Le regole del gioco
editoriale di luglio 2006 - di Giovanni Bianchi

Il risultato del referendum non dà adito a dubbi: sia la massiccia partecipazione al voto (massiccia in rapporto a tutti gli altri referendum, ed in particolare a quello costituzionale del 2001) , e l’ esito degli scrutini sono tali da rendere impossibile ogni lettura anche solo minimamente consolatoria per i sostenitori del testo Calderoli – Tremonti.

La linea del Piave della Casa delle libertà è ormai divenuta quella del Lombardo – Veneto, resto del sogno padano di Bossi e dei suoi sostenitori chez Berlusconi, che del resto presenta non poche smagliature interne come dimostra il dato delle aree metropolitane di Milano e di Venezia ed il voto prevalente nelle maggiori città, a significare, come ha scritto giustamente Michele Serra, che la destra che si voleva interprete del cambiamento si trova di fatto radicata in una dimensione paysanne che non è certo da disprezzare ma che  non sembra essere il luogo privilegiato dell’ apertura mentale e dell’ apertura al confronto con la realtà globale.

A questo punto si apre un duplice interrogativo. Il primo è se, a fronte della cancellazione radicale della controriforma della destra, vi sia oggi la possibilità di aprire non un processo costituente ma una fase di riforme mirate e chiare di un testo costituzionale che in ogni caso gli elettori trovano tuttora rispondente alle necessità della Nazione. Il secondo, intimamente correlato al primo, è quello sugli strumenti più adatti per arrivare a tali riforme.

Sulla prima questione si è parlato molto, ma la sensazione è che manchi chiarezza d’idee: se dobbiamo guardare ai dati puri e semplici si deve pensare che da parte degli elettori vi sia verso la Costituzione un atteggiamento di maggiore responsabilità che in certi settori della classe politica, da ambedue le parti. Come ha spiegato in un agile e spiritoso libretto il giurista Michele Ainis, la Costituzione è una cosa di cui ci si cura poco esattamente come in genere ci si cura poco delle modalità di funzionamento di un’ automobile, salvo quando la macchina -o lo Stato- vanno in panne.

In tal caso però, prima di prendersela con i costituenti o con i tecnici e gli operai di Mirafiori è il caso di vedere che cosa, dei nostri comportamenti di cittadini o di automobilisti, ha provocato il guasto. Affermare che la costituzione sia responsabile di guasti che sono semmai il risultato di comportamenti politici diffusi significa travisare il senso di una crisi che Gabriele De Rosa ha descritto come “la transizione infinita”: crisi politica, di cultura e comportamenti, non costituzionale. Significa anche da un lato condurre una lotta postuma contro un documento che un sentimento reazionario ancora diffuso nel Paese fatica a digerire proprio per i principi che vi sono inscritti e dall’altro distrarre dalle responsabilità di un ceto politico incapace di dare risposte.

In questo senso, è sintomatico che la prima riunione del Governo Prodi successiva al risultato referendario sia stata dedicata ai decreti di liberalizzazione di alcuni servizi pubblici fin qui gestiti da potenti corporazioni. E’ una decisione che dimostra una diversa attenzione ai problemi e dimostra anche come riforme importanti siano perfettamente realizzabili senza intaccare i principi costituzionali, anzi collocandosi nel loro solco.

D’ altro canto, se interventi sono necessari, e se è necessario rifiutare la via della C d L di escludere programmaticamente il confronto con l’ opposizione, a tale confronto si deve arrivare con le idee chiare, partendo dal fatto che alcune delle questioni poste dalla controriforma delle destre erano fondate (bicameralismo perfetto, ridefinizione del rapporto Stato – Regioni….) mentre ad essere drammaticamente sbagliate erano le risposte.

Quanto alla modalità, la via maestra è e rimane quella dell’ articolo 138, e quindi del dibattito nelle Commissioni Affari costituzionali dei due rami del Parlamento e poi del doppio voto in assemblea. Da scartare è invece l’ ipotesi di una nuova Bicamerale, come pure quella a dir poco lunare di una nuova Costituente, essenzialmente per lo stesso motivo, che cioè esse rappresentano una forzatura del dettato costituzionale e che il modo peggiore per iniziare una revisione costituzionale è quello di non rispettare le regole vigenti.

Diversa, a mio avviso,  la proposta, lanciata da Augusto Barbera, Stefano Ceccanti ed altri, di  dare vita ad una sorta di “convenzione costituente” in cui la rappresentanza parlamentare sia integrata da parte delle rappresentanze delle autonomie locali e  delle forze sociali per dar vita ad una sorta di commissione con funzioni non referenti ma consultive.

In questo caso non tanto di forzatura si tratta, ma piuttosto dell’indicazione di un percorso finora non sperimentato e comunque perfettamente costituzionalizzabile attraverso le procedure dell’ art. 138, tenuto conto che si tratterebbe di dar vita ad una sorta di camera di compensazione del dibattito istituzionale, permettendo così al Parlamento di intervenire su testi già predisposti, ovviamente con la facoltà di emendarli o di bocciarli. Del resto, i soggetti previsti come componenti della Convenzione sono già reperibili in organi previsti dalla Costituzione o in qualche modo già inseriti nel panorama istituzionale: il Parlamento, ovviamente, per quel che concerne la rappresentanza popolare, ma anche la Conferenza unificata Regioni, Città ed autonomie locali, per quel che concerne le rappresentanze territoriali, ed il CNEL per quel che concerne le rappresentanze sociali.

L’ importante è non perdersi una volta di più in dispute bizantine che non portano da nessuna parte, se non alla strisciante delegittimazione delle istituzioni vigenti.

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