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Non so se la Cana del massacro del 30 agosto sia la stessa Cana di Galilea dove, mutando l’ acqua in vino e ravvivando un banchetto nuziale, Gesù compì il suo primo miracolo pubblico: probabilmente no, ma se così fosse si confermerebbe l’ atroce mistero per cui i nomi che più sono segnati dalla storia della salvezza cristiana, da Betlemme a Nazareth fino alla grande Gerusalemme, sono anche i luoghi della via crucis di due e più popoli impegnati in una lotta mortale che, paradosso atroce, nessuno di essi può vincere o perdere completamente.
Si tratti degli Israeliani isolati in mezzo all’ odio e alla rabbia di milioni di Arabi, ai palestinesi ridotti alla fame e alla disperazione e ancora privi di un loro vero Stato, o dei libanesi perennemente sull’ orlo della guerra civile e dell’ implosione del loro Paese, nessuno veramente può pensare di vincere la guerra eliminando completamente l’ altro, ma nello stesso tempo nessuno si mostra capace di fare passi indietro necessari e, in primo luogo, di riconoscere (non di condividere) le ragioni dell’ altro.
In questo senso le responsabilità maggiori le ha il Governo israeliano, l’ unico dell’ area mediorientale che possa definirsi in qualche modo democratico, e sicuramente il più forte sotto il profilo militare, visto che alle armi convenzionali affianca anche un notevole arsenale atomico, ben maggiore di quello che il regime teocratico iraniano potrebbe anche solo immaginare nei suoi sogni più selvaggi .
Come rileva ogni commentatore che non sia semplicemente una trombetta dei neocon di Tel Aviv o di Washington, la politica israeliana è ferma alla pura e semplice risposta di ordine militare, che certo serve come deterrente alle volontà distruttive come quelle espresse dal Presidente iraniano Ahmadinejad e da altri mestatori locali, ma che non sposta di una virgola le responsabilità che da tale superiorità militare deriva.
Infatti, se Israele non può essere vinto nello stesso tempo non può vincere, perché la disastrosa esperienza di Begin e Sharon nel 1982 dimostra l’ impossibilità per il Governo dello Stato ebraico di occupare indefinitamente un territorio straniero in nome di una pretesa alla sicurezza che però genera nei popoli confinanti solo un odio crescente, né può pensare che l’ alleanza vitale con gli USA possa essere un ombrello perpetuo contro lo sbocciare di fanatismi di ogni tipo, che certo sono alimentati da politicanti senza scrupoli nel mondo islamico, ma sono anche, almeno parzialmente, l’ espressione di un’ aspirazione alla dignità culturale e religiosa di popoli che si considerano i sacrificati della globalizzazione.
Ecco dunque che la strategia del nuovo governo israeliano, incardinato su di un partito personale che fin da subito ha avuto il problema di sopravvivere al suo fondatore, quell’ Ariel Sharon che da mesi e mesi vive attaccato ad un respiratore artificiale , appare ai più incomprensibile, e se molti hanno giustificato nei primi giorni le reazioni alle supposte provocazioni dell’ Hezbollah, il partito armato sciita libanese tributario di Teheran e Damasco, dopo Cana appare evidente che ci si trova di fronte a stati di paranoia e cieca brutalità che non possono trovare comprensione se non sfociando nella complicità. Né rassicura la sensazione alimentata da Sandro Viola e da altri che il premier Olmert ed il Ministro della Difesa Peretz, due politici puri senza alcun passato militare, siano ormai stati superati ed in qualche modo delegittimati da uno Stato maggiore incline ad agire per conto proprio senza la mediazione della politica.
Il cessate al fuoco immediato diventa oggi la strada unica e necessaria, come pure l’ apertura immediata di negoziati che, oltre all’ oltraggiato Governo libanese, comprendano almeno quello siriano, se non quello iraniano, in nome del principio persino ovvio che la pace si negozia con i nemici, ed i nemici uno non può sceglierseli . Sarebbe davvero grave per Israele replicare lo stesso errore commesso con i Palestinesi, dei quali per vent’ anni si negò l’ esistenza come popolo, per poi passare alla negazione della rappresentanza politica dell’ OLP e di Arafat, salvo poi far di tutto per delegittimarli provocando così la nascita di Hamas.
Certo, non potranno essere un Presidente ed un Governo statunitensi così pesantemente delegittimati agli occhi dell’ opinione pubblica mondiale, come ha scritto Thomas Friedman su “Repubblica” del 31 luglio, ad aiutare il Governo israeliano a compiere una manovra tanto complessa: del resto, è difficile che chi ha fin qui concepito la politica in termini tanto muscolari possa passare a strategie più sottili (potrebbe riuscirvi un’ Amministrazione democratica che abbia previamente rimandato i neocon nelle loro università e nelle loro sagrestie? Ma quanto sangue sarà stato versato prima delle elezioni presidenziali del 2008? O saranno sufficienti come segnale le elezioni del “midterm” del novembre prossimo?) .
Ora dunque spetta all’ Europa, ad un’ Europa finalmente uscita dal paradigma della guerra fredda, assumere un’ iniziativa forte, con l’ avvertenza che già altri stanno mettendosi a far politica di potenza in quell’ area, come Russi e Cinesi che stipulano accordi privilegiati con l’ Iran, mentre la flotta navale russa del Mar Nero, sloggiata dai nuovi governanti ucraini dalle basi in Crimea sembra ora intenzionata a gettare le ancore in qualche porto siriano.
L’ Europa, e la nuova Italia, non possono stare a guardare.
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