Passaggio a Nord
editoriale di giugno 2006 - di Giovanni Bianchi

E’ chiaro ed evidente che né il Governo dell’Unione, né la Margherita, né soprattutto il Partito dei democratici e dei riformisti che abbiano il mandato di costruire possono permettersi di farsi logorare dalla questione settentrionale come accadde nella precedente esperienza di governo del centrosinistra nel 1996. E’ una questione di logica e di numeri, perché un’esperienza di Governo non può risultare sistematicamente minoritaria in territori che sono riconosciuti come i più “europei” del Paese. Il dato elettorale di Milano, dove la candidata di destra Letizia Moratti ha prevalso su Bruno Ferrante per pochi punti percentuali, pur in presenza di un calo della percentuale votanti di circa quindici punti rispetto alle elezioni politiche di aprile, sta lì a dimostrarlo.

Credo però che vi siano alcuni punti fermi da mettere, e alcune riflessioni da tenere ben ferme prima di cadere in un cortocircuito ideologico che non ci permetterebbe di approdare a nulla di buono e, quel che è peggio, ci consegnerebbe mani e piedi alla retorica degli avversari , i quali per parte loro intendono nuovamente caricarci di questo vizio di fondo di essere incapaci di parlare al Nord, anche se governiamo molte Regioni settentrionali, moltissime Province, la larga maggioranza dei Comuni.

In breve

a)    Non è affatto vero che vi sia stato uno spostamento sostanziale di consensi dalle regionali dello scorso anno ad oggi: il centrosinistra ha aumentato anzi i suoi voti, solo che ciò è avvenuto in misura minore rispetto al recupero del centrodestra, che, grazie alla tambureggiante campagna di Berlusconi, è riuscito a mandare a votare chi aveva deciso di non farlo gli scorsi anni

b)    La questione delle “aree sviluppate” andrebbe trattata con maggiore prudenza: chi ha detto che Liguria e Trentino Alto Adige, dove l’Unione risulta maggioritaria, siano meno sviluppati di Piemonte (dove comunque l’Unione ha perso di poco, come di poco vincemmo lo scorso anno, e mantiene comunque un saldissimo insediamento a Torino e Provincia, come dimostra il clamoroso risultato di Chiamparino), Lombardia e Veneto? E, soprattutto, chi ha stabilito che le regioni del centro dove l’Unione mantiene la sua sostanziale egemonia siano meno sviluppate di quelle del Nord? E la Sicilia tuttora berlusconiana in quale dei tanti schemini di comodo rientra?

c)    I Poli sono ormai diventati pressoché impermeabili nel loro grosso rispetto alle pressioni interne: se vi è redistribuzione di voti avviene all’interno delle coalizioni, e lo prova il fatto che la tanto sbandierata crescita di UDC e AN si consuma per intero ai danni di Forza Italia e, in misura minore, della Lega. Si vince o si perde per poche migliaia di voti, come si è visto a livello nazionale per la Camera e, in molte Regioni, per l’assurdo meccanismo del premio di maggioranza del Senato. La vittoria della CdL alle elezioni del 2001, che la legge elettorale rese imponente, era in realtà il frutto delle nostre divisioni, con PRC e IdV che correvano da soli: molti collegi, anche al Nord, avrebbero potuto essere vincenti se fossimo stati uniti fin da allora.

d)    Resta il fatto che noi soffriamo, e da tempo, di un’insufficiente capacità di lettura delle ragioni per cui i blocchi sociali dominanti si sono consolidati in questo modo, e di quali siano le vie migliori per creare una proposta politica alternativa che consenta anche nelle aree più popolose del Nord di riaprire la partita, fermo restando che non partiamo da zero perché è di ogni evidenza che il 40 e più % dell’ elettorato veneto o lombardo sia composto di impiegati pubblici “parassitari” di intellettuali “sfaccendati” di operai “ideologizzati” e di altre categorie polemiche che la destra ci appiccica addosso e alle quali noi ogni tanto crediamo.

