Una strada nuova
editoriale di ottobre 2005 - di Giovanni Bianchi

Forse alla fine chi ne è uscito meglio da tutta la vicenda dei fischi di Siena è stata proprio la Gerarchia ecclesiastica: dalla battuta ironica del cardinale Ruini sulla “simpatica interruzione”, alle realistiche considerazioni di mons. Betori circa l’ inevitabilità della contestazione per chi, come la Chiesa cattolica, decide di entrare nel vivo delle vicende che toccano da vicino le questioni etiche, unita alla determinazione a non farsi tappare la bocca.

Tutto il resto, il corteo di prefiche piangenti e di cavouriani di rincalzo alla ricerca della loro Porta Pia, è alquanto fuori luogo, e segnala l’ evidenza di quanto affermato dal grande saggio Pietro Scoppola in uno dei suoi ultimi interventi, ossia la mancanza della politica e dei partiti, e prima ancora della culture politiche. Sì, perché la Democrazia cristiana era tutto salvo che il braccio secolare della Chiesa nelle vicende politiche, e non lo sta a dimostrare solo la notissima vicenda delle pressioni vaticane su De Gasperi nel 1951 perché aprisse all’ estrema destra, con la conseguente resistenza dello statista trentino, ma l’ intera storia del movimento democratico cristiano appare segnata da segnali alternativi di incomprensione e di fiducia da parte ecclesiastica, dalla condanna di Murri da parte di Pio X al “placet” vaticano alla nascita del PPI di Sturzo, all’ esilio di Sturzo stesso decretato non da Mussolini ma da Pio XI, fino ai tentativi di condizionamento posti in essere da parte di Gedda verso la Dc con i suoi “comitati civici”.

Ma non solo la DC si sentiva interpellata dall’ interlocutore ecclesiastico: diciamo pure che la consapevolezza del peso della tradizione cattolica in Italia faceva sì che ogni grande cultura politica si misurasse con essa. Valeva per i liberali, il cui principio di “libera Chiesa in libero Stato” era comunque il portato di una logica che superava lo stesso giurisdizionalismo settecentesco. Ma valeva soprattutto per la sinistra, in particolare per quella comunista che, nella logica togliattiana del “partito nuovo e nazionale”, aveva l’ ambizione di uscire dalla logica settaria del terzinternazionalismo e di porsi come sintesi di tutte le tradizioni progressiste, dall’ idealismo liberale filtrato da Gramsci fino al cattolicesimo, sia nella versione tradizionale di Franco Rodano sia a quella più problematica dei cattolici cresciuti nell’ ambito conciliare come La Valle, Pratesi e Masina.

Si badi bene, elaborare in termini strategici il rapporto con la Chiesa cattolica non significava semplicemente fare diplomazia, o dire sempre di sì o di no: era il tentativo di più ampia comprensione delle istanze di un mondo ecclesiale che (lo comprese Berlinguer meglio di Togliatti, come dimostra il suo carteggio con mons. Bettazzi) non si riduceva alla dimensione gerarchica ma constava di presenze associative significative che erano esse stesse un interlocutore sul piano dell’ azione storica prima che sui principi.

In questo senso, sarebbero state allora incomprensibili reazioni come quelle viste negli ultimi anni in cui, in una visione completamente laicizzata e deproblematizzata, la questione dei “principi” e dei “valori” viene ridotta a merce di scambio elettorale, e la valutazione dell’ interesse politico di breve momento paralizza la visione di prospettiva e anche il legittimo compito di sintesi “laica” delle diverse istanze che sarebbe il vero compito delle culture politiche, se ne esistesse almeno una.

Ma d’ altro canto ciò non sarebbe possibile se in campo cattolico non permanesse un’ irresolutezza di fondo circa le modalità per uscire dalla lunga agonia della cristianità.

