|
E’ un po’ passata sotto silenzio in Italia la notizia della morte, avvenuta domenica 27 agosto per un tumore, di dom Luciano Mendes de Almeida, arcivescovo di Mariana, nello stato brasiliano di Minas Gerais, che per sedici anni, dal 1979 al 1985, fu ai vertici della Conferenza episcopale del Brasile (CNBB) prima come Segretario generale e poi come Presidente.
Sicuramente fra coloro che sono stati colpiti da questa notizia vi è il fondatore del SERMIG Ernesto Olivero, grande amico dello scomparso, che all’ Arsenale della Pace di Torino ha organizzato una veglia di preghiera in onore di questo straordinario personaggio che, come si legge nell’ ultimo libro di Olivero, ancora vivente era già considerato un santo fra il suo popolo.
Sacerdote della Compagnia di Gesù, teologo molto stimato,dom Luciano era stato scelto dal cardinale Paulo Evaristo Arns un altro dei “grandi vecchi” della Chiesa latinoamericana come suo ausiliare alla guida di una zona pastorale della popolosa Arcidiocesi di San Paolo, e nello stesso tempo era stato proiettato dal consenso dei suoi confratelli ai vertici della Conferenza episcopale in anni difficili, quelli della dittatura militare che per vent’ anni governò il Brasile rendendosi colpevole di molti crimini, e soprattutto perpetuando quelle clamorose ingiustizie sociali che anche oggi sono sotto gli occhi di tutti.
In effetti, a leggere gli omaggi che sono stati resi alla memoria di dom Luciano, ci si rende conto di come in ognuno di essi vi sia una duplice cifra interpretativa, quella, come ha detto nella omelia esequiale l’ attuale Presidente della CNBB cardinale Geraldo Majella, dell’ uomo che “viveva continuamente alla presenza di Dio”, del “mistico in mezzo alle azioni quotidiane, un contemplativo nell’ azione”.
Allo stesso modo il teologo Josè Vidigal, che di dom Luciano fu amico fraterno, scrive di lui che fu “uno dei più straordinari evangelizzatori che sia mai sorti nella storia”, e che con lui “l’ umanità perde un genio e questa terra perde la presenza di uno di quelli che onorano gli esseri razionai per la sua perfezione esistenziale”.
Si può anche pensare che l’ emozione e l’ amicizia abbiano una larga parte in queste parole, ma se esaminiamo i settantacinque anni della vita terrena di dom Luciano si vede con chiarezza come tutta la sua vita di teologo, di vescovo, di animatore sociale siano state interamente devolute alla causa di Dio e a quella dell’ uomo, in ossequio ai due comandamenti evangelici fondamentali.
Ancora il cardinale Majella ha ricordato come la prima passione di dom Luciano fossero i poveri “tutti i poveri e i sofferenti, ma particolarmente i bambini e le bambine di strada” e la seconda fosse l’ amore appassionato alla Chiesa: con molta onestà il cardinale ha voluto ricordare come la fedeltà di Mendes alla Chiesa fosse “talvolta sofferta, per via di incomprensioni, frizioni e limiti umani, propri ed altrui”.
Qualcosa del genere si ritrova anche nelle parole del Presidente Lula, che ha interrotto una complessa campagna elettorale di rielezione per andare a Mariana a visitare le spoglie dell’ amico, e ricordando gli anni neanche tanto lontani della lotta contro la dittatura, ha affermato di non credere “che esista un solo brasiliano che abbia lottato in difesa dei poveri, dei diritti umani, della libertà e della democrazia che non abbia visto in dom Luciano un punto di riferimento”.
Perché ricordare questa vicenda umana? Per un dovere di cronaca? Per celebrare la fine di un’ irripetibile stagione segnata da grandi figure episcopali come dom Helder Camara, che ci ha lasciati da tempo, o gli amici e maestri di dom Luciano ancora viventi ma … “pensionati” come i cardinali Arns e Lorscheider ? Oppure è l’ eterna nostalgia cattocomunista per la teologia della liberazione, il dragone rosso che minacciava la fede e l’ ordine sociale, ora giustamente sconfitto?
Scherzi e nostalgie a parte, il vero problema è un altro, cioè quello di ricordare le figure dei testimoni, perché le loro opere, le loro idee e la loro fede, per quanto storicamente siti nel passato in cui si è svolta loro vita, sono anche un impegno per il futuro di chi rimane.
I testimoni come dom Luciano servono anche a rimarcare che esiste un filo rosso comune, pur nella diversità dei contesti sociali e politici in cui ognuno di noi vive, che lega l’ impegno religioso a quello politico, e che non si può pretendere di stare davanti a Dio se non si sta anche dalla parte dei figli di Dio che soffrono. In un’ intervista di qualche anno fa ad un periodico italiano, Mendes disse chiaramente, a chi lo accusava di diffondere “utopie messianiche” che “l’ unico messianismo che vedo in giro è quello d’ impronta liberista. E’ l’ unica ideologia rimasta sul terreno. L’ unica che sparge per il mondo illusioni di palingenesi, miraggi di paradisi terrestri in cui tutti potranno godere del livello di consumi finora sperimentato solo nelle piccole isole di super ricchezza delle società avanzate”. E ancora: “se coloro che portano il nome di Gesù non hanno pietà per la condizione reale in cui vive la folla di affamati che oggi invade interi continenti, vuol dire che per loro il cristianesimo è diventato un intrattenimento religioso per sazi borghesi occidentali”.
Si può obiettare forse sul tono di queste parole, non credo si possa sul loro contenuto. Ecco dunque che dom Luciano Mendes de Almeida si unisce a quella lunga teoria di testimoni che hanno posto a loro obiettivo di vita lo scuotere le nostre coscienze pigre con le parole e con gli atti, “affliggendo i consolati”, come diceva uno di loro, don Tonino Bello.
Fino a quando saremo sordi, noi personalmente, la nostra politica, la nostra cultura?
|