Il partito democratico
editoriale di novembre 2005 - di Giovanni Bianchi

Circa vent’ anni fa, in un’ analisi retrospettiva della breve stagione della solidarietà nazionale, Pietro Scoppola rilevava come, al di là di fattori strutturali come i condizionamenti interni ed internazionali, e di eventi tragici ed imponderabili come il rapimento e l’ omicidio di Aldo Moro, uno degli elementi di maggiore debolezza di quel progetto politico consistesse nell’ insufficiente elaborazione culturale che aveva alle spalle. Mentre il primo centro sinistra - argomentava l’ illustre storico - era nato dal convergere di riflessioni interne al mondo cattolico, al socialismo autonomista, alla tradizione repubblicana, ben esemplificati dai convegni di San Pellegrino piuttosto che da quelli degli Amici del “Mondo” ed altri ancora, l’ incontro fra DC e PCI era determinato da uno stato di necessità alla cui base vi era sempre una forte diffidenza nell’ approccio fra i due storici avversari, e gli sforzi di singoli settori culturali e associativi da ambo le parti rimanevano ad un livello superficiale.

Non si può dire che nei dieci anni intercorsi dalla nascita dell’ Ulivo non vi siano state delle riflessioni sulla natura di un possibile soggetto politico nato dal convergere delle diverse culture riformiste del nostro Paese, quello che si conviene di chiamare Partito Democratico. Molti studiosi, a partire da Michele Salvati, hanno in questi anni provato a delineare i contenuti e le forme di questa possibile convergenza: al fondo, la stessa nascita della Margherita voleva prefigurare un simile approdo tentando il superamento della forma storica del partito di ispirazione cristiana in un più ampio soggetto che facesse sintesi di soggettività diverse.

Tuttavia, la cronica difficoltà delle culture politiche, e soprattutto delle nomenklature partitiche che le rappresentano, di superare i condizionamenti storici e le inevitabili vischiosità identitarie che essi implicano, hanno fatto sì che il dibattito culturale procedesse per salti e, soprattutto, non apparisse mai indice di una reale volontà politica assumendo inevitabilmente un carattere accademico. In questo senso, spesso la spinta da parte dell’ elettorato ha sostituito l’ insufficiente iniziativa delle forze politiche, si trattasse delle elezioni politiche del 2001 che di fatto consacrarono l’esperimento della Margherita, si trattasse dell’ inaspettato risultato delle primarie del 16 ottobre che hanno manifestato la volontà unitaria dell’ elettorato e hanno premiato il progetto politico di Romano Prodi, che è quello dell’ Ulivo.  Si può forse non sottoscrivere interamente l’ opinione espressa da Giuliano Amato e Arturo Parisi su “Repubblica” del 26 ottobre secondo cui di fatto questo partito nuovo è già nato, ma è chiaro che non si può far finta che nulla sia successo. La rinascita della lista dell’ Ulivo è sicuramente un fatto positivo, ma una gestione della tematica del Partito Democratico che prescinda dalle questioni oggettive ad essa sottese può fare più male che bene ad una prospettiva politica che, sia pure in forma imprecisa, ha già una risonanza diffusa nel Paese.

Il primo problema da affrontare  è quindi la capacità delle forze politiche di cogliere la densità delle questioni sollevate dal tempo presente, piuttosto che coltivare nostalgie o, piuttosto, mitologie di un tempo che non fu ma che appare bello perché diverso dal presente. Ciò vale soprattutto per  la cultura politica del cattolicesimo democratico che, di diritto, è uno degli elementi costitutivi del nuovo soggetto politico.

Basti pensare alle ricorrenti discussioni sulla “rinascita della DC”: in particolare le polemiche intorno al referendum sulla fecondazione assistita del giugno scorso o le interpretazioni più o meno malevole di taluni interventi di Benedetto XVI vengonono accreditate come elementi di un processo di riaggregazione dell’ associazionismo cattolico eterodiretto dalla CEI per arrivare alla ricostituzione della Democrazia cristiana in vista de duplice fallimento del progetto berlusconiano e di quello ulivista. E’ una lettura errata: in questi anni il laicato cattolico ha imparato ad usare la propria testa e a esercitare la propria responsabilità.  Si tratta piuttosto di aprire una stagione in cui la rete sociale ed educativa dei cattolici italiani – con le differenziazioni che pure esistono e che legittimamente debbono esistere- sia capace di incidere nell’ opinione pubblica, nella politica e nelle istituzioni , non attraverso un qualche partito unitario dei cattolici, disegno velleitario ed irrealistico, ma evocando concretamente temi e questioni già presenti del resto nell’ agenda del Paese. Le tre forme storiche del partito di ispirazione cristiana (la DC murriana, il PPI sturziano e la DC degasperiana) ebbero il merito di far entrare a pieno titolo i cattolici nella storia politica del Paese, di salvarli dal gentilonismo, ossia dalla tentazione di agire solo per la tutela dei propri interessi e non di quelli generali, e infine di renderli forza di governo. Le contraddizioni e le opacità del periodo democristiano, nonché l’ avanzato stato di secolarizzazione della società e la diversa consapevolezza della presenza dei cristiani nella storia soprattutto all’ indomani del Concilio Vaticano II , hanno eroso i fondamenti di quella presenza storica, e lo stesso fatto che la nascita del PPI di Martinazzoli nel 1994 fosse stata seguita da due scissioni sul lato destro nel giro di un anno credo sia indicativo dell’ esaurirsi di una fase.

