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Editoriali 2005


Memoria del Concilio (dicembre)
Il Concilio Vaticano II si chiuse con una solenne cerimonia l’ 8 dicembre 1965, dopo tre anni di lavori che erano stati aperti nell’ ottobre del 1962 da Giovanni XXIII e vennero portati a termine da Paolo VI: già il fatto che durante le sessioni conciliari vi fosse stato l’ avvicendamento fra due Pontefici molto diversi fra di loro testimoniava della complessità dell’ evento che si era svolto nelle austere e solenni sale vaticane. Se il Concilio Vaticano I era stato dominato dalla tematica dell’ infallibilità pontificia, che aveva creato tante incomprensioni, al punto tale che molti Padri conciliari lasciarono Roma prima del voto definitivo per non dover votare “no” ad un dogma che ripugnava alla loro coscienza, e persino prodotto un piccolo scisma in Olanda, la nuova assise della Chiesa cattolica partiva da premesse diverse.

Il partito democratico (novembre)
Circa vent’ anni fa, in un’ analisi retrospettiva della breve stagione della solidarietà nazionale, Pietro Scoppola rilevava come, al di là di fattori strutturali come i condizionamenti interni ed internazionali, e di eventi tragici ed imponderabili come il rapimento e l’ omicidio di Aldo Moro, uno degli elementi di maggiore debolezza di quel progetto politico consistesse nell’ insufficiente elaborazione culturale che aveva alle spalle. Mentre il primo centro sinistra - argomentava l’ illustre storico - era nato dal convergere di riflessioni interne al mondo cattolico, al socialismo autonomista, alla tradizione repubblicana, ben esemplificati dai convegni di San Pellegrino piuttosto che da quelli degli Amici del “Mondo” ed altri ancora, l’ incontro fra DC e PCI era determinato da uno stato di necessità alla cui base vi era sempre una forte diffidenza nell’ approccio fra i due storici avversari, e gli sforzi di singoli settori culturali e associativi da ambo le parti rimanevano ad un livello superficiale.

Una strada nuova (ottobre)
Forse alla fine chi ne è uscito meglio da tutta la vicenda dei fischi di Siena è stata proprio la Gerarchia ecclesiastica: dalla battuta ironica del cardinale Ruini sulla “simpatica interruzione”, alle realistiche considerazioni di mons. Betori circa l’ inevitabilità della contestazione per chi, come la Chiesa cattolica, decide di entrare nel vivo delle vicende che toccano da vicino le questioni etiche, unita alla determinazione a non farsi tappare la bocca.

Affollamento al centro (settembre)
La discussione aperta da Mario Monti con la sua intervista ferragostana alla “Stampa” sul tema del “centro politico” non si riduce, per la statura del protagonista, alla classica misura del “discorso della domenica” buono per fare un po’ di chiasso ed essere subito dimenticato.

Una laicità per i nostri tempi (agosto)
L’ intervista del Patriarca di Venezia card. Angelo Scola comparsa sul “Corriere della sera” del 17 luglio scorso (ed i cui temi salienti sono stati ripresi dal Patriarca stesso nell’ omelia per la festa veneziana del Redentore celebratasi lo stesso giorno), ha avuto il merito di fissare il canone di un dibattito possibile sul rapporto fra fede, politica e società in una realtà complessa come quella della nostra epoca, sicuramente non più cristiana ma forse non più così immersa nel secolarismo come eravamo abituati a pensarla.

I cattolici nell'Ulivo (luglio)
Il referendum sulla legge 40 ha aperto un dibattito sulla presenza dei cattolici, e della Chiesa in quanto tale, e la politica italiana che ha preso una piega poco piacevole, e alla lunga dannosa soprattutto per il centrosinistra nel suo complesso e per la (fu?) Federazione dell’ Ulivo in particolare.

Dieci anni (giugno)
Nella primavera del 1995, dieci anni fa, si consumava il definitivo strappo fra i due tronconi del Partito Popolare Italiano, quello guidato da Rocco Buttiglione, segretario eletto dal I Congresso del partito l’anno precedente ma sfiduciato a stretta maggioranza dal Consiglio nazionale in una drammatica seduta all’inizio di marzo, e quella guidata da Gerardo Bianco, che lo stesso CN aveva chiamato alla Segreteria a seguito di un’elezione contestata da Buttiglione e dai suoi.

Benedictus benedicat (maggio)
La rapidità con cui si è giunti, dopo soli quattro scrutini, all’elezione di Benedetto XVI è segno evidente del fatto che i componenti del Sacro Collegio sono entrati in Conclave avendo già chiaro, almeno per una buona maggioranza di loro, che il cardinale Joseph Ratzinger fosse la persona giusta per la difficile successione ad un pontefice di straordinaria levatura come Giovanni Paolo II.

Da un paese lontano al cuore del mondo (aprile)
La storia darà il giudizio definitivo sulla vicenda umana e religiosa di Giovanni Paolo II ma anche adesso, adesso che siamo ancora tutti, credenti e non credenti di ogni latitudine e razza, sotto l’ impressione dell’ annuncio della sua scomparsa, alcune cose è possibile dirle.

Il massimo comun denominatore (marzo)
L’ articolo di Mimmo Lucà  (“Europa” dell’ 11 febbraio) ci stimola, e non solo per le comuni origini acliste, a proseguire la riflessione da tempo iniziata sulle ragioni del convergere delle culture riformatrici del nostro Paese in un progetto federativo che rappresenta una fase ulteriore rispetto ad un cammino che si era aperto fin da quando provammo a rimettere mano ad un dibattito politico pietrificato con la battaglia per il maggioritario.

Al di là delle elezioni (febbraio)
Mai come nel caso delle elezioni irachene si avverte la necessità di dividere l’informazione dalla propaganda provando in pari tempo l’imbarazzante sensazione di fare una fatica crescente nel distinguere l’una dall’ altra.

Una stagione riformista (gennaio)
Intendo raccogliere le utili “provocazioni” lanciate su queste colonne da Alfredo Reichlin (16 dicembre) e Ugo Targetti (28 dicembre) perché mi pare che esse fissino una prospettiva interessante alla continuazione del progetto di federazione, e che anzi siano finalizzate in senso più ampio all’ apertura di una vera e propria stagione riformatrice.

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