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Il Concilio Vaticano II si chiuse con una solenne cerimonia l’ 8 dicembre 1965, dopo tre anni di lavori che erano stati aperti nell’ ottobre del 1962 da Giovanni XXIII e vennero portati a termine da Paolo VI: già il fatto che durante le sessioni conciliari vi fosse stato l’ avvicendamento fra due Pontefici molto diversi fra di loro testimoniava della complessità dell’ evento che si era svolto nelle austere e solenni sale vaticane. Se il Concilio Vaticano I era stato dominato dalla tematica dell’ infallibilità pontificia, che aveva creato tante incomprensioni, al punto tale che molti Padri conciliari lasciarono Roma prima del voto definitivo per non dover votare “no” ad un dogma che ripugnava alla loro coscienza, e persino prodotto un piccolo scisma in Olanda, la nuova assise della Chiesa cattolica partiva da premesse diverse.
Evidentemente il discorso non poteva riprendere là dove l’ esercito italiano lo aveva chiuso il 20 settembre 1870, causando ad un tempo la fine del potere temporale pontificio e l’ interruzione dei lavori conciliari, anche perché nel frattempo il mondo e la Chiesa avevano camminato oltre: la promessa positivista e liberale di un mondo migliore liberato dalle “superstizioni” era fallita, due tremende guerre mondiali avevano sconvolto la faccia dell’ Europa, ideologie totalitarie e crudeli erano ascese e avevano commesso crimini innominabili, e la Chiesa, spesso sotto la pressione degli eventi, aveva dovuto riconsiderare certe sue posizioni, avviando, come ha affermato recentemente il card. Walter Kasper, un riconoscimento ed un superamento del suo stesso integralismo. Così, ad esempio, se Pio IX nel “Sillabo” aveva condannato la democrazia come sistema non conforme all’ insegnamento della Chiesa, il suo successore Leone XIII lo aveva invece considerato accettabile al pari di altri, mentre Pio XII nel Natale 1944 lo aveva definito in sostanza come il più corrispondente all’ insegnamento sociale della Chiesa. Lo stesso vale per la questione dei rapporti ecumenici ed interreligiosi, che non potevano certo essere affrontati secondo l’ aspirazione ormai irrealistica di una pura e semplice rinuncia dei non cattolici alle loro posizioni.
Il Concilio Vaticano II non avrebbe dovuto essere dottrinale: lo disse chiaramente Papa Giovanni nella sua omelia di apertura “Gaudet Mater Ecclesia” , che per una semplice riaffermazione della dottrina tradizionale “non occorreva un Concilio”. Al contrario, andando oltre le geremiadi dei “profeti di sventura” , il problema per la Chiesa era quello di rendere più comprensibile il deposito dottrinale, respingendo una metodologia arcigna e negatrice della dignità umana con il mostrarsi “madre amorevole”, capace di distinguere l’ errore dall’ errante.
Credo abbia ragione Giuseppe Alberigo, il più informato ed il più profondo fra gli storici del Concilio, quando afferma che il vero risultato dell’ assise conciliare fu quello di “ridare la parola ai cattolici”, di permettere cioè che laddove in precedenza non si ammettevano che passivi uditori fosse possibile arrivare ad una situazione in cui, come hanno scritto i monaci di Bose nel 2002 i credenti “sanno intervenire con grande soggettività e responsabilità nella vita della Chiesa”.
In verità, soprattutto dopo che venne permessa la riproduzione integrale dei discorsi tenuti nell’ assemblea conciliare , si ebbe subito una partecipazione diretta dell’ opinione pubblica, sia all’ interno che all’ esterno della Chiesa, introno alle questioni dibattute, di cui la stampa si faceva eco attraverso l’ opera di giornalisti come Raniero La Valle, allora direttore dell’ “Avvenire d’ Italia” di Bologna e titolare di una seguitissima rubrica di notizie dal Concilio, o il giovane Giancarlo Zizola.
Importante era anche la presenza a Roma di molti Vescovi fra i più impegnati nel dibattito conciliare, come Frings, Suenens e Lercaro e dei loro “periti” fra i quali le migliori intelligenze teologiche del tempo (quello di Lercaro si chiamava Giuseppe Dossetti, quello di Frings Joseph Ratzinger) e i dibattiti che si tenevano nelle Università, nei circoli intellettuali e finanche nelle parrocchie.
In questa nuova situazione, fu quasi inevitabile che gli schemi di discussione previsti dalle Congregazioni vaticane, a cui avevano messo mano uomini di sicura intelligenza e dottrina come il cardinale Alfredo Ottaviani, venissero rovesciati in nome di un approccio più aderente alla realtà, che sapesse vedere oltre quello che si era accumulato nei secoli per andare verso quella “ri-forma” perenne della Chiesa che, come scrive il sacerdote e storico Saverio Xeres , è “ricerca della maggior fedeltà possibile verso la forma originaria, che altro non è se non lo stesso Cristo”.
Questo è evidente fin dal mutamento principale e più visibile che è quello liturgico, come ha sottolineato in una recente conferenza mons. Piero Marini (che essendo Maestro di cerimonie della Casa pontificia non è sicuramente un rivoluzionario) evidenziando come l’ elemento più evidente della Costituzione apostolica Sacrosantum Concilum, che fu la prima ad essere approvata , siano stati la piena riscoperta della Parola di Dio quale norma per la ridefinizione dei testi liturgici, e l’ utilizzo delle lingue nazionali come occasione di partecipazione dei fedeli alla Messa non più intesa come “fatto privato” del celebrante (ed è sintomatico che in tal modo il Concilio abbia ripreso le tesi esposte da Antonio Rosmini centocinquant’ anni fa, che gli valsero una condanna del Sant’Uffizio cancellata solo pochi anni fa dal card. Ratzinger).
La coralità dei documenti conciliari, la cui attualità e profezia per il XXI secolo sono state rimarcate da Benedetto XVI all’ atto stesso della sua elezione, ci rimandano l’ aspirazione ad una Chiesa comunitaria, collegiale, condotta dalla Parola di Dio nei cammini aspri della storia per costruire un mondo più abitabile e più giusto.
In questo senso, se esiste uno spirito conciliare da rinnovare è proprio quello della “ripresa della parola” di cui parla Alberigo: mi sembra importante rimarcare quanto detto in una recente assemblea dell’ AC ambrosiana da don Giovanni Barbareschi un sacerdote che ha scritto pagine importanti nella vita della Chiesa e della città di Milano nel dopoguerra- che ha ricordato ai laici che proprio la capacità di discutere liberamente e di difendere le proprie libere scelte è quella che distingue gli adulti nella fede dagli eterni adolescenti.
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