Credo quindi che le nostre possibilità di recupero siano legate alla capacità di intercettare la domanda sociale che sorge dai territori, e che spesso è di segno diverso da quella di talune speculazioni intellettualistiche: in questo senso, mi pare che la nostra grande risorsa non sfruttata sia quel numero imprecisato di amministratori locali che, spesso in condizioni ambientali difficilissime, ancora si battono per i nostri principi e le nostre idee sul territorio, e che rappresentano un patrimonio di professionalità e di saperi applicati che troppo spesso viene negletto o di cui ci si ricorda solo a data fissa, magari ravvicinata a scadenze elettorali. In questo senso, sono perfettamente d’accordo con Ilvo Diamanti che su “Repubblica” domenica scorsa ha detto che il partito democratico o quel che sarà non avrà mai gambe per camminare se non quelle degli amministratori locali radicati nei territori.

Ma il coinvolgimento di questi amici deve essere sistematico, e deve essere preceduto da un chiarimento metodologico che mi sembra indispensabile.

La terna concettuale studio - formazione - azione politica (che poi è una nuova declinazione del vecchio “vedere-giudicare-agire”) deve rappresentare il nostro modello procedurale in questa fase storica, e ci chiede quindi di attrezzarci di conseguenza.

Credo però che l’esigenza primaria, in Lombardia come nel resto del settentrione d’Italia, sia quella di dare vita ad un organismo finalizzato all’esame, mediante ricerche, documenti e dibattiti, dei principali temi economici e istituzionali, sia come presupposto di un lavoro legislativo, sia per approfondire alcune questioni decisive per lo sviluppo delle nostre Regioni e per la loro collocazione nello scenario italiano, europeo ed internazionale.

Non credo mi faccia velo l’antica amicizia con Nino Andreatta, la cui viva intelligenza e la cui passione politica ci mancano ogni giorno di più, se penso che uno dei modelli possibili sia quello dell’AREL, l’Agenzia di ricerche e legislazione, che ha svolto un ruolo preziosissimo tramite si suoi seminari e le sue pubblicazioni per la formazione di due generazioni di classe dirigente italiana.

Lungi da me l’idea di un organismo direttamente alle dipendenze del partito: credo anzi che, fatta salva la collocazione nell’area del centrosinistra, questo nuovo soggetto debba porsi l’obiettivo di aprire il più possibile le collaborazioni e la ricerca di nuove idea nella prospettiva della crescita e del radicamento di un nuovo pensiero democratico applicato  al Nord Italia nella prospettiva di ciò che fecondamente fecero Salvemini, Dorso, Sturzo e poi ancora Saraceno, Compagna, Amendola e Napolitano per il Meridione nel secolo scorso.

D’altro canto, e ce ne siamo resi amaramente conto all’apertura delle urne elettorali, il vero obiettivo di Berlusconi nel delineare la nuova, apparentemente insensata, legge elettorale, è stato quello di de-territorializzare completamente la battaglia elettorale (la prevista ingovernabilità al Senato era solo un grazioso accessorio in più), abolendo in un solo colpo i due strumenti (collegio uninominale e  voto di preferenza) che rendono importante la figura dei singoli candidati, laddove il Cavaliere voleva (e ha ottenuto) che lo scontro fosse fra i due aspiranti alla premiership, e che quindi la battaglia fosse spostata dalla concretezza del territorio, dove è infinitamente più debole, al livello nazionale, ossia all’arena televisiva che è il suo kitchen’s garden.  E fortuna che la par condicio e  le regole all’americana per i faccia a faccia hanno limitato il suo straripare da ogni video possibile….

Rimettere al centro il territorio, studiare il territorio, animare il territorio, ascoltare e formare chi sta sul territorio, fare azione politica sul territorio: ecco l’imperativo di quest’ora che ci viene riconsegnato da un risultato elettorale positivo (perché alla fin fine Berlusconi e la sua compagnia di giro non sono più al governo di questo Paese) ma con pesanti zone di ambiguità e di insoddisfazione.

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