La rotta da seguire
editoriale di maggio 2006 - di Giovanni Bianchi

Dopo qualche esitazione di troppo, dopo qualche giochetto di troppo, magari anche dopo qualche ambizione senile di troppo, le Camere hanno i loro Presidenti, e non c’è da dubitare che Fausto Bertinotti e Franco Marini sapranno onorare l’ alta funzione che è stata loro attribuita.

D’ altro canto, il clima di “guerra civile a bassa intensità”, come è stato definito, che la propaganda berlusconiana ha indotto nel Paese grazie alla sua geometrica potenza di fuoco mediatico, trasfigurando una normale divisione elettorale in una spaccatura apocalittica che ricorda il “Carmagnola” manzoniano (“i fratelli hanno ucciso i fratelli”), è ora necessario che buon senso e fermezza diventino le parole d’ ordine di una nuova fase che permetta, nel rispetto della distinzione fra maggioranza ed opposizione in un contesto bipolare, di recuperare normalità di rapporti e funzionalità della macchina istituzionale.

In questo senso, diventa necessario procedere quanto prima all’ assegnazione dell’ incarico di formare il Governo a Romano Prodi, capo della coalizione vincente, in modo che l’ Italia non sia governata ancora per qualche settimana da un Governo che l’ elettorato ha democraticamente ripudiato, e la cui presenza costituisce un oggettivo elemento di imbarazzo per il profilo interno ed internazionale del nostro Paese nel momento in cui esso si trova ad affrontare pesanti scadenze.

La stessa questione dell’ elezione del Presidente della Repubblica potrebbe diventare un punto di confronto positivo fra i due schieramenti nel momento in cui si abbandonassero, soprattutto da destra, atteggiamenti pregiudiziali che nuocciono all’ idea stessa del dialogo, ben simboleggiati dall’ incredibili parole dell’ on.Bondi sui rischi per le pubbliche libertà se al Quirinale venisse eletto un esponente del centrosinistra, come se nella storia del Paese non fosse mai accaduto che tutte le più alte cariche venissero detenute dai partiti di maggioranza, senza che ciò compromettesse in alcun modo la democrazia. Né giova che il Cavaliere metta in tutta serietà come primo della sua rosa di papabili per l’ alto incarico un suo dipendente quale è il pur meritevole dr. Gianni Letta: il meno che si possa dire è che la destra, almeno nel suo massimo esponente, oscilla perennemente fra perdita del piano di realtà e gli umori ribellistici che echeggiano quel “sovversivismo delle classi dirigenti italiane” così profondamente analizzato da Antonio Gramsci.

Ben altre sono le preoccupazioni che il Governo e la maggioranza che lo sostiene hanno davanti a sé, a partire dal desolante lascito economico e sociale del Ministero uscente e dalla problematica situazione internazionale, che andrà affrontata con prudenza e sensibilità ad esigenze che non siano più quelle di un adagiamento sistematico sulle ragioni dell’ “alleato” imperiale.

Analizzando in modo spassionato l’ esito delle elezioni potremmo dire che vi sono almeno tre questioni principali su cui l’ Unione ed il suo Governo dovranno impegnarsi.

La prima è quella della cosiddetta,eterna “questione settentrionale” che sembra riaffacciarsi dopo il risultato oggettivamente negativo ottenuto dal centrosinistra che, oltre alle prevedibili sconfitte in Lombardia ed in Veneto, sconta anche un risultato negativo nel Piemonte conquistato lo scorso anno alle regionali. Da qui, le solite litanie sulla sinistra intellettuale che non capisce la “rude razza pagana (e padana)” dei “padroncini” del Nord. Mi sembra corretta la diversa interpretazione avanzata da Ilvo Diamanti sulle colonne di “Repubblica” del 16 aprile, quando ha ricordato, dati alla mano, che il partito di Berlusconi ha perso nel giro di cinque anni, il 9% dei consensi in Piemonte (dove del resto la vittoria della destra è stata di stretta misura), oltre il 7% in Veneto ed il 5% in Lombardia, mentre la Lega Nord prosegue la sua erosione che ormai l’ ha ridotta alla metà dei consensi rispetto al 1996, mentre avanzano i partiti cosiddetti ad “impianto meridionale” come AN e UDC. Ciò significa che, per certi versi, la delusione verso Berlusconi c’è sicuramente stata, ma si è manifestata in un travaso di voti nella coalizione. Nello stesso tempo, la percezione dell’ Unione, verso la quale vi è una forma di atavica diffidenza in certi territori, come il partito delle tasse e delle regole (cosa che gli stessi esponenti della nostra coalizione hanno goffamente avallato con inopportune dichiarazioni nel rush finale della campagna elettorale) ha spinto elettori tentati dal cambiamento o dall’ astensione a dare in extremis uno sfiduciato consenso alla destra, che proprio perché giunto alla fine non è stato rilevato dai pur esperti specialisti di sondaggi.

La seconda questione è quella dell’ Ulivo, la lista che di gran lunga si è imposta come prima forza politica del Paese, superando la somma del risultato al Senato dei partiti che lo componevano (soprattutto DS e Margherita, e c’ è da chiedersi se il risultato sarebbe stato diverso se anche per la Camera alta fosse stata proposta la lista unitaria). Vi è una spinta oggettiva verso la costruzione di un partito che, raccogliendo i democratici ed i riformisti delle diverse famiglie, possa costituire il perno ed il timone dell’ alleanza di centrosinistra : la consacrazione elettorale può dunque essere il fatto nuovo che porti, con i tempi necessari, alla nascita di questo nuovo soggetto politico.

Vi è infine la cosiddetta “questione cattolica”, che è stata agitata da destra e da sinistra in termini spesso smaccatamente strumentali soprattutto in ordine a questioni inerenti la famiglia e la bioetica. Certamente non ha giovato l’ aggressivo e datato anticlericalismo della Rosa nel Pugno (peraltro non premiata dagli elettori) , così come è risultata molesta la predicazione “teo –con” di alcuni settori della destra, e dalla quale in verità pochi esponenti del cattolicesimo organizzato (e fra di essi va sicuramente ricordato il neo Presidente nazionale delle ACLI Andrea Olivero) hanno saputo prendere le necessarie distanze.

Probabilmente è giunto il momento di riprendere in mano, in termini teorici e formativi, la questione della cultura cattolico democratica, del suo ruolo nella comunità ecclesiale e in quella civile, e nelle prospettive della politica, intendendola come il contributo possibile per la nascita e la crescita del partito dell’ Ulivo.

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