Un anno dopo
editoriale di aprile 2006 - di Giovanni Bianchi

La figura di Giovanni Paolo II, a un anno dalla morte, è ormai consegnata alla storia e alla memoria, e se questa tende molte volte a tradire, ingigantendo o rimpicciolendo fatti e persone a seconda del proprio metro personale, quella invece ha il compito di ricostruire con pazienza ed attenzione il significato di una figura che ha inciso fortemente nella vita dei popoli e delle Nazioni.

Ma se nella prospettiva di chi ha fede la figura del Pontefice assume un carattere ed un ruolo particolare, che vanno ben oltre la sua dimensione umana e lo mettono nella prospettiva affatto unica di tramite e portavoce di Dio sulla Terra, coloro che, credenti o meno, vivono nella dimensione sociale e politica debbono considerare quale sia stato il portato specifico del messaggio del Papa polacco nella complessità della situazione sociale e politica in una fase di grandi trasformazioni.

Quando Karol Wojtyla venne eletto al soglio pontificio, nell’ ottobre 1978, la guerra fredda stava entrando nella sua fase più acuta, quella che avrebbe determinato il crollo per crisi entropica di uno dei due interlocutori: ventisette anni dopo, nell’ aprile 2005, il Papa chiuse la sua giornata in un mondo dominato da crescenti insicurezze sociali ed economiche, dalla minaccia di un terrorismo dalle finalità oscure, dall’ evocazione irresponsabile dello “scontro di civiltà” (che egli sempre combattè) e dalla tentazione imperialista dell’ unilateralismo, a cui forse si riferiva un commento durante la “Via Crucis” del 2003, quando ricordava che il grande impero romano simboleggiato dal Colosseo “poi era crollato”.

Fu Giovanni Paolo II a rimettere in auge l’ espressione “dottrina sociale della Chiesa”, che Paolo VI aveva implicitamente superato, facendola risorgere come una fenice dalle ceneri, secondo l’ espressione del grande teologo laico Edoardo Benvenuto, nello stesso tempo precisando che essa non era un programma politico, ma il richiamo a valori fondanti ed universali nel quadro di una teologia morale che, per quanto possa apparire incredibile ad alcuni, non si occupa solo di faccende di sesso e di provette.

Il frutto maturo dell’ epoca wojtyliana, non a caso comparso pochi mesi prima della scomparsa del Papa, è stato il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa”: quando il “Compendio” (cv 338) afferma che “l’ impresa deve caratterizzarsi per la capacità di servire il bene comune della società mediante la produzione di beni e servizi utili”, ed aggiunge che “l’ impresa svolge anche una funzione sociale”, e quando premette che “il diritto alla proprietà privata è subordinato al principio della destinazione universale dei beni e non deve costituire motivo di impedimento al lavoro e allo sviluppo altrui” (cv 282) in fondo non fa altro che riecheggiare, oltre ai testi magisteriali dai cui trae ispirazione, anche testi “laici” importanti come ad esempio la Costituzione della  Repubblica italiana che all’ art. 41 stabilisce che “L’ iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’ utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e al secondo comma dell’ art. 42 stabilisce altresì che “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di  assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

Da ciò possiamo dedurre che, nella retta concezione dell’ economia che ci è consegnata dalla DSC, al centro di tutto vi è l’ uomo, che deve essere promosso e riconosciuto nei suoi inalienabili diritti in un contesto democratico, e che l’ autentico sviluppo è quello che permette alla persona umana di poter esprimere in pienezza tutte le sue capacità e di venire soccorso nei suoi momenti di debolezza transitori e permanenti.

Nella generale architettura di una società che abbia al centro la persona, si deve quindi porre il lavoro come elemento decisivo dell’ attività imprenditoriale ben prima del capitale, giacché è il lavoro a trasformare la materia inerte in prodotto finito a disposizione dell’ uomo. In questo senso il lavoro è espressione massima dell’ attività creatrice e inventiva della persona umana, mimesi dell’ attività creatrice di Dio e, in quanto tale, principio determinante dell’ attività economica di una società che veramente voglia essere a misura d’ uomo.

Ciò che si chiede alle forze sociali, ma anche ai detentori del potere politico, è quello di essere capaci di leggere la realtà sociale per quella che è, e non  secondo gli occhiali colorati delle ideologie che spesso mascherano interessi non proprio coincidenti con quello generale: l’ evidente situazione di declino economico e sociale in cui il nostro Paese si trova chiede un generale rilancio della concertazione fra i soggetti politici, economici e sociali interessati che sia finalizzato ad uno sviluppo non sono contabile ma anche qualitativo, sociale, umano.

Questo è , credo, uno dei lasciti principali di Giovanni Paolo II, e fra i più importanti e significativi.

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