze partitiche, sotto la guida del cattolico democratico per eccellenza, del discepolo di Dossetti e di Andreatta, Romano Prodi, vedendo in esso la possibilità di ricondurre a sintesi fratture politico – ecclesiali che venivano da lontano.  

L’ on. Mimmo Lucà, che dei Cristiano sociali è il coordinatore nazionale, è stato chiarissimo nel prendere atto di questa situazione difficile e  in una recente intervista all’ “Unità” ha rivendicato alla sua componente il diritto di sentirsi a pieno titolo cittadina e protagonista del disegno politico – strategico della sinistra riformista proprio perché rifiuta l’ equazione “cattolici uguale moderati”, e ritiene che “una forza della sinistra europea in competizione- alleanza con la Margherita non può fare a meno del cattolicesimo sociale”. In questo senso Lucà riconosce l’ errore di impostazione della battaglia referendaria su stereotipi laicisti e, soprattutto, afferma che “i Cristiano sociali si interrogano se una identità marcatamente socialista non riduca lo spazio per la convivenza autentica delle differenze”. In  qualche modo Fassino ed i suoi sembrano camminare nella direzione proposta dal parlamentare torinese, nel senso che, rifiutando la comoda ipotesi di un riflusso a sinistra come effetto di rimbalzo del venir meno dell’ ipotesi della lista unitaria dell’ Ulivo, sembrano invece determinati a rilanciare l’ ipotesi di una guida riformista della coalizione candidandosi evidentemente a tale ruolo senza sconti di sorta per gli alleati.

Qui ovviamente la palla passa alla Margherita, nel senso che teoricamente il nostro partito è nato proprio come laboratorio di convivenza delle differenze nella prospettiva di una più ampia unità di tutti i riformisti, e in nome di ciò i popolari hanno saputo sacrificare la loro storica esperienza partitica. In questo senso, l’ effettiva libertà di orientamento al voto referendario garantita dalla Margherita ha reso trasparente la laicità di fondo del partito in cui tutti gli iscritti, dal Presidente fino al socio dell’ ultimo Circolo, hanno potuto in piena legittimità optare per il “sì”, il “no” o l’ astensione.

Ma ciò non basta, nel momento in cui si sente la difficoltà, per i cattolici democratici che nella Margherita militano da fondatori del partito, di poter sviluppare in pienezza la loro linea politica tesa al rilancio della prospettiva dell’ unità di tutti i riformisti e, nel contempo, alla ricerca di nuovi canali di comunicazione fra quei credenti che hanno fatto scelte diverse ma sempre nell’ ambito del centrosinistra.

Non vorrei, cioè, che da parte di qualche amico si pensasse di sacrificare i percorsi storici delle persone con le dichiarazioni dell’ ultimo giorno, dimenticando che anche nella vecchia Democrazia Cristiana la questione fondamentale non era quella di essere in fase con l’ una o l’ altra dichiarazione episcopale, ma era piuttosto quella di sviluppare una linea politica cristianamente ispirata  ma legittimamente autonoma nei suoi fini e nei suoi sviluppi.

La questione che si presenta oggi, nel momento in cui la Federazione dell’ Ulivo è in una fase di forzato stand-by, è quella di recuperarne le ragioni fondative anche attraverso l’ interlocuzione fra i soggetti affini, ed è chiaro che in questo senso ben poco ci sarebbe da dirsi con talune componenti clerico – moderate collocatesi coerentemente a destra.

Occorre quindi che i credenti nel centrosinistra sappiano avviare spazi e luoghi di verifica comune su programmi e idealità, anche alla luce del prezioso magistero di Benedetto XVI, in primo luogo per riflettere, avendo alle spalle la non felice esperienza dell’ ultimo referendum, se veramente una democrazia laica possa pensare di sussistere al di fuori di un quadro di valori condivisi ed oggettivamente fondati sia pure (giustamente) al di fuori di un riferimento confessionale. E ancora: la crisi dell’ Europa e del modello sociale europeo, le politiche di promozione dell’ uguaglianza, la flessibilità sostenibile e le forme di un corretto intervento dello Stato nella promozione dello sviluppo economico…

Tutte esigenze reali che però non sembrano essere nell’ agenda immediata delle forze politiche, e che invece dovrebbero essere recuperate quanto prima, soprattutto da parte della Margherita e di quanti in essa si riconoscono in una storia ed in una cultura comuni piuttosto che in un circolo di interessi.

Anche perché se è vero, come dice Lucà, che i DS non possono permettersi di regalare i cattolici alla Margherita, è anche vero che la Margherita non può permettersi di regalare l’ Ulivo ai DS.

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