La sfida del nord ovest
editoriale di febbraio 2006 - di Giovanni Bianchi

La questione dello sviluppo territoriale è stata oggetto di dibattito per lungo tempo: si può dire che essa, per le vicende specifiche del nostro Paese, affondi le sue radici nel dibattito meridionalista che si aprì con la relazione Fianchetti – Sonnino, proseguì con Giustino Fortunato e si sviluppò poi con le note opere di Dorso, Sturzo, Gramsci, Saraceno ed altri.

Più ampiamente, al di fuori del perimetro pur importante della questione meridionale, nel corso di questi ultimi anni sono stati soprattutto Giuseppe De Rita e Aldo Bonomi a riflettere con sistematicità sulla questione dei “distretti”, non solo industriali e produttivi, come volano di un possibile sviluppo del Paese che non fosse guidato dall’ alto, secondo le formule di un dirigismo ormai superato dai fatti, ma che si avvalesse delle specificità e dei punti di forza dei territori sapendoli mettere in rete.

Personalmente condivido la diffidenza di Luciano Gallino  - un pensatore “forte” ed un autentico riformista di cui l’ elaborazione del futuro partito democratico avrà bisogno- verso la retorica del “piccolo è bello” che ha condannato al nanismo e all’ insignificanza il nostro sistema produttivo. Perciò, se la dimensione territoriale resta centrale in una logica correttamente sussidiaria dello sviluppo economico –sociale, è bene che tale dimensione territoriale si connetta con altre realtà territoriali per formare una rete più ampia, in cui i pubblici poteri collaborino con le forze sociali ed imprenditoriali nella ricerca di nuove modalità di crescita dei saperi e delle buone pratiche.

Ragguardevole, in questo senso, è la costruzione, promossa dalle Province di Milano, Genova e Torino, di un’ intesa delle Province del Nord ovest a cui hanno dato adesione pressoché tutte le Amministrazioni provinciali lombarde, liguri e piemontesi e due emiliane. Tale intesa parte dal dato oggettivo che pensare il Nord-Ovest italiano oggi, pensarlo unitariamente, rappresenta una sfida importante a livello nazionale e continentale. Lavorare ad una prospettiva che muove dalla rete attiva delle Province ha un significato e un valore aggiunto che va interpretata al meglio. Quella che talvolta è considerata una debolezza del livello istituzionale provinciale, chiuso tra l’attivismo delle città centrali e l’azione di governo regionale, e spesso minacciato di liquidazione ope legis può rivelarsi in questo frangente una risorsa straordinaria. Più che mai oggi, le ansie e le fragilità delle nostre società locali domandano politiche di accompagnamento e di coesione che permettano di fronteggiare i rischi e di cogliere a pieno tutte le opportunità aperte dalle nuove relazioni globali. Rispetto al passato, è oggi ancor più necessario ancorare al territorio molti dei grandi cantieri e dei grandi progetti infrastruttturali e di sviluppo che segnano il nostro contesto. Su questo fronte, le Province rappresentano una dimensione intermedia essenziale, una dimensione che ha valenza sia politico-istituzionale, sia culturale e sociale. Corpi intermedi che quasi per natura sembrano orientati - diversamente da altre istituzioni e autonomie funzionali - a produrre legami sociali, a connettere progetti di sviluppo e territori, a sviluppare e tutelare qualità sociali e ambientali peculiari dei diversi contesti.

Già oggi molte imprese e molte funzioni trainati il nuovo ciclo di sviluppo economico e territoriale ridisegnano comportamenti entro una macro regione che presenta molteplici volti. Volti che domandano al nostro progetto di osservare e nominare i territori in modo efficace (l’asse Torino-Ivrea, quello Cuneo-Alessandria che incontra quello che da Novara si proietta verso Genova e il mare, l’asse pedemontano lombardo, per fare solo alcuni esempi); volti che richiedono alla rete nord occidentale di città e di territori di pensarsi in modo geograficamente aperto (con l’adesione di Piacenza e Parma, ad esempio, che allude a reti lunghe padane proiettate verso la dorsale adriatica), con una significat6iva attenzione al rapporto con i territori confinanti della Francia e della Svizzera lungo la dorsale costiera e quella montana, a maggior ragione se, come sembra, anche la Regione autonoma Valle d’ Aosta dovesse entrare a far parte del progetto.  Dunque, campi geografici che domandano di essere interpretati e governati da una rete di istituzioni che sperimenti forme più avanzate di collaborazione territoriale; ma anche una agenda di temi e problemi pubblici in cerca di nuovi attori e di nuove pratiche di governo.

L’ intesa raggiunta, qualora supportata da efficace capacità propositiva, potrebbe evolvere in un modello stabile di governo di grandi reti – come potrebbe essere una fondazione, o un’ associazione – e diventare l ‘interlocutore naturale di Camere di commercio, istituti di credito, realtà associative e di Terzo settore nella costruzione di progettualità positive finalizzate allo sviluppo economico e sociale da mettere in rete.

Ma il rilievo più importante è che questo progetto è nato dallo sforzo congiunto di soggetti politici ed istituzionali come le Province, che hanno preso sul serio la loro responsabilità in ordine alla programmazione economica e territoriale e hanno deciso di farsi parte attiva nella costruzione di una rete di esperienze locali. Non , dunque, la pretesa di una gestione diretta degli interventi, ma la creazione di un luogo di incontro fra soggetti ed istanze diverse  in cui il soggetto pubblico assume la funzione di regolatore e di incubatore di strategie di sviluppo.

Un buon esempio per un futuro (speriamo prossimo) Governo di centrosinistra che non sia succube del mito della “mano invisibile” ma voglia ripensare in modo significativo il ruolo dell’ intervento pubblico nell’ economia e nella società.

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