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Per quanto possa dispiacere ai promotori, la lettura del “Manifesto per l’ Occidente” promosso dal Presidente del Senato Marcello Pera e sottoscritto da uno stuolo di politici ed intellettuali (o presunti tali) dell’ area del centrodestra lascia la sensazione spiazzante di trovarsi davanti ad un capolavoro di astruseria ideologica volto alla promozione di una crociata alquanto fuori tempo. In realtà, visto il tempo in cui ci troviamo, subito dopo subentra una sensazione più rassicurante, che è quella di trovarsi di fronte ad una delle tante forme di propaganda in cui si sostanzia la campagna elettorale.
Tuttavia, in una fase storica complessa e pericolosa come l’ attuale, anche le trombe ed i tromboni di propaganda elettorale possono far male, anche molto male: che è stato se non un saggio propagandistico la sceneggiata televisiva della maglietta di Calderoli, che in un botto solo (lo ha riconosciuto il Ministro degli Esteri Fini) ha provocato manifestazioni di piazza, undici morti, l’ esodo dei nostri concittadini dalla Libia e il peggioramento dei rapporti fra l’ Italia ed il volubile Gheddafi. Tant’è, in un disgraziato Paese (il nostro) in cui per qualche pugno di voti in più persone un po’ irresponsabili (anche se con gravi incarichi governativi) giocano con parole e concetti più grandi di loro provocando incendi a ripetizione e screditando l’ immagine dell’ Italia in faccia al mondo intero.
Per certi versi, però, il Manifesto di Pera sembra una cosa persino potenzialmente più dannosa delle magliette leghiste, non solo per l’ evidente divario culturale fra il discepolo di Popper e l’ odontotecnico bergamasco, ma anche perchè, intercettando un certo senso comune diffuso nell’ aria come una nube tossica, esso minaccia di rimanere come schema aggregativi di un movimento “neo con “ all’ italiana ben oltre l’ emergenza elettorale per cui è stato pensato.
L’ idea di fondo da cui parte Pera è che l’ Occidente coincida con il cristianesimo (anzi con la “cultura giudeo-cristiana”), e che l’ uno e l’ altro siano oggi assediati dalle forze convergenti del fondamentalismo islamico e del relativismo culturale. E’ un po’ difficile, in verità, capire come un soggetto così poco “relativista” come il fondamentalismo islamico possa interagire con i seguaci del “pensiero debole”, ma il punto non è questo.
Il punto vero sta nel fatto che è la premessa ad essere totalmente sbagliata, perché confonde sistematicamente la dimensione ecclesiale con quella culturale, e l’ una e l’ altra con quella politica. D’ altro canto, Pera ed i suoi amici vanno capiti: per loro la “cultura giudeo cristiana” è l’ escamotage per poter rivendicare a sé una dimensione di difensori della fede che prescinde totalmente dalla loro fede personale e dai comportamenti concreti che ad essa dovrebbero coerentemente ispirarsi.
Non staremo qui a tirar fuori le battute sarcastiche di Giuliano Ferrara sulle incoerenze fra i roboanti proclami del Presidente del Senato e certi suoi comportamenti nel collegio elettorale di Lucca (è comunque interessante vedere come questi “neo-con“ all’ italiana si becchino continuamente con asprezza nel contendersi la guida della crociata, come appare chiaramente dalla lettura, rispettivamente, del “Foglio” e del sito internet della fondazione “Magna Carta”, legatissima a Pera) .
Ciò che più preoccupa infatti è questo continuo cortocircuito sulla dimensione religione cultura, che, come aveva già avvertito anni fa Giuseppe Lazzati, è di fatto indice di mancanza di comprensione di ciò che è cultura e di ciò che è religione, e che rischia di rendere di far dimenticare anche a persone sinceramente credenti come la fede cristiana chieda essenzialmente di inserirsi in tutte le culture, come essa non coincida con l’ Occidente o, più esattamente, con il Nord del mondo in un contesto in cui i quasi due terzi dei battezzati cattolici si trovano al di fuori dell’ area opulenta del pianeta.
In effetti, se per assurdo la Chiesa dovesse accettare un simile ragionamento di fatto ciò equivarrebbe a mettere una specie di cartello fuori dalle sue porte: “non siete i benvenuti, voi che non siete nè europei né nordamericani, se non come credenti di serie B che debbono imparare a conformarsi in tutto e per tutto ai loro colonizzatori religiosi, culturali e politici”.
Ma è questo veramente che la Chiesa vuole? Non c’è nulla, né nell’ insegnamento conciliare né nel magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che supporti simili affermazioni. Anzi, il concetto alla base della “nuova evangelizzazione” bandita dal Papa polacco e sostenuta da quello tedesco è che il messaggio di Cristo va predicato a tutti, e che il messaggio è quello del Vangelo non quello di un imprecisato Occidente. Anzi, a voler ben vedere, le chiare parole di Benedetto XVI all’ Angelus del 26 febbraio sono state di condanna per la distruzione di “tutti i luoghi di culto” (non solo quelli cristiani) e non c’ è ragione di ritenere che il monito alla severità del giudizio di Dio su chi sparge sangue nel Suo nome fosse rivolto solo agli islamici.
Veramente questo spirito di crociata, questa falsificazione della storia e della religione induce a pensieri molto tristi circa lo stato di salute morale della politica italiana nel quinquennio berlusconiano, e dei cattivi umori che da essa esalano. Una ragione di più, fra tante e tante, per voltare pagina il 9 aprile.
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