Terzo settore e volontariato: dalla nicchia alla piena legittimazione
editoriale di novembre 2006 - di Giovanni Bianchi

A fronte della crescente difficoltà della politica, ed oltre ogni retorica sulla “società civile buona” contrapposta alla “politica cattiva”, è forse necessario riflettere quanto le organizzazioni sociali possano contribuire al cambiamento del modo di concepire i rapporti fra politica, società ed economia. Uno spunto, e non solo per ragioni di provenienza, può venire dalla Conferenza organizzativa e programmatica delle ACLI che si svolgerà a Bari all’inizio di dicembre, sull’ impegnativo tema: “Legami associativi e azione volontaria”.

La cooperazione, il volontariato, l’ azione sociale sono oggi qualcosa di diverso rispetto ai primordi ormai sessantennali dell’ attività delle ACLI, e dove prima l’ abnegazione personale di chi sacrificava alle opere sociali delle ACLI le ore del meritato riposo serale in famiglia dopo una giornata di lavoro era l’ aspetto determinante ed il perno di un’ attività ancora artigianale, oggi  la professionalità ed i nuovi saperi esigono la loro parte per evitare che un approccio entusiastico ma incolto ed incostante danneggi beni tantopiù preziosi perché non  patrimonio di tutto il Movimento e quindi dei lavoratori, di chi dà fiducia alle ACLI (e sono milioni di persone in tutta Italia e fuori).

La stessa nozione di impresa sociale, che le ACLI  furono fra i primi a sostenere, ha oggi una nuova dignità con l’ entrata in vigore della legge 13 giugno 2005 n. 118 sull’ impresa sociale, che è un primo, importante risultato di cui le forze sociali debbono legittimamente rallegrarsi, giacché attraverso di essa il legislatore riconosce e disciplina una realtà che nel corso di questi anni era nata e si era sviluppata in forma completamente autonoma, ed ora assume una sua veste ufficiale definendo una sua veste specifica all’ interno della vita sociale ed economica del nostro Paese.

Naturalmente questo non basta per dire che tutti i problemi sono risolti, dal momento che sappiamo per lunga esperienza che una legge di per sé non risolver nulla, che essa deve venire sostenuta dalla volontà politica di chi la deve applicare, e dal consenso di coloro che ne sono destinatari. La legge 118 oltretutto è una legge delega, ossia un provvedimento che definisce il quadro generale della materia, ma rimanda la sua applicazione a uno o più decreti legislativi che il Governo dovrà adottare nel giro di un anno pena la decadenza dell’ insieme del provvedimento. In questo senso la nostra attenzione all’ insieme dell’ atteggiamento del Governo e del Parlamento dovrà essere particolarmente attenta, in quanto – basta leggere l’ unico, estremamente complesso, articolo di cui si compone la legge delega- la disciplina dei decreti attuativi che la legge rinvia ad essi è molto dettagliata, sia sul versante delle finalità che su quello della struttura societaria delle imprese.

Ma, infine, la nuova legge c’è , e di questo non possiamo che prendere atto positivamente: dobbiamo però saper leggere in profondità il senso che assume questa nuova legislazione, la filosofia che vi sta dietro e soprattutto la prospettiva che apre per le forze sociali e per chi cerca di far nascere, secondo l’ espressione cara a Stefano Zamagni,  una nuova economia del civile, che peraltro si sta già strutturando all’ interno della società ma che da questo riconoscimento legislativo deve trovare nuova linfa e nuove occasioni di crescita.

Credo che questa analisi sarebbe incompleta se noi non cercassimo di guardarci intorno per capire quelli che sono i segnali di fase che ci manda soprattutto il mondo dell’ impresa privata.

Per parte mia vorrei ricordare alcuni elementi macroeconomici che Luciano Gallino espone nel suo  testo sull’ “impresa irresponsabile”, e che descrivono con estrema chiarezza le conseguenze di tale irresponsabilità. Li riassumo brevemente: salari e condizioni di lavoro indecenti per centinaia di migliaia di dipendenti; la costruzione nell’ ambito di Paesi in via di sviluppo di impianti chimici malsicuri; autoveicoli incorporanti difetti progettuali di cui il costruttore era a conoscenza, pericolosi per conducente e passeggeri, che avrebbero potuto essere eliminati al costo di pochi dollari per unità; licenziamenti di massa con preavviso minimo; chiusura parziale o totale, oppure delocalizzazione effettiva o minacciata per avere in cambio  maggiore flessibilità, di unità produttive efficienti sotto il profilo tecnologico con buone prospettive di mercato, operata da grandi gruppi multinazionali; l’ inquinamento dell’ aria, delle acque e degli ambienti di lavoro causati per decenni dalla grande industria chimica.

