Telecom, la luna e il dito
editoriale di ottobre 2006 - di Giovanni Bianchi

Le polemiche di questi giorni sulla questione Telecom, culminate nell' indegna gazzarra allestita dalla destra contro Romano Prodi nell' aula parlamentare il 28 settembre, ricordano sempre più la famosa parabola cinese del dito che indica la luna, e dello sciocco che si sofferma sul dito.

Il dito, in questo senso, è il famoso progetto “artigianale” sulle modalità di un piano di salvataggio di Telecom predisposto dall' ormai ex consigliere di Palazzo Chigi Angelo Rovati, che viene considerato dall' opposizione come la prova provata della malafede di Prodi, mentre la luna sono le circostanze della crisi Telecom, ossia le motivazioni per cui quel progetto di salvataggio - come altri simili- si è reso necessario.

Il problema sta tutto lì, nella piramide di circa 40 miliardi di euro di debiti su cui era seduto fino a qualche settimana fa Marco Tronchetti Provera, a cui il patron della Pirelli aveva cercato di dare una prima riposta con la proposta, formulata l' 11 settembre scorso, di uno scorporo della telefonia mobile (TIM) dall' insieme del gruppo - dopo che era intercorso pochissimo tempo dall' accorpamento delle due società- intendendola come preludio alla messa sul mercato di TIM stessa con lo scopo di fare cassa per sanare la sofferenza debitoria.

A ciò si é aggiunto lo scandalo delle intercettazioni illegali ordinate da Telecom, che di fatto ponevano sotto controllo migliaia e migliaia di utenze per raccogliere dati personali sensibili per finalità ignote, collocandosi al crocevia di oscure vicende come quelle relative al rapimento dell' imam Abu Omar compiuto dalla CIA con la complicità di agenti del SISMI e alla vicenda di “Calciopoli”. Spionaggio, lotta al terrorismo, duro confronto con l'slam si mischiano al gossip e magari a Boccaccio in una salsa tutta italiana e tutta già conosciuta e comunque di sapore non so se più stucchevole o indigesto.

Detto in sintesi, il risultato, al netto della vicenda delle intercettazioni che andrà meglio definita in tutti i suoi dettagli, è l' ennesima variazione su un tema tutto nostrano che Giuseppe De Rita ha affrontato con rara lucidità su La Repubblica del 19 settembre. De Rita comincia col mettere sotto la lente “quei grandi manager che sono spinti dalla tentazione di fare risiko in ogni settore, perseguendo salti dimensionali che spesso hanno come motorino inconfessato la tentazione della stock-option personale, motorino emotivamente più stimolante di piani strategici talvolta scritti dopo che le operazioni si sono concluse”. Non a caso, osserva il fondatore del Censis, “molte recenti improbabili avventure hanno avuto dietro non un investitore capitalista ma manager legati a operazioni a debito attenti al proprio interesse, non sempre combaciante con quello dei propri azionisti e della collettività”.

Non è pratica inventata da noi dal momento che anche qui gli Stati Uniti ci hanno da tempo preceduti facendo le cose su loro misura…La Enron è diventata in proposito uno scandaloso caso di scuola.

Ma anche in Italia non siamo né alla novità né all'anno zero dal momento che i precedenti illustri non mancano. Sedicenti capitani coraggiosi, fra un' incensatura ed un' altra da parte di stampa e televisioni, hanno condotto alcune delle principali aziende italiane, oltretutto in settori strategici, sull'orlo del disastro quando non direttamente dentro il baratro.

De Rita ha cura d'annotare che a rendere possibili tali operazioni ha concorso la sinergia con i grandi manager delle banche d'affari ( “ce le ritroviamo dappertutto perché innescano combinazioni d'interessi enormi e qualche volta si insediano pure nei gangli più vitali del potere politico” ) e dei grandi istituti di credito, “pieni di soldi e alla disperata ricerca di impieghi”.

De Rita non fa nomi,adducendo la buona ragione che tanto sono di pubblico dominio e certamente non ignoti ai ministri interessati. Porta controcorrente e da antico saraceniano l'esempio dell'Iri, nella convinzione che per governare il capitalismo attuale “ci vuole un potere reale della politica e dello Stato come soggetto degli interessi collettivi”.

Soggetti che si aggirano o dovrebbero aggirarsi intorno a un settore strategico come quello della telefonia fissa e mobile onde evitare di ulteriormente scivolare lungo una montagna di sapone, con il presumibile risultato di metterla in mani straniere, scaricando gli errori della dirigenza rispettivamente sugli utenti, che si vedrebbero le tariffe rincarate, sui lavoratori, che rischierebbero sensibili tagli occupazionali, e su tutto il Paese, che sarebbe espulso da uno dei contesti produttivi (e strategici anche nel campo della sicurezza nazionale, come si vede) di maggiore importanza in questa fase storica.

Appare quindi fin troppo generoso il pur valente Alberto Statera quando, analizzando i dati di due studiosi di Bankitalia che dimostrano come il 10% delle famiglie più ricche possegga oltre il 40% della ricchezza nazionale, mentre il 10% delle più povere ne possiede lo 0.3%, afferma che “le disuguaglianze sono spesso risultato dei meriti di ciascuno,delle capacità e dell' impegno individuali”(La Repubblica del 28 settembre). No, non è sempre così. Anche perché troppe volte le persone che si sono rese responsabili di un clamoroso flop aziendale hanno pensato a premiare in primo luogo se stesse.

Sintomatica in questo senso sarebbe, a dar retta alle cronache, una battuta pronunciata in quei giorni da chi, offeso dalle prime critiche del Governo rivolte al piano aziendale, avrebbe affermato che “finchè la proprietà privata esiste in questo Paese io faccio quello che voglio”. Forse si ignora che sono ancora in vigore gli articoli 41 e 42 della Costituzione che stabiliscono come la proprietà privata e l'iniziativa economica siano sì libere, ma soggette a precisi vincoli, che sono quelli dell' utilità sociale, e che anzi a tale utilità possano e debbano essere indirizzate.

Certo, la pianificazione economica anche in un contesto di economia mista non ha dato grandi risultati, ma questo non giustifica, come finemente ha rilevato Luciano Gallino, l' abbandono di ogni idea di politica industriale indirizzata e sostenuta dai pubblici poteri, che è moneta corrente negli USA, in Francia, in Germania, nel Regno Unito, paesi tutti che hanno tassi di sviluppo industriale più alti del nostro proprio perché hanno da tempo seppellito la retorica del “piccolo è bello” , mentre la realtà - ed una fila di capannoni vuoti- hanno da tempo fatto giustizia della mitologia del Nord Est.

Ecco, una politica economica ed industriale che si proponga di indirizzare le risorse verso il pieno impiego, rinunciando a far pagare ai lavoratori e ai consumatori le contraddizioni di un ceto imprenditoriale e manageriale ripiegato su se stesso potrebbe essere il degno corollario alla buona legge finanziaria che il Governo Prodi ha appena licenziato.

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