Il regime di cristianità aveva implicato l’ esistenza di una società organica in cui l’ appartenenza cristiana era stata lo sfondo e l’ ispirazione necessaria della vita della persona umana dall’ inizio alla fine. Ovviamente non erano mancate neppure in quella fase errori, omissioni, violenze, negazioni dirette del significato del messaggio evangelico,ma l’ humus sociale ne era rimasto pregno, e la reazione più tipica da parte dell’intellettualità cattolica di fronte alla cesura rappresentata dalla Rivoluzione francese (che rappresentava ben più del tentativo degli eretici e degli scismatici di costruire un’ “altra” forma della cristianità, ma addirittura di costruire una società in cui la Ragione e non Dio fosse il fondamento) non era tanto quella di rimpiangere un “ancien Règime “ che si era rivelato esso stesso corrotto, ma addirittura quella di una restaurazione della società medievale, della quale il corporativismo, che tanta parte ebbe nella prima fase del pensiero sociale cattolico, era stato il più visibile fondamento nella vita economica.

Furono pochi, in campo cattolico, a prendere atto dell’ ampiezza di questa crisi, e fra di essi vi fu Emmanuel Mounier, del quale cade quest’ anno il centenario della nascita, per il quale, all’ indomani dell’ ultimo conflitto mondiale, era evidente la non reversibilità del processo di superamento delle forme tradizionali di cristianità: d’ altro canto, una figura centrale nella vita del cattolicesimo francese come l’ arcivescovo di Parigi cardinale Emmanuel Suhard non aveva avuto paura di tematizzare, in una famosa lettera pastorale per la Quaresima 1947, se ci si trovasse di fronte al declino della Chiesa o se non ci si trovasse di fronte alla opportunità di un nuovo slancio.

Mounier consentiva con questa impostazione, e per lui era chiaro che tale opportunità potesse esser perseguita solo a condizione che si avesse il coraggio di guardare la realtà sociale e culturale per quello che era, senza alimentare nostalgie tanto più dannose in quanto rischiavano di schiacciare la comunità ecclesiale a difesa di interessi contingenti.

Annotava Mounier: “Molti cristiani dicono: “Noi abbiamo una dottrina di salvezza, non c’è che da incarnarla nel mondo così com’ è “. Questa logica dell’ incarnazione copre sempre più frequentemente un inganno che ci conviene rifiutare una volta per tutte(…). In ambito politico,sociale, economico, ecc. un’ elementare onestà morale ed intellettuale vuole che invece di dogmatizzare, di dedurre frettolosamente qualunque conclusione da qualunque premessa, il cristiano rivada a scuola(…) Egli oggi avrà ben più spesso da assumere (correggendo, senza dubbio) che non da incarnare”.

Dunque il cristiano deve ritrarsi dal mondo? No, senz’ altro: piuttosto egli ha un compito più complesso, ed insieme semplice, quello di portare al mondo il Vangelo e nient’ altro che questo, prendendo atto dell’ estinzione del modello storico della cristianità e sostituendo alla logica delle moltitudini quella dei piccoli gruppi, dei foyers (in italiano si tradurrebbe “focolai”, ma l’ espressione ha un senso più ampio, perché implica sia un luogo in cui ci si ritrova ma anche uno da cui si riparte) che potessero essere dei luoghi di semina del Vangelo in cui i credenti, nell’ attuare la loro vita di fede e di Chiesa, possano esercitare un influsso benefico sulla vita sociale seguendo l’ esempio dei monaci benedettini nei secoli bui (e credo che una riflessione di questo tipo non sia assente dal pensiero di colui che recentemente ha assunto per sé il nome di Benedetto).

E’ una via possibile, indubbiamente, come pure è possibile un’ altra uscita dalla cristianità che indichi l’ accettazione della logica mondana come calcolo degli interessi e dell’ influenza intesa in senso politico, magari mettendo l’ accento sulla dimensione “culturale” piuttosto che su quella spirituale. Una scelta, indubbiamente, che potrebbe pagare sul breve periodo, ma sarebbe alla lunga perdente in una società di uomini incerti, delusi dalle promesse mancate della secolarizzazione e per questo alla ricerca, per usare le parole di San Paolo, di un solido cibo spirituale e non di un altro placebo.

torna su