Ciò non significa, beninteso, che il filone storico del popolarismo sia esaurito, ma che oggi quel filone può trovare una sua vitalità sia nelle “buone pratiche” dell’ associazionismo sia anche nella prassi politica, saldando la domanda sociale con la risposta istituzionale, sapendo che comunque vi sarà sempre un’ eccedenza della società civile rispetto alle istituzioni.

Mi sembra che i problemi principali di questa fase storica siano essenzialmente due, uno a livello globale ed uno a livello nazionale. A livello globale , ovviamente, il problema è quello della crisi della globalizzazione e delle sue conseguenze in termini di miseria crescente e di instabilità economica e sociale che è connessa anche al problema della lotta al terrorismo. Ha ragione un prestigioso esponente dell’ establishment politico – finanziario internazionale come Joseph Stiglitz, ex Direttore della Banca mondiale quando dice che la globalizzazione potrebbe ancora funzionare se ci fossero diritti civili e sociali più diffusi, ed il problema a monte, evidentemente, è quello della volontà politica e di chi può stimolarla: torna il tema della società civile internazionale, lanciato da autori  come Hirst, Rifkin e Bauman. Il tema di carattere nazionale è quello del declino del sistema industriale del nostro Paese: ormai non è più solo un prestigioso sociologo come Luciano Gallino  a lanciare l’ allarme, la preoccupazione è generalizzata. Un Paese moderno non può pensare di mantenere un’ economia competitiva basandosi solo sulla moda, gli agrumi ed il turismo. Si pone quindi il problema di una nuova politica economica, che sia anche una politica di sviluppo finalizzata alla piena occupazione, sia tutto da esplorare e che coinvolga anche la responsabilità delle forze sociali accanto a quelle economiche e politiche.

Ora, se le cose stanno così la questione del partito democratico, della sua differenziazione dal riformismo tradizionale di matrice socialdemocratica , della necessità di distinzione rispetto all’ area del riformismo più radicale – tutte questioni importantissime, si badi bene- passa inevitabilmente in secondo piano, o forse diventa più importante perché non è più solo la questione di un contenitore ma di un soggetto portatore di interessi e di istanze complessi. In questo senso credo debbano essere recuperati ed anzi messi al centro della nostra riflessione comune due elementi, uno metodologico e l’ altro concettuale, che forse negli ultimi tempi hanno rischiato di essere un po’ obliati.

Il primo è quello del “processo”, ossia della costruzione di una nuova soggettività politica senza precostituirne gli esiti, senza avere la pretesa di costruire a partire dai tetti, cercando piuttosto di individuare fondamenta programmatiche solide su cui impiantare l’ edificio che si va a costruire. Mi sembra importante che un pensatore della tempra di Giorgio Ruffolo, la cui matrice socialdemocratica è nota a chiunque, abbia ricordato qualche tempo fa il famoso principio gradualista del grande maestro del riformismo europeo, Eduard Bernstein, per cui  “il  fine è nulla e il movimento è tutto”. Il secondo elemento, anche più interessante, è quello del recupero della valenza propulsiva sul cammino dell’ integrazione del  pensiero politico di quelle che potremmo chiamare le appartenenze originarie, i filoni ideali che hanno sostanziato fin qui le differenze ed ora debbono convergere verso il progetto federativo. Per chi viene dal filone popolare, cattolico democratico, cristiano sociale, parole che possono essere utilizzate come sinonimi anche se lo sono solo parzialmente, si tratta di sapere se, una volta usciti dal paradigma democristiano, e anzi da quello stesso del partito di ispirazione cristiana, è possibile dare gambe e sostanza a qualcosa di diverso e di nuovo in cui l’ identità non sia solo il pretesto per dividere ma il lievito che fa crescere ed il sale che dà sapore.

E questo vale anche per questioni come quelle della bioetica, sulle quali non ci si potrà chiudere all’ infinito nella dimensione tutto sommato comoda del “caso di coscienza”, ma dovranno essere elaborati processi di condivisione e di mediazione culturale che possano, se non annullare il conflitto fra istanze etiche diverse, almeno rendere possibile un dialogo senza anatemi di ogni tipo.

Anche da questo nasce una nuova cultura politica.

torna su