A ciò si aggiunga la crescita esponenziale dei dividendi dei maggiori azionisti e degli stipendi dei managers, i quali sono ormai giunti negli USA (ma noi gli teniamo dietro) a trovarsi in un rapporto da uno a 90 rispetto alla media degli stipendi dei dipendenti. La cosa ovviamente diventa intollerabile quando questi geni della finanza provocano catastrofi epocali come quelle della Enron o della nostrana Parmalat .

Siamo dunque di fronte ad un capitalismo che non ridistribuisce ricchezza (o magari lo fa, ma in modo clamorosamente ineguale), che non ha rispetto né per la sostenibilità ambientale né per quella sociale, e che interferisce sistematicamente con la politica anche per evitare di trovarsi nelle panie di una legislazione rigorosa che comunque riesce regolarmente a scavalcare a livello globale.

In questo senso credo vi sia una responsabilità evidente delle forze dell’ associazionismo. Innanzitutto promuovendo un’ etica della responsabilità collettiva. Fare politica, essere uomini che fanno politica, vuol dire produrre responsabilità verso gli altri, condividere situazioni e proposte per risolvere problemi comune, produrre interesse. In fondo è il vecchio motto: “I care” della scuola di Barbiana contrapposto al “me ne frego” fascista : a me interesse, a me importa. Produrre responsabilità verso gli altri, sentire questa responsabilità interna al proprio essere nel mondo vuol dire creare cittadinanza sociale. Le iniziative dell’ associazionismo debbono muoversi in questa direzione: cogliere opportunità di lavoro, di formazione professionale, di intervento sul territorio vuol dire cogliere opportunità di responsabilità. Un altro aspetto per cui può essere decisivo l’ associazionismo è la costruzione di una nuova cultura verso il pubblico. Nella cultura corrente si attribuisce un peso sovraeminente a ciò che è privato, ciò che è pubblico viene vissuto come indifferente ed estraneo, per motivazioni storiche complesse che non è il caso di approfondire qui. Il terzo aspetto cui è chiamato l’ associazionismo è la trasformazione della cultura d’ impresa attraverso un rapporto diverso e più profondo di questa con la dimensione della solidarietà: potremmo persino provare a prendere sul serio l’ idea di un capitalismo cooperativo accanto a quello familiare e a quello manageriale se ci si dimostrasse che è qualcosa di più del paravento per qualche disinvolta operazione finanziaria.

Le forze sociali devono quindi schierarsi – ed è lo sfondo valoriale in cui dobbiamo leggere questo nuovo provvedimento legislativo- a favore di un modello civile di welfare secondo cui alle organizzazioni della società civile va riconosciuta una soggettività non solo giuridica, ma anche economica. La ragione di questa richiesta è che se si vuole arrivare ad una modello di welfare plurale – che è qualcosa di più di un pur necessario welfare mix- è necessario che le organizzazioni sociali possano godere di autonomia e indipendenza, soprattutto economica.

Va inteso in questa prospettiva anche il discorso sul volontariato, un tema che evidentemente ha risentito anch’ esso dei mutamenti sociali di questi anni. Si potrebbe dire che il volontariato in quanto tale, che presuppone per l’ appunto un tipo di attività interamente volontaria e non retribuita a fini sociali da parte di persone che hanno un’ altra occupazione ordinaria e che a tale attività destinano in parte o in tutto il loro tempo libero, sia ormai da tempo quella che in letteratura si definisce una “fictio retorica”. Questo perché la crescente complessità dei compiti e delle funzioni delle organizzazioni di volontariato, che ormai vengono generalmente confuse nel calderone del “terzo settore” ha reso necessario una crescente presenza di personale  retribuito a tempo pieno o parziale.

La retorica pura e semplice del volontariato non porta da  nessuna parte, anche se l’ educazione alla gratuità e al dono di sé è parte integrante della formazione cristiana e umana di cui le ACLI vogliono essere portatrici, ma è chiaro che quel “terzo settore” di cui il nostro Movimento è primario soggetto fondatore non può certo ridursi alla definizione di nuovi profili di carriera complementari a quelli dell’impresa privata o della Pubblica Amministrazione, a meno che non si risolva ad abdicare alla sua pretesa di voler essere radice di un modello alternativo di società.

Questa è, credo, la sfida che ci troviamo ad affrontare oggi anche a fronte della sostanziale incapacità della politica di produrre risposte diverse da quelle di un capitalismo sempre più autoreferenziale e, quel che è peggio, autodistruttivo :solo che la sua autodistruzione passa anche attraverso la distruzione del tessuto sociale senza che vi sia una capacità visibile da parte di alcuno di creare nuovi modelli di integrazione.

Questa, in sostanza, è la sfida che ci sta davanti.

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