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La discussione aperta da Mario Monti con la sua intervista ferragostana alla “Stampa” sul tema del “centro politico” non si riduce, per la statura del protagonista, alla classica misura del “discorso della domenica” buono per fare un po’ di chiasso ed essere subito dimenticato.
Anzi, in qualche modo Monti ha colto qualcosa, sicuramente l’ insoddisfazione per una politica gridata e spesso separata dai contenuti, anche se il mettere sullo stesso piano l’ evidente fallimento del Governo di centrodestra e le difficoltà programmatiche dell’ Unione non può implicare di per sé, come ha detto il politologo Edmondo Berselli, un giudizio negativo va dato sulle cose che sono state fatte, non su quelle ancora da farsi, e comunque la constatazione del fallimento di un governo non significa il fallimento del sistema bipolare e maggioritario (lo dimostrano le elezioni regionali: a un generale giudizio di negatività sulla destra è corrisposto uno spostamento a sinistra, con il sottinteso che magari fra cinque anni il pendolo potrebbe di nuovo oscillare in direzione opposta).
Resta da capire che cos’è questo centro, se è un luogo fisico o uno stato d’ animo, se è un’ aspirazione ad una politica “temperata” (come diceva Sturzo) o se è la volontà di smussare gli angoli della discussione, di non decidere mai, di ricostruire non tanto la DC ma il doroteismo inteso come eterna composizione dell’ in componibile.
D’ altro canto, Monti lo dice chiaramente che la sua idea di centro è funzionale alla diffusione dell’ economia di mercato e della cultura d’ impresa: un centro giscardiano più che sturziano, visto che l’ esperienza del fondatore del PPI non nasceva dalle esigenze della grande impresa ma da quelle di una realtà popolare diffusa che si organizzava all’ interno di un sistema liberale ancora privo di qualsiasi tipo di Stato sociale , e quindi necessitato a costruire cooperative di consumo e di abitazione, forni sociali, casse rurali per il finanziamento delle impresa familiari, mutue per i bisogni dei malati e dei disoccupati…Per questo Sturzo poteva dichiararsi disinteressato alla questione del posizionamento, non in nome di un pragmatismo senza principi ma per un’ idea progressiva della democrazia basata sulla progressiva integrazione nello Stato delle classi sociali fino ad allora escluse.
La DC, poi, il partito di centro che guardava a sinistra, l’ alfiere di un modello di laburismo non marxista e connesso alle tradizioni specifiche del nostro Paese (non sono parole di Dossetti o di La Pira, ma la trascrizione pressoché fedele dell’ intervista che Alcide De Gasperi rilasciò al “Messaggero” il giorno prima delle fatidiche elezioni del 18 aprile 1948), non fu davvero partito di magnati e latifondisti, giacchè a lungo basò le sue fortune elettorali sul “quadrilatero” formato dalle ACLI, dalla CISL, dai Maestri cattolici e dalla Coldiretti, organizzazioni che raggruppavano persone che, al meglio, navigavano in condizioni di decorosa indigenza. Certo, c’ erano anche i Merzagora e i Carli, ma la scelta di fondo di De Gasperi, antico ammiratore dell’ “eretico” Murri, fu sempre per l’ integrazione del “quarto partito” della finanza e dell’ industria nel complesso dell’ interclassismo democristiano, ma senza mai perdere di vista l’ obiettivo della salvaguardia del carattere popolare del partito nella prospettiva di un di più di democrazia e di giustizia sociale.
Quella storia è finita, quel modello di centro non regge più, e il modello politico che Monti, e molti altri, hanno in mente è finalizzato ad una rappresentanza sociale ben diversa da quella degli interessi deboli e diffusi, i quali peraltro in questi anni hanno registrato un ulteriore indebolimento in termini di potere economico e di rappresentanza politica. Non per questo affermiamo che gli interessi che Monti rappresenta siano disprezzabili: solo, sono diversi da quelli che la cultura cattolico democratica difende, e per questo con essi va coltivato un rapporto dialettico.
Il mondo occidentale si trova in una situazione di crisi che potremmo datare alla caduta del Muro di Berlino e al trionfo del sistema capitalista in tutto il mondo, travolgendo non solo gli orrori e gli errori del socialismo reale, ma anche i sistemi di welfare del “secolo socialdemocratico”. Il capitalismo nella sua versione globalizzata, basata più sulla finanza che sulle strutture produttive, ha imposto una lettura uniformante dei fatti economici e sociali che ha messo preoccupazioni tradizionali come la piena occupazione, la tutela della salute, la salvaguardia previdenziale agli ultimi posti dell’ agenda politica. Peggio ancora, questo sistema che l’ insospettabile studioso conservatore statunitense Edward Luttwak ha definito del “turbocapitalismo” ha invaso lo spazio tipico della politica e della società civile, corrompendo il livello della mediazione istituzionale e rendendo di fatto la democrazia il paravento di poteri forti che agiscono finanziandola pesantemente (come nelle campagne elettorali negli USA), o magari intervenendo direttamente (come nel desolante caso italiano). Questo modello neo capitalista implica anche una volontà generalizzata di controllo che non esclude i metodi forti, come dimostra il fatto che dall’instaurarsi dell’ età aurea vaticinata da Bush senior alla caduta dei regimi socialisti sono scoppiati non meno di quattro conflitti sanguinosi variamente motivati ma tutti riconducibili alla volontà espansiva del capitalismo globalizzato verso nuovi mercati e contro tutto ciò che veniva percepito come limite a tale volontà espansiva.
Un’ agenda politica anche di centro, intendendo per centro una politica temperata con spiccata vocazione di governo in un contesto bipolare (quindi nell’ uno o nell’ altro schieramento), non può prescindere da queste esigenze e deve tendere a contemperarle in un realistico progetto di cambiamento della società. E’ in questa prospettiva autenticamente riformista che possiamo dare significato a parole tanto abusate come “riformismo” e “moderazione